di Martha PAINE
L’Aquila – Orto botanico di Collemaggio
“Germogliati semi. Omaggio a Joseph Beuys (1921-1986) nel Quarantennale della scomparsa”
a cura di Antonio Gasbarrini e Mariano Cipollini.
30 luglio-5 settembre 2026
Si inaugura giovedì 30 settembre alle ore 18 il nuovo appuntamento della sesta edizione di “Seminiamo Arte” (rassegna affidata alla direzione di Lea Contestabile e Antonio Gasbarrini – MuBAq Museo dei bambini L’Aquila) inserita nel programma di L’Aquila Capitale italiana della Cultura 2026, sostenuta e promossa dal Comune dell’Aquila. L’iniziativa, dal titolo “Germogliati semi. Omaggio a Joseph Beuys (1921-1986) nel Quarantennale della scomparsa”, è curata da Antonio Gasbarrini e Mariano Cipollini.
All’omaggio sono stati invitati oltre trenta artisti italiani e stranieri, chiamati a partecipare con opere e performance in dialogo con il pensiero e la ricerca di Beuys, in particolare con il tema della “Scultura sociale” e con la parola d’ordine “Difesa della natura”. Il progetto si configura come una conversazione ravvicinata con l’eredità beuysiana, richiamando anche gli incontri pubblici dell’artista tedesco, spesso accompagnati dall’uso di lavagne, grafici, schizzi e parole. Le sculture, installazioni e performance saranno disseminate nel contesto naturalistico dell’Orto Botanico, la cui origine è medievale, a ridosso della Basilica di Santa Maria di Collemaggio. Il percorso intende proporre una riflessione sul rapporto tra arte, natura, partecipazione e consapevolezza ecologica, in un momento segnato da forti criticità ambientali. Al centro dell’iniziativa c’è anche l’idea del pubblico come parte attiva del processo artistico, secondo una prospettiva che richiama la frase di Beuys: “Ognuno, con il suo pensiero e la sua attività pragmatica è un artista”.
Tra gli artisti coinvolti figurano Alessandro Antonucci, Paola Babini, Rosetta Berardi, Vito Bucciarelli, Mirta Carroli, Mario Costantini, Gianfranco D’Alonzo, Paolo Dell’Elce, Yvonne Ekman, Marco Fioramanti, Giampiero Gigliozzi, Okan Gökgöz, Jörg Grünert e Cam Lecce, Francesco Guadagnuolo, Hans-Hermann Koopmann, Mauro Magni, Mandra Cerrone, Carola Masini, Davide Medri, Massimo Pellegrinetti, Massimo Piunti, Enrico Pulsoni, Romanoleli, Paola Romoli Venturi, Virginia Ryan, Paolo Spoltore, Silvia Stucky e Cinzia Colombo, Tiziana Tacconi, Stefano Trappolini, Patrizia Trevisi, Barbara Uccelli, Wang Yongxu e Cervo Zoppo.
Mercoledì 2 settembre 2026 presso il Palazzetto dei Nobili dell’Aquila si terrà un convegno seminariale interdisciplinare, dal titolo JOSEPH BEUYS – DIALOGHI ED ENERGIE CONDIVISE sulla valenza non solo estetica della ricerca dell’artista e sull’attuale “stato di salute” dell’Orto Botanico, nonché una mostra fotografica di ritratti beuysiani di Stefano Fontebasso De Martino (fino al 12 settembre)
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Sulla figura e il percorso di Joseph Beuys riportiamo un articolo di Marco Fioramanti (dalla rivista VS n.19/205)
L’Utopia Concreta di Joseph Beuys

Protagonista dell’avanguardia tedesca della seconda metà del Novecento, grande incantatore con cappello e bastone, pensatore anarchico ed eversivo anticipatore di nuovi linguaggi, Beuys allarga il concetto di artista a quello di operatore sociale: l’arte come atto quotidiano.
Ufficialmente riconosciuto a livello internazionale, seppure incompreso da sempre, Joseph Beuys (1921-1986) è stato il primo a parlare di arte come progetto totale e impegno esistenziale. A tutto tondo. Predisposto naturalmente all’azine comunicativa, l’artista trasmette ai suoi allievi la necessità di un ampliamento di vedute e l’esigenza di potersi esprimere con qualunque mezzo. A dimostrazione di tale comportamento terapeutico, Beuys fa della sua esperienza di pilota di guerra materia della sua opera d’arte.

