Francesco Gagliardo e il ‘verismo’ nella ritrattistica siciliana dei primi del ‘900

di Lisa SCIORTINO

Ritrattistica e realismo nei dipinti di Francesco Gagliardo

Molti volumi sono stati scritti sulle glorie cittadine di Bagheria tra cui emergono figure di politici, pittori, poeti, scultori, ingegneri, medici, architetti, professori, per i quali sono state organizzate nel tempo mostre e manifestazioni celebrative. La Guida illustrata Bagheria-Solunto, redatta nel 1911, è la testimonianza di come già agli inizi del secolo scorso la città vivesse un importante fervore culturale. Nel testo viene ricordata infatti la “Casa di Cultura” istituita da Peppino Verdone per accogliere i giovani bagheresi

“per lo spirito evolutivo, il libero altruismo che anima la famiglia giovanile che ivi si aduna a formare attiva palestra di intellettualità, ginnica efficace del pensiero e dell’azione[1].

Sebbene fosse solo un paese agricolo alle porte di Palermo, appare chiaro come Bagheria, e in particolare quella fetta di popolazione giovanile palpitante di emancipazione e desiderio di rinnovamento, ai primi del Novecento cercasse di emergere intellettualmente e culturalmente. Il paese attraversava un momento di evoluzione educativa e di civile istruzione atta a risvegliare le menti, per questo furono aperte alcune scuole che nel giro di pochi anni accolsero centinaia di allievi.

1. Francesco Gagliardo, 1917 ca., Bagheria, collezione privata

La vita del pittore Francesco Gagliardo[2] (Fig. 1), vissuta tra lo studio atto a migliorare la tecnica e la metodica e il tentativo di affermare la propria arte, è da collocare proprio nel fermento culturale bagherese degli inizi del XX secolo. Anch’egli aderì alla “Casa di Cultura” e nella Guida si legge di

“una scuola di disegno con circa 30 frequentatori, condotta sapientemente dal signor Francesco Gagliardo, giovine intelligente di belle speranze[3].

La sua breve attività, dovuta alla precoce scomparsa, non fu sufficiente a lasciare impronte del suo passaggio né a conservarne tracce indelebili nella memoria pubblica. Solamente la testimonianza dovuta ai ricordi della sorella Mariuccia (1875-1972) e del nipote Tommaso Sciortino[4] (1905-2002) ha posto le condizioni necessarie affinché fosse data memoria ad un artista locale conosciuto solo da chi ebbe la possibilità di frequentarlo ma meritevole di una più consona collocazione nel panorama culturale cittadino.

Tracciarne una biografia artistica esaustiva non è stato semplice per l’esigua documentazione a supporto della ricerca ma è indubbio che la sua attività vada collocata nell’ambito di un contesto che in quegli anni si presentava vario e multiforme, con artisti che si avviavano ad essere talora romantici, o macchiaioli vaghi, oppure naturalisti di compromesso, o ancora scapigliati, ma furono pittori che non ebbero altra colpa all’infuori di quella di non aver saputo prendere posizioni precise se non in rapporto alle proprie capacità tecniche. Delle sue poche opere sopravvissute e note[5], solamente due sono firmate e pertanto la ricostruzione cronologica dei dipinti rimasti è stata possibile grazie alle indicazioni del nipote, al raffronto con l’arte tomaselliana e alla partecipazione, come la maggior parte degli artisti della seconda metà dell’Ottocento, alla ricerca del principio di verità e del realismo nelle forme, nei temi e nelle emozioni.

Francesco Gagliardo (Fig. 2) nacque a Bagheria nel 1918, ultimo di sette figli e orfano di madre dopo soli 12 giorni[6]. Due dei suoi fratelli erano carradori, ovvero costruttori di carretti, e presso la loro bottega il giovane Francesco si univa ai lavori.

2. Francesco Gagliardo, 1905 ca., Bagheria, collezione privata

Considerato l’acerbo talento, si decise di fargli frequentare la bottega di uno scultore palermitano che completava con l’intaglio i carretti da loro realizzati. Il quotidiano scambio tra le due botteghe, di lavori già intagliati e ancora da intagliare, consentiva a Francesco di seguire il maestro e di affinare le proprie capacità artistiche. In poco tempo, grazie alla pratica costante, egli fu in grado di scolpire perfettamente le varie sezioni dell’intero carretto.

