“Frammenti Catanesi 4”, quando è l’arte il ‘ponte’ che collega la Sicilia al mondo. Un percorso dal ‘400 al ‘900 nella pubblicazione di Gaetano Bongiovanni

di Mario LIPARI

L’arte svelata tra gli archivi e i social per occhio di Gaetano Bongiovanni

Esiste un filo rosso che lega le bacheche virtuali di Facebook ai polverosi scaffali della Biblioteca di Federico De Roberto, passando per le navate barocche e le collezioni private di Siviglia. Questo filo è la curiosità scientifica di Gaetano Bongiovanni, storico dell’arte che ha raccolto in “Frammenti catanesi 4” (FIG.1), ultima creazione dell’agile collana culturale, venticinque contributi nati originariamente per la divulgazione digitale.

1.-Copertina, Frammenti Catanesi

Il volume non è solo una miscellanea di studi, ma una mappa sentimentale e rigorosa della cultura artistica catanese e del suo hinterland, capace di restituire dignità a opere “minori” o meno note, connettendole ai grandi flussi della storia dell’arte europea.

Bongiovanni apre questo “volumetto” con un omaggioFederico De Roberto, non come autore de I Viceré, ma come critico e divulgatore. Infatti, è grazie alle intuizioni di De Roberto che lo studioso analizza la tavola quattrocentesca di Randazzo raffigurante la Madonna col Bambino, San Giacomo maggiore e storie della sua vita (oggi in San Nicola, FIG.2).

2. Madonna col Bambino San Giacomo maggiore e storie della sua vita

L’opera, un tempo trittico, è un esempio fulgido di come la Sicilia del primo Quattrocento non fosse isolata: il “goticismo” delle figure allungate dialoga con architetture normanno-sveve, testimoniando una scuola locale (legata al Maestro di San Martino) capace di assorbire influenze iberiche e marchigiane.

Un passaggio fondamentale della raccolta riguarda la Madonna “Salus Populi Romani”  (FIG.3) nella chiesa di San Francesco Borgia. Qui la storia si fa devozione politica: Francesco Borgia commissionò copie dell’omonima icona romana, di epoca medievale, per le tre capitali gesuitiche siciliane. Quella catanese (1567) resta l’unica superstite, un “ponte” figurativo che riporta Catania al centro delle strategie iconografiche della Controriforma.

3.-Madonna-col-bambino-di-Santa-Maria-Maggiore.
San Sebastiano, copia da Guido Reni

Uno dei contributi più affascinanti ci sposta a Siviglia, dove Monsignor Giovanni Lanzafame ha creato una raccolta d’arte sacra che unisce Sicilia e Andalusia. Spicca tra le opere una copia coeva del San Sebastiano (FIG.4) di Guido Reni. Bongiovanni ricostruisce il percorso di questa tela, probabilmente derivata dal modello genovese riscontrabile presso Palazzo Rosso, sottolineando come il gusto di Reni per il “divino” abbia viaggiato lungo le rotte commerciali e religiose del Seicento.

Attraverso l’analisi del Teatro Geografico di Filippo Giannetti (1686), veniamo proiettati in una Catania pre-terremoto ma già segnata dall’Etna. L’illustratore messinese ci regala una veduta a volo d’uccello dove il Castello Ursino appare circondato dalla lava del 1669 (FIG.5).

5.-Illustrazione-da-Teatro-Geografico.

È una testimonianza preziosa di “architettura vissuta”, che trova eco un secolo dopo nelle stampe di Antonino Bova per il Convitto Cutelli (FIG.6). Qui, però, il disegno di Francesco Battaglia mostra la transizione dal tardo-barocco verso un rigore neoclassico, fotografando una città in piena ricostruzione.

6.-Nuovo-Collegio-dei-nobili

Il piccolo volume dedica ampio spazio alla pittura di figura come Gaspare Serenario, qui celebrato per la pala di Santa Lucia al sepolcro di Sant’Agata, capolavoro di morbidezza cromatica influenzato dal soggiorno romano dell’artista. Una tipologia pittorica che interessò molto Giuseppe Sciuti, ma che Bongiovanni sceglie, quasi per sfida, di presentarcelo sotto una veste “atipica”. Non il pittore di grandi scene storiche, ma il paesaggista che, in una piccola tavoletta di Castello Ursino, cattura l’Etna innevata (FIG.7) con una sensibilità quasi macchiaiola, figlia del suo soggiorno fiorentino.

