“Figure e follie”. I disegni di Mauro Molinari alla Muef Art Gallery di Roma (dal 29 novembre al 6 dicembre)

di Sergio ROSSI

Alla Muef Art Gallery di Roma, dal 29 novembre al 6 dicembre si tiene questa bella mostra di disegni di Mauro Molinari presentata da Claudia Zaccagnini, dal titolo “Figure e follie”.

 

Si tratta di una pirotecnica galleria di figure che si muovono sornione sui fogli come marionette di una danza frenetica eppure soave che a me fa venire in mente il sublime Petrouchka di Igor Stravinsky o intrecciano danze circolari e infinite come i ballerini Sufi.

Figure che poi ridiventano serie ed entrano nei claustrofobici Condomini che hanno reso celebre il nostro artista, ma senza perdere la loro apparente ironia che è piuttosto una maschera brechtiana rivisitata dall’amaro sguardo dei fratelli D’Innocenzo in “Favolacce”. Come osserva Claudia Zaccagnini nella presentazione della mostra:

«Molinari è un eccellente disegnatore che pensa e costruisce su solide basi preliminari il suo discorso artistico da oltre cinquant’anni. Il disegno è per lui un elemento essenziale e irrinunciabile nello sviluppo delle sue idee. Che riguardi la figura umana, le ambientazioni paesistico-architettoniche, gli animali, gli oggetti del vivere quotidiano o gli elementi decorativi esso costituisce l’anima fondante di ogni pensiero, di ogni sperimentazione, di ogni progetto. Il primitivo schizzo, tracciato in maniera sommaria sul foglio di carta nel tentativo di fissare una vibrazione legata a un particolare momento ideativo-esperienziale, si affina e perfeziona grazie alla sua sapiente mano che ricerca, nella linearità della costruzione plastico-volumetrica, l’essenza di un discorso frutto di numerose suggestioni, introiettate e meditate, ma anche la sintesi di ciò che vuole rappresentare, senza inutili e ridondanti barocchismi. Disegnare è per lui un atto vitale, imprescindibile del suo vagare creativo, sia che si spinga verso la complessità della pittura acrilica sulla tela, sia che liberi il suo spirito nel ritmico decorativismo che ha caratterizzato per molti anni la sua ricerca sui tessuti, con la produzione di opere di particolare bellezza e complessità».
 “Etna” 1990 acrilici su cartone cm 110 x 110

Mentre Carla Guidi elogia la notevole maestria del nostro artista

« … nel disegno su carta o su altri supporti, il puro segno grafico anatomicamente corretto e ironicamente distorto in narrazioni pungenti e poetiche, arricchito da leggeri tratti di colore…egli pratica quindi un parlare senza parole, come nella migliore tradizione della pittura, anche se la tendenza rimane quella di far vivere e rendere estremamente comunicativi questi personaggi che sembrano uscire dalla tela o dalla carta ed avvicinare il pubblico, lo guardano e lo sfidano, fanno smorfie mentre i loro corpi partecipano alla tessitura dell’insieme».
 “Sensazioni” 1997 libro d’artista carte dipinte cm 73 x 110

Naturalmente questo non è che un punto d’approdo (sicuramente temporaneo, vista l’inesauribile creatività di Molinari) di una lunga, proficua e per qualche verso solitaria carriera di uno dei più importanti artisti italiani contemporanei, che se non ha finora ottenuto i riconoscimenti che merita, (anche se su di lui si sono espressi positivamente alcuni tra i massimi critici d’arte italiani, da Luciano Caramel, a Carlo Fabrizio Carli, da Giorgio Di Genova a Mirella Bentivoglio, da Maurizio Vitiello a Lorenzo Canova, e dalle stesse Claudia Zaccagnini e Carla Guidi, solo per citarne alcuni) questo lo si deve proprio al suo spirito indipendente e al di fuori dei troppi “ismi” che hanno caratterizzato, e per certi versi, a volte anche infestato, il panorama artistico italiano.Ma questo ha avuto anche un suo risvolto positivo perché ne ha mantenuta intatta la purezza del segno e la libertà di pensiero, tesa sempre a coniugare la lezione del passato con la nostra modernità.

A questo proposito Luciano Caramel scriveva come vada innanzi tutto considerata

«l’estraneità di Molinari a nostalgie storicistiche. Molinari non intende da un canto appiattirsi sulla citazione dell’antico in quanto tale né, dall’altro, privilegiare una direttrice analitica che escluda funzionalità ad essa estranee. Neppure, però, va aggiunto, la sua scelta è di ordine ideologico, fondata su presupposti e motivazioni pregiudiziali al fare artistico: il passato e le idealità che lo segnarono non sono per Molinari dei modelli ispiratori, oppure da far rivivere, o anche solo da compiangere».    

Mentre Sandro Bongiani osserva come il percorso di Mauro Molinari, in circa un cinquantennio di lavoro, sia

«contrassegnato da cicli diversi, come quelli dedicati all’informale, alla poesia visiva, ai libri d’artista, alla reinterpretazione degli antichi motivi tessili e nell’ultimo quindicennio al racconto della realtà urbana. Una lunga e appassionata ricerca contrassegnata da momenti diversi, tra filo, trama, intreccio e contrappunto, con un’attenzione assidua sulla presenza che apre un varco nel tempo e sul vuoto spaziale in un intreccio di momenti e tempi diversi, alla ricerca della relazione e dell’equilibrio per manifestarsi. Alla fine, l’intreccio diviene filo conduttore di storie e di significati che si dipanano in un viaggio carico di suggestioni e vibrazioni poetiche suggerite per frammenti di senso».