Per migliorare la propria arte, intorno al 1906 Gagliardo incontrò l’illustre concittadino Onofrio Tomaselli, che ne intuì le ottime qualità, lo prese presso di sé come allievo e lo obbligò a riprendere gli studi interrotti riuscendo a conseguire il diploma presso il Regio Istituto di Belle Arti di Palermo nel 1913. Scrive di lui lo stesso Tomaselli in un documento datato 1909[7]:

Il sottoscritto avendo esaminato in disegno il giovane Francesco Gagliardo, può attestare che egli ha molta buona volontà e disposizione per la qual cosa crede fermamente che incoraggiato e con lo studio potrà riuscire un artista (Fig. 3).
3. Francesco Gagliardo (a sinistra) e Onofrio Tomaselli (a destra), 1908 ca., Bagheria, collezione privata

Nel 1912[8], assieme a quattrocento giovani pittori, Francesco Gagliardo partecipò ad un concorso di disegno tenutosi a Palermo. Nel ricordo del nipote[9], l’artista realizzò un girotondo di putti giocosi vestiti di veli svolazzanti che ne sottolineavano i movimenti e ne lasciavano intravedere i paffuti corpicini. I bambini, tenendosi per mano, costituivano un finissimo intreccio di braccia. Per questo disegno la giuria gli conferì il primo premio con diploma d’eccellenza e medaglia d’oro.

Si può affermare con assoluta certezza che Gagliardo subì le influenze della ventata verista proveniente dalla scuola napoletana che aveva investito tutti i pittori siciliani di fine Ottocento, compreso il suo maestro, attraverso la cui produzione gli giunsero gli echi dell’arte di Domenico Morelli, di Francesco Lojacono e di Antonino Leto.

Risale ai primi anni di attività la tavoletta Paesaggio [10] (Fig. 4), del 1914, in cui si scorge l’impronta tardo-macchiaiola.

4. Francesco Gagliardo, Paesaggio, acquerello su tavola, 1914, Bagheria, collezione privata.

L’opera è l’unico lavoro eseguito con acquerelli su tavola dove l’autore rappresenta una veduta paesaggistica. Il panorama indefinito, trattato con pochi elementi di colore, ne suggerisce l’ingenuità della ricerca. Pur attingendo dal vero, Gagliardo ne rielabora gli elementi in senso ideale: la natura si rivela elemento di partenza per un processo di elaborazione del reale attraverso il sentimento, interpretando aria, luce e colore. Egli propone, infatti, di ottenere la completezza narrativa di una scena dove coglie il momento in cui il sole è basso nel cielo e la luce fioca investe le nuvole leggere e la natura immersa nel silenzio. Sulla calma superficie dell’acqua si affaccia un edificio color ocra dal tetto rossiccio per le tegole di terracotta. Dietro, abbozzate pennellate creano alti alberi indefiniti e sullo sfondo appaiono colline appena delineate. In basso, lingue di terra si prolungano sulle acque e incorniciano la firma F. Gagliardo.

La coeva tela Ritratto di mendicante [11] (Fig. 5), nella quale è possibile cogliere appieno l’influenza del Tomaselli e del catanese Alessandro Abate, è l’unica di profilo tra i ritratti eseguiti dall’artista.

5. Francesco Gagliardo, Ritratto di mendicante, olio su tela, 1914, Bagheria, collezione privata

Raffigura un uomo di strada assoldato dall’autore affinché posasse per la realizzazione del dipinto. Dalle rapide pennellate trasuda tutta la trascuratezza della condizione di clochard: la barba incolta, l’aspetto trasandato, gli abiti lerci, lo sguardo vacuo. I contorni del busto si amalgamano con lo sfondo, tutto il resto sfugge e non ottiene l’attenzione del Gagliardo che ferma il suo racconto fin dove riesce a ‘vedere’ e non oltre. Per le modalità di applicazione del colore, steso con larghi tocchi di pannello, la tela può essere raffrontata con Testa di arabo, Ritratto del figlio Armando o Testa di caruso [12], tutte realizzate da Onofrio Tomaselli. L’opera è uno degli unici due quadri che reca in basso la firma dell’autore e risulta essere tra le più antiche rintracciate.

Dalla corrispondenza epistolare custodita [13] si evincono i soggiorni romani di Gagliardo. A causa di un tracoma, era stato visitato a Palermo dal concittadino professore Giuseppe Cirrincione, direttore della clinica oculistica di Roma e membro della citata “Casa di Cultura” bagherese. Proprio Cirrincione lo aveva invitato nella capitale, mettendosi a sua disposizione, consapevole che lì avrebbe potuto frequentare ambienti autorevoli ed entrare più facilmente in contatto con personaggi che avrebbero agevolato la sua carriera artistica. Dal 1915 Gagliardo insegnò al Regio Istituto Tecnico “Guglielmo Gasparrini” di Melfi in Basilicata ma, nonostante la buona notizia comunicata con una lettera al padre, egli non riuscì a trattenere il rammarico e tra le righe inviate si legge:

se io avessi avuto l’incoraggiamento che hanno avuto altri poveri, per ora avrei toccato le vette dell’arte oltre il nome propagato per l’Italia [14].

L’angosciosa situazione della guerra fu fonte di ispirazione per la tela Lettera dal fronte [15], del 1915 (Fig. 6).

6. Francesco Gagliardo, Lettera dal fronte, olio su tela, 1915, Bagheria, collezione privata.

Il dipinto fu realizzato allo scoppio del Primo Conflitto Mondiale quando tutti gli uomini furono richiamati alle armi. Rappresenta la famiglia bagherese Lo Galbo che abitava in piazza Anime Sante. Alcuni membri della famiglia sono ritratti attorno ad un tavolo, in un atteggiamento malinconico e pensieroso. Lo sfondo scuro, per non distrarre lo spettatore, che degrada verso il beige del pavimento per mezzo di larghe pennellate, l’essenzialità dell’arredo, l’umiltà degli indumenti, la semplicità dei pochi gesti, il silenzio della stanza: tramite questi elementi Gagliardo ha voluto concentrare tutta l’attenzione dell’osservatore sulla profonda tristezza della madre, rimasta in casa ad occuparsi dei figli più piccoli, ma che vola con il pensiero al marito e ai figli maggiori in guerra, tormentata dall’incertezza sulla loro sorte. I capelli raccolti in un foulard lasciano libero il viso, reso fortemente espressivo dall’intensità dello sguardo infelice. La donna è appoggiata fiaccamente al tavolo con il capo retto dalla mano, in una posa nostalgica. Con l’inconsapevolezza e l’ingenuità proprie della tenera età, la bambina si appisola sul tavolo mostrando tutta la dolcezza del roseo faccino, mentre il figlioletto più grande, consapevole della dolorosa situazione che sta vivendo la sua famiglia, è seduto sullo sgabello accanto alla mamma e tiene tra le mani la lettera appena del padre ricevuta dal fronte.

Nello stesso periodo Gagliardo eseguì Ritratto di mia sorella Mariuccia, Ritratto di Nunzio Dominici, Ritratto di Giovanni Varisco e Ritratto di Giuseppa Di Salvo. Il ritratto è l’elemento che lo accosta chiaramente al suo maestro. Immagine di memoria e di vita destinata a trascendere il tempo, quasi in una sorta di gioco di complicità con la morte, per suo tramite l’artista riesce a mostrare particolare creatività, muovendosi tra pensiero innovatore e insegnamento della tradizione. Egli sceglie i modelli da raffigurare tra familiari, conoscenti e vicini di casa e li presenta con fresca ingenuità. Le cromie, i toni, le stesure del colore, le tecniche applicate sembrano essere passate per le vie dirette e senza interferenze dal maestro all’allievo.