Etna innevata

Con Michele Rapisardi, invece, scopriamo l’esistenza di un bozzetto a guazzo dei Vespri Siciliani (FIG.8), che permette allo spettatore di entrare nell’officina del pittore, rivelando come l’artista abbia usato il tema storico per parlare segretamente degli ideali risorgimentali.

8.-I-Vespri-siciliani-bozzetto.
9.-Vincenzo-Bellini-bozzetto

Bongiovanni non può esimersi dal portare anche preziosi esempi scultorei, analizzando, nel mentre, il rapporto tra la città e il suo genio musicale, Vincenzo Bellini. Attraverso il bozzetto in creta di Giulio Monteverde (FIG.9), conservato a Genova, lo studioso ricostruisce la genesi del monumento di Piazza Stesicoro. È un tassello che spiega come l’identità di Catania si sia cristallizzata attraverso concorsi, dibattiti urbanistici e la ricerca di una forma eterna per la musica di Bellini.

Ma se la prima parte della raccolta di Gaetano Bongiovanni ci guida tra le nebbie del passato barocco e ottocentesco, è nei saggi dedicati al XX secolo che l’autore compie un’operazione di straordinario recupero critico. Qui, Catania non è più solo una città di provincia, ma un centro vibrante che guarda a Roma, Parigi e persino al Sudamerica.

Bongiovanni, infatti, ci restituisce il profilo di Gemma D’Amico, artista dalla biografia cosmopolita (cugina di Apollinaire e allieva di Felice Carena). Il contributo analizza la tela Matucana (1951, FIG.10), frutto del suo soggiorno andino: un paesaggio dove la lezione della Scuola Romana — fatta di pennellate larghe e segni nervosi — si sposa con la luce tersa dell’America Latina. Ma è nei ritratti che la D’Amico eccelle.

10 Matucana
11 itratto di Giuseppe Villaroel

Qui vengono messi a confronto tre prove cruciali: il ritratto di Giuseppe Villaroel (FIG.11), animato da un realismo “scabro” che guarda a Mafai, quello di Guido Libertini, più solenne e accademico, e la svolta sintetica del ritratto di Francesco Contraffatto (1954), dove l’artista approda a una modernità sorprendente, superando i modelli romani per una forma più essenziale.

Uno dei vertici critici del volume è l’analisi della Natura morta con pesci (1942, FIG.12) di Domenico Maria “Mimì” Lazzaro.

Bongiovanni descrive quest’opera come un “piccolo capolavoro di sorprendente modernità”.

12 Domenico Maria Lazzaro,-Natura-morta-con-pesci

Qui, però, Lazzaro non si limita a dipingere una natura morta; assimila lo “struggimento esistenziale” di Scipione e la veemenza espressiva e coloristica di Mario Mafai. Il dettaglio descritto dallo studioso è potente: le sagome dei pesci, ridotte a lische su un fondo rosso cupo che ricorda un’onda lavica, evocano una “incipiente decomposizione“. È una pittura che non vuole decorare, ma organizzare lo spazio in modo evoluto, testimoniando l’inquietudine di un’epoca.

Infine, il contributo su Giuseppe “Pippo” Consoli, artista e storico dell’arte, chiude il cerchio tra arte e impegno civile. Bongiovanni analizza le Ragazze di Acitrezza (1954, FIG.13), vedendovi una sintesi tra il modello di Guernica e l’espressionismo mediterraneo.

13.-Ragazze-di-Acitrezza

Le figure “possenti” che si stagliano contro i faraglioni non sono semplici ritratti, ma masse plastiche che deformano la realtà per trasmetterne lo strazio o la concretezza, secondo una linea che l’autore accosta persino a Francis Bacon.

La forza di questa pubblicazione risiede nella capacità di Gaetano Bongiovanni di muoversi tra i secoli con la stessa naturalezza dimostrata già nei lavori precedenti. Che si tratti di un trittico medievale a Randazzo o di una tela cubista degli anni ’50, lo studioso applica un metodo filologico rigoroso unito a una rara capacità di sintesi. Ed è qui che sta la differenza rispetto a tanti altri studi; perché Bongiovanni non si limita a catalogare, egli connette. Ci spiega perché un ritratto a Catania somiglia a una tela di via Cavour a Roma, o come una stampa settecentesca prelude al neoclassicismo. In questo senso, il volume diventa uno strumento indispensabile per comprendere che l’identità artistica siciliana non è un’isola chiusa, ma un crocevia di influenze che l’autore sa “smascherare” con occhio clinico e passione sincera.

Mario LIPARI, Catania,  1 Febbraio 2026