Quando nel 1943 il suo Stuka ju-87G-1 è abbattuto dalla contraerea russa sul fronte di Crimea, resta ferito, semisepolto per due giorni sotto la neve. Viene salvato da una tribù di Tartari che lo ricoprono di lardo e lo avvolgono con il feltro delle loro tende per mantenerlo al caldo. “Du nix njemcky, du tatar”, gli ridano i tartari, cercando inutilmente di trattenerlo e invitandolo a far parte del loro clan. Colpito profondamente da questa esperienza, Beuys abbandona gli studi scientifici, avendone riconosciuto i limiti, per dedicarsi, dal ’46 completamente all’arte, unica e gratificante area esperienziale che permette la “riappropriazione della libera creatività”. Si iscrive alla Kunstakademie di Düsseldorf, disegna, dipinge acquerelli, sperimenta e assembla materiali vari. È dei primi anni Cinquanta l’importante serie delle “Api regine”, nelle quali Beuys focalizza il senso della “figura organica” che, secondo lui, include elementi rappresentativi della cristianità (il cuore centrale, la rassegnazione, l’insieme di croci in movimento) legate ai simboli della Croce e della Pietà. Studia e approfondisce i trattati antroposofici di Rudolf Steiner e il pensiero mitologico irlandese di Joyce.

Nel ’61 accetta l’insegnamento di Scultura monumentale nella sua stessa Accademia, con scandalo tra gli addetti ai lavori, essendo un nome ancora del tutto sconosciuto. Partecipa alle azioni del Movimento Fluxus (concerti, happening e performance) nel quale confluiscono discipline differenti, legate dall’unico concetto che tiene indissolubilmente legate arte e vita quotidiana.
Due altre azioni contribuiscono ad accrescere la propria fama. La prima è quella con la lepre, del ’65: la galleria Schmela di Düsseldorf lascia fuori il pubblico, che vede l’azione videoregistrata su uno schermo esterno. Beuys ha la testa coperta di miele – sostanza viva, rappresenta la produzione delle idee – e porporina d’oro. Seduto su uno sgabello o camminando verso lavagne appese al muro, spiega il senso dell’arte a una lepre morta, tenendola affettuosamente tra le braccia (mettendo insieme il mistero e l’immaginazione). Microfoni nascosti trasmettono il rumore dei suoi passi e frasi incomprensibili sussurrate all’animale evidenziando il senso della segretezza e ella trasmissione delle idee. Nel ’71 invita nella sua classe 142 studenti respinti all’ammissione, nonostante il divieto del Ministero. Non li valuta dalla cartella di disegni, ma dal fatto se l’Accademia sarebbe utile alla loro vita. Di quelli, solo 16 accolgono la proposta e, dopo l’occupazione dei locali da parte di Beuys, questi vengono ufficialmente ammessi al corso.
Nel maggio del ’74 Beuys è protagonista della famosissima performance I like America and America likes me. L’artista, disteso in barella (concetto di ferita) e avvolto in un rotolo (concetto taumaturgico) di feltro viene trasportato in ambulanza dalla sua casa di Düsseldorf all’aeroporto in direzione New York. Giunto al LaGuardia Airport, un’altra ambulanza lo porta alla galleria di René Block. Qui si libera del feltro e convive tre giorni e tre notti con un coyote selvatico appena catturato nel deserto e lasciato libero in galleria. Una grata separa il pubblico dall’area d’azione. Sul pavimento ammassi di paglia, ritagli di feltro e copie del Wall Street Journal. Nei momenti di maggiore aggressività dell’animale l’artista si difende col suo bastone da pastore avvolgendosi con una coperta di feltro. Attraverso la persuasione Beuys riesce ad ammansire l’animale fino a farlo distendere accanto a lui. Il ritorno in Germania avviene con gli stessi rituali. Il rapporto Artista/Coyote riflette per Beuys quello della riconciliazione tra Nuovo e Vecchio Mondo, tra Uomo e Animale, tra razze, religioni e culture differenti.
Il filo rosso che lega tutti i lavori di Beuys è dunque un concetto evolutivo di creatività, di energie spirituali che viaggiano tra oscurità e luce, delle risorse. Profonde dell’essere umano trasfuse nel binomio osmotico Arte/Natura applicate indifferentemente alla teoria o alla pratica che lui definisce Utopia Concreta.
(VS la Rivista n.19, 2005)