Ritratto di mia sorella Mariuccia [16] (Fig. 7) rimase incompiuto e lo stesso Tomaselli propose – invano – di completarlo dopo la scomparsa di Gagliardo.

7. Francesco Gagliardo, Ritratto di mia sorella Mariuccia, olio su tela, 1915, Bagheria, collezione privata.

Dalle forti e larghe pennellate emerge il busto della donna, vestita di blu, frontale, con lo sguardo che, sebbene abbozzato, è rivolto verso lo spettatore e con i capelli raccolti in un’acconciatura tipica dell’epoca. La figura si presenta seduta, con il braccio destro appoggiato alla spalliera di una sedia e le mani incrociate, in una postura che somiglia a quella assunta da un altro dei soggetti delle sue tele, Ritratto di mio padre.

Il commerciante di ovini raffigurato nel Ritratto di Nunzio Dominici [17] (Fig. 8) è un uomo panciuto, con lo sguardo vago, raffigurato di scorcio e che si staglia su un fondo chiaro.

8. Francesco Gagliardo, Ritratto di Nunzio Dominici, olio su tela, 1915, Bagheria, collezione privata.

L’uomo indossa un vestito scuro sul cui panciotto spicca la catenina d’oro dell’orologio da taschino e la cravatta di colore blu, sulla quale si nota il minuto dettaglio della trama. L’ampio ovale del viso, accentuato dalla calvizie, è posto in risalto dalle grandi basette canute e dalle grosse guance dal colorito vivace.

Allo stesso modo, l’inedito Ritratto di Giovanni Varisco (Fig. 9) presenta l’uomo, dall’espressione facciale seria, in abito scuro ed elegante. La tela è stata malamente restaurata e incollata su tavola.

9. Francesco Gagliardo, Ritratto di Giovanni Varisco, olio su tela, 1915, Bagheria, collezione privata.

La donna raffigurata nel Ritratto di Giuseppa Di Salvo [18] (Fig. 10), che gestiva una locanda a Bagheria, è ripresa dall’artista in umili abiti da lavoro, riuscendo a mostrarne la grande stanchezza fisica.

10. Francesco Gagliardo, Ritratto di Giuseppa Di Salvo, olio su tela, 1915, Bagheria, collezione privata

I capelli, brizzolati e leggermente arruffati, sono raccolti dietro la nuca e lasciano trapelare la trascuratezza della donna, impegnata nel faticoso lavoro quotidiano. Solo i poveri gioielli le restituiscono un leggero tocco di femminile eleganza: gli orecchini, la fede nuziale e l’anello con una pietra incastonata resa splendente dai piccoli colpi di pennello.

Non si conosce con certezza il tempo di permanenza in Basilicata, ma già nei primi mesi del 1916 Gagliardo fu trasferito a Palermo dove insegnò disegno presso il Regio Istituto Tecnico “Filippo Parlatore”[19]. A questo stesso periodo risalgono le tele Ritratto di Donna Lucia, Ritratto di Nicoletta Giammanco e Giuseppe Di Salvo nella sua bottega al mercato, che mostrano una maturazione pittorica e una maggiore attenzione al dettaglio.

Ritratto di Donna Lucia [20] (Fig. 11) raffigura Lucia Tornatore, vicina di casa dell’artista, che con sguardo intenso fissa chi la guarda.

11. Francesco Gagliardo, Ritratto di Donna Lucia, olio su tela, 1916, Santa Flavia, collezione privata

La donna emerge da un fondo molto scuro in una posa fotografica che riprende quella di altri dipinti di Gagliardo. I capelli brizzolati, ben pettinati, sono raccolti in uno chignon sulla nuca, il braccio sinistro è appoggiato alla spalliera di una sedia che si intravede nella semioscurità, mentre la mano destra, adagiata sulle gambe, regge un ventaglio che si nota appena. Donna Lucia, che godeva di una buona condizione economica gestendo una taverna, è ritratta ben vestita e ingioiellata: gli orecchini di perle, la raffinata spilla a forma di fiocco, la fede nuziale e all’anulare destro un secondo anello, con la loro brillantezza aurea conferiscono luminosità al quadro. Il sottile particolare della bordura gialla della maglia dona un tocco di colore all’abito nero. Qui è evidente la differenza di rappresentazione tra questa donna e la citata Giuseppa Di Salvo. Entrambe proprietarie di una locanda, lasciano trapelare dai loro abiti e dai monili che indossano la diversa agiatezza, una nettamente più rosea dell’altra.

La donna raffigurata in Ritratto di Nicoletta Giammanco [21] (Fig. 12) è la madre di un amico dell’artista.

12. Francesco Gagliardo, Ritratto di Nicoletta Giammanco, olio su tela, 1916, Bagheria, collezione privata.

La tela, una delle più tarde dell’artista, lascia trasparire appieno l’influenza verista della scuola napoletana trasmessa al Gagliardo dal Tomaselli ed è realizzata con una pennellata più ferma e sicura. Vi è grande attenzione rivolta ai dettagli: i capelli neri incorniciano il roseo viso; lo sguardo reso intenso da una viva brillantezza è volto verso lo spettatore; il raffinato pendente purpureo, incastonato nel finissimo intreccio aureo, presenta al centro una gemma lucente risaltando sull’accollato abito nero; le mani, sulle quali è possibile vedere la lieve traccia delle vene, sono posate sulle gambe e reggono un libretto di preghiere. All’anulare destro si vede un lucido anello in oro e all’anulare sinistro se ne vedono due, la fede e un anello incastonato con una gemma gialla. Il lieve spostamento della manica sul posto destro lascia scorgere un delizioso orologio d’oro, una rarità per l’epoca, sul quale è possibile leggere persino l’ora: le lancette bianche segnano le 6:25.

La tela Giuseppe Di Salvo nella sua bottega al mercato [22] (Fig. 13) ritrae l’uomo sul posto di lavoro, nello stand al mercato ortofrutticolo della città.

13. Francesco Gagliardo, Giuseppe Di Salvo nella sua bottega al mercato, olio su tela, 1916, Bagheria, collezione privata.

Di costituzione robusta, Di Salvo è raffigurato tra le numerose ceste di vimini accatastate alle sue spalle. È seduto con le braccia adagiate sui braccioli della sedia e le gambe incrociate, in una postura rilassata. La pennellata sicura riesce nella resa veristica dei cesti emergenti dalla semioscurità e colpiti da un fascio di luce proveniente da sinistra. I grandi occhi azzurri, pervasi da vivo luccichio, fissano lo spettatore. A sinistra si nota una stadera mentre in basso a destra è un cesto dal quale, tra i pampini verdi, emergono pomodori dai colori accesi. Giuseppe Di Salvo non indossa abiti da lavoro, come avrebbe dovuto fare trovandosi all’interno della bottega, ma un vestito molto elegante con un panciotto nero sul quale spicca la catenina d’oro alla cui estremità, infilata nel taschino, è agganciato l’orologio. Anche la cravatta ha il finissimo dettaglio della spilla sul nodo.

A causa del tracoma agli occhi, Gagliardo era stato riformato per il servizio di leva ma l’imperversare della Grande Guerra fece sì che fosse richiamato alle armi. Fece parte del XX Reggimento Fanteria di Palermo, svolgendo attività d’ufficio e questo gli consentì di tornare spesso a casa [23]. È da collocare in questo periodo l’ultima incompiuta tela Ritratto di mio padre (Fig. 14).

14. Francesco Gagliardo, Ritratto di mio padre, olio su tela, 1917, Bagheria, collezione privata.

L’opera[24] raffigura Giuseppe Gagliardo che emerge dal fondo bruno. Indossa un abito nero, è seduto in posizione frontale con le mani incrociate appoggiate alla spalliera della sedia e le gambe accavallate. L’abilità artistica raggiunta dall’autore gli consentì di rappresentare in modo veristico le venature delle vecchie mani e il finissimo dettaglio dei baffi ingialliti arricciati all’insù. Le delicate sfumature del volto, che tanto si avvicinano ai colori reali, hanno sicuri rapporti cromatici con le tele di Tomaselli e con i ritratti di Salvatore Lo Forte. Il grande dipinto, che presenta un fondo rossastro che degrada verso il beige, rimase incompiuto come mostrano le colature di colore e le larghe pennellate sulla sezione inferiore. La causa è da attribuire alla morte del soggetto, verificatasi il 12 giugno del 1917. Sul verso di un biglietto listato a lutto si legge tutto il dolore del Gagliardo per la scomparsa dell’amato padre: La morte mi rubò il mio tesoro, il mio sostegno, la mia vita. Ora non ho più padre; la disgrazia mi ha voluto colpire a morte, nel mio cuore non c’è più pace. Tutto per me è finito. La natura mi è matrigna. Tutto vedo tetro.

Gagliardo morì presso l’ospedale militare Vittorio Emanuele di Palermo il 30 agosto 1918, a soli 27 anni. Il suo nome compare nell’elenco dei militari caduti in guerra[25]. Come riferito dalle fonti storiche, la causa del decesso fu la “spagnola”, la pandemia influenzale virulenta che causò milioni di morti. Per scongiurare i rischi di contagio, ai familiari fu impedito di riportare la salma a casa per adempiere alla cerimonia funebre e concederle sepoltura. Le vittime, infatti, furono seppellite in fosse comuni. Nessuno dei parenti poté assistere al triste rito e oggi nemmeno una lapide ricorda questo sconosciuto figlio di Bagheria.

Così svanirono prematuramente i sogni di un uomo che aveva vissuto nell’illusione di poter avere un giorno degna lode per il suo talento e le sue qualità artistiche[26].

[1] Guida illustrata Bagheria-Solunto, Bagheria 1911, p. 3.

[2] Cfr. L. Sciortino, Francesco Gagliardo 1890-1918, Bagheria 2006.

[3] Guida…, 1911, p. 39.

[4] L. Sciortino, Tommaso Sciortino l’ultimo carradore, Palermo 2024.

[5] Alcune tele andarono perdute durante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, altre furono donate. Cfr. L. Sciortino, Francesco Gagliardo…, 2006, pp. 21-23.

[6] L. Sciortino, Francesco Gagliardo…, 2006, p. 17.

[7] Documento manoscritto del 4 ottobre 1909, Bagheria, coll. privata. L. Sciortino, Francesco Gagliardo…, 2006, pp. 17-18.

[8] Una medaglia d’oro, “Corriere di Sicilia”, 6-7 maggio 1912. Ringrazio Domenico Sciortino per la segnalazione dell’articolo.

[9] L. Sciortino, Francesco Gagliardo…, 2006, p. 19.

[10] L. Sciortino, Francesco Gagliardo…, 2006, pp. 19, 26-27.

[11] L. Sciortino, Francesco Gagliardo…, 2006, pp. 19, 28-29.

[12] Cfr. Onofrio Tomaselli 1866-1956, catalogo della mostra, Palermo 1987.

[13] L. Sciortino, Francesco Gagliardo…, 2006, pp. 19, 53-73.

[14] L. Sciortino, Francesco Gagliardo…, 2006, p. 19.

[15] L. Sciortino, Francesco Gagliardo…, 2006, pp. 19, 30-33.

[16] L. Sciortino, Francesco Gagliardo…, 2006, pp. 34-35.

[17] L. Sciortino, Francesco Gagliardo…, 2006, pp. 38-39.

[18] L. Sciortino, Francesco Gagliardo…, 2006, pp. 36-37.

[19] L. Sciortino, Francesco Gagliardo…, 2006, p. 21.

[20] L. Sciortino, Francesco Gagliardo…, 2006, pp. 40-41.

[21] L. Sciortino, Francesco Gagliardo…, 2006, pp. 42-43.

[22] L. Sciortino, Francesco Gagliardo…, 2006, pp. 44-47.

[23] L. Sciortino, Francesco Gagliardo…, 2006, p. 21.

[24] L. Sciortino, Francesco Gagliardo…, 2006, pp. 48-50.

[25] L. Sciortino, Francesco Gagliardo…, 2006, p. 22.

[26] L. Sciortino, Francesco Gagliardo…, 2006, p. 23.