Frida Kahlo, dai primi ritratti a icona LGBT+; alla Tate Modern di Londra, una mostra sulle sue opere e l’ambiente artistico in cui ha vissuto.

di Adolfo SANSOLINI

Frida Kahlo: l’artista, la militante, l’icona. Una figura complessa, ancora impossibile da ignorare a distanza di oltre settant’anni dalla morte.

Il tentativo di illustrare la vita della pittrice messicana, dall’infanzia fino alla gestione di un’immagine riconosciuta universalmente, è in corso alla Tate Modern di Londra, fino al 3 gennaio 2027. La mostra è realizzata in collaborazione con il Museum of Fine Arts di Houston, dove aveva aperto all’inizio di quest’anno. Vengono presentate oltre trenta delle sue opere, provenienti da musei e collezioni private.

Accanto ai suoi lavori sono presenti alcuni quadri dipinti dal marito Diego Rivera, assieme a fotografie e brevi filmati a colori della coppia nel giardino della Casa Azul, dove Kahlo è nata e che ha mantenuto come residenza principale fino alla morte prematura. Pochi anni dopo la sua scomparsa, Rivera ha donato la casa in cui vissero insieme e il suo contenuto per realizzare quello che continua a esistere come Museo Frida Kahlo nel quartiere di Coyoacán a Città del Messico.

Frida Kahlo a 18 anni. Foto di Guillermo Kahlo

La visita si apre con alcune foto di Frida da ragazza, in particolare un ritratto in bianco e nero di lei seduta, scattato dal padre. La vocazione artistica si è manifestata presto, grazie all’ambiente familiare benestante e alla professione di fotografo del genitore, anche se la decisione di intraprendere quella carriera è stata maturata durante la lunga convalescenza seguita al grave incidente avvenuto a 18 anni.

Le condizioni di salute erano state precarie sin dalla poliomielite contratta all’età di sei anni, che l’aveva lasciata zoppicante. L’incidente avvenuto mentre viaggiava su un bus ha aggravato la situazione per gli anni a seguire, richiedendo oltre 30 operazioni e l’uso di busti per sostenere la colonna vertebrale danneggiata.

Fu in quel periodo che iniziò a dipingere per combattere la noia e il dolore, utilizzando come superficie da decorare anche i busti, alcuni dei quali sono esposti.

I suoi primi lavori sono ritratti di amici o di donne indigene che lavoravano come domestiche nella casa di famiglia, esaltando con il pennello la dignità e l’identità di persone che occupavano gli scalini più bassi nella scala sociale.

Frida Kahlo – Dos mujeres (Salvadora y Herminia), 1928

Le sue opere più famose rimangono comunque gli autoritratti. Non si tratta solo di quadri su tela ma anche di dipinti di piccole dimensioni inseriti in oggetti dell’arte tradizionale messicana.

Intorno al 1934, Kahlo ha iniziato ad adottare l’abbigliamento delle donne di origine zapoteca dell’Istmo di Tehuantepec: un misto di bluse con radici indigene e di gonne adottate nel XIX secolo sotto l’influenza europea. Alcuni dei suoi abiti originali, collane e orecchini, sono presenti nella mostra. Se ne riconoscono alcuni nelle foto esposte.

Questa attenzione alla sua immagine è stata presto condivisa da ritrattisti e fotografi, sia amici che artisti attratti dalla sua fama crescente. La mostra offre un’ampia panoramica di questi ritratti, alcuni dei quali occupano un posto d’onore nell’iconografia del personaggio.

Interessanti e sicuramente da ammirare sono anche alcuni quadri meno conosciuti, come le nature morte, che aveva ribattezzato nature vive.

Frida Kahlo – Natura morta (Appartengo a Samuel Fastlich), 1951

La sua fama internazionale si è consolidata dopo la mostra a New York del 1938 e soprattutto l’anno dopo a Parigi, invitata da André Breton che l’aveva definita una surrealista autodidatta e con cui dopo qualche esitazione iniziale si formò un’amicizia duratura.

L’influenza che continua a esercitare sull’arte contemporanea è testimoniata nell’esposizione dalle opere di varie artiste. In questa sezione, merita una menzione particolare la foto scattata da Mary McCartney a Tracey Emin sdraiata su un letto, vestita e truccata come Frida Kahlo, con alcune foto di Kahlo e famiglia sullo sfondo.

Mary McCartney – Being Frida, 2000

In mostra sono presenti anche tanti – forse troppi – lavori di artisti e artiste messicani dell’epoca, alcuni dei quali amici di Kahlo e Rivera. Aprono spiragli sugli stili pittorici, di abbigliamento e arredamento dell’epoca ma nel complesso appesantiscono la mostra con opere non sempre di grande qualità.

È l’ambito in cui viene citata l’amicizia con artisti gay che operavano nel suo stesso periodo. Le frequentazioni non convenzionali, unitamente alla sua bisessualità che si racconta abbia condotto a flirt o relazioni con personaggi del calibro di Georgia O’Keeffe e Josephine Baker, l’hanno resa un’icona LGBT+, apripista della liberazione sessuale in un periodo particolarmente ostile su questo fronte.

Il percorso termina con una sala affollata di merchandising prodotto attraverso l’uso e l’abuso del volto di Frida Kahlo a fini commerciali, dai calzini ai liquori, spesso con esiti di dubbio gusto.

Fanno da complemento alla mostra sei murales realizzati da vari artisti, disposti per le strade nei pressi della Tate Modern, e le decorazioni tematiche di Carnaby Street, per celebrare l’influenza duratura dell’artista sull’arte contemporanea.

Murale Frida: The Making of an Icon. Thames Path, Blackfriars Station

Adolfo SANSOLINI  Londra 19 Luglio 2026