E lo stesso Molinari definiva la sua poetica

«un universo assai complesso dettato da una specifica motivazione alla ricerca dell’invenzione creativa e dell’interpretazione fantastica. Il tutto avviene in decenni anni di lavoro con una pittura lieve e insostanziale che si deposita sulla pelle velata e fragile della carta per divenire sfuggente apparizione»

o sulle non meno fragili trame delle stoffe e dei paramenti sacri, altro terreno ideale per la sua produzione. Essa veniva così riassunta, nella sua proverbiale capacità di sintesi, da Giorgio Di Genova nel 2007:

«Nella cera e acquarello del 1994 Etna (vedi fig. 1 ndA) la riemersione del segno, anche con esiti capillari, viene messa al servizio del gesto e del frottage ed è la svolta che fa maturare i segni in trame a fiorami e collateralità, che dapprima si rivolgono alle decorazioni pavimentali o a frammenti di affreschi (Villa Magna, Poliziano, 1995; Impruneta, 1996) e poi agli orditi dei tessuti italiani e stranieri, su cui l’artista concentra la sua ricerca filologica, dopo la folgorazione avuta da una mostra romana di tessuti damascati del passato, allestita dalla Galleria Pulchrum di via Giulia. I fiorami e gli altri motivi prendono il posto delle sillabe e parole precedentemente inserite sul campo pittorico. Ed anche se ormai la rotta del “navegar pitoresco” di Molinari è fissata sui mari degli Orditi & Trame, egli non evita di concedersi alcuni scali in qualche isola, o meglio, atollo, tipo il libro d’artista non sfogliabile Sensazioni del 1997, nel quale il lettering dei precedenti lavori per metamorfosi esecutiva si fa scrittura segnica, aggrovigliata sulle superfici come intricatissime venature vegetali… Ed i tessuti sacri irrompono nel molinariano universo degli Orditi & Trame con la serie delle pianete scolpite in legno ricoperto da carte incise e dipinte, esposte in varie sedi a cominciare dall’Abbazia di Fossanova col titolo di Stellae errantes, titolo che rimandava al viaggio, in quanto riferito in sottinteso ai pianeti, termine derivato dal greco planetes (= corpi celesti erranti, vaganti), e nel contempo all’antica sopraveste romana del viandante».

Si tratta di un memorabile ciclo di lavori scultorei esposti per la prima volta in occasione del Giubileo del 2000 e dedicati a quella che il vescovo di Velletri Apicella ha definito una delle vesti liturgiche più belle e cariche di significato simbolico, la Pianeta appunto.

 “Pianeta Genovese” XVII sec. 1998 carte dipinte cm 110 x 73 x 7
 “Pianeta napoletana” XVII sec. 1998 carte dipinte cm 114 x 62 x 7

Sono lavori, poi riassunti in una retrospettiva del 2017 che comprende opere dal 1990 al 2006, che ci colpiscono per la loro modernità ma insieme con il loro rispetto per la tradizione storica. E’ ancora Luciano Caramel a sottolineare come per Molinari

«un tessuto della metà del Trecento o del tardo Quattrocento, non diversamente da un dipinto o da una scultura di quelle stesse congiunture epocali, è per l’artista da valutare sì nel suo essere presente oggi, ma anche nella costitutiva duplicità che gli deriva dal suo essere stato eseguito nel passato. Ed è dall’interazione, dal dialogo, di questi due livelli che scaturisce la nuova realtà, oggi, di quegli oggetti, attivi su di noi con la loro diretta, fisica astanza e insieme con retaggio di altre epoche in loro incarnato. Ne discende l’assunto di un uso partecipato del cosiddetto bene culturale, da proteggere, certo, da restaurare e conservare nel modo migliore, ma da non trasformare in feticcio, in morta reliquia di uno ieri vissuto come qualcosa di irrimediabilmente estinto».

Ebbene queste pianete, apparentemente leggere come tessuti, sono in realtà delle sculture in legno che della stoffa mantengono l’eleganza ritmica del segno ma delle statue hanno la corporea fisicità: e si passa dalla floreale esuberanza delle Pianete genovese e napoletana della fine degli anni ’90 alla zoomorfica aggressività dei due mostri alati de I Guardiani del 2000 o della ripetitività quasi ossessiva degli uccelli in Mediterraneo del 2004.

 “I Guardiani” 2000 libro d’artista XI sec. cm 98 x 88 x 8
 “Mediterraneo” 2004 installazione 16 moduli carte dipinte cm 170 x 170 x 5

Ma i materiali per Molinari sono intercambiabili tanto da fare del Nostro A. uno dei protagonisti e fondatori  della Fiber Art italiana e le ricerche iniziali degli anni Sessanta  dell’informale e della poesia visiva si evolvono negli anni Novanta in un  repertorio di motivi tessili, come osserva sempre Bongiani: «dai lampassi broccati ai damaschi, dal tessuto italiano antico (fiorentino, comasco, genovese, veneziano, lucchese, siciliano), al  motivo tessile spagnolo, inglese, indiano e cinese della seta a garza. Una vasta varietà di motivi tessili che abbracciano svariati periodi storici; dal tessuto cinese del III sec. a.C. ai motivi europei che vanno dall’XI sec. fino al XIX secolo. Da essi recupera con i disegni su carta, con gli acquerelli e gli acrilici, frammenti di figure, animali, alberi e qualsiasi sorta di “immaginario fantastico” e “gentile” che poi inserisce su tavole di legno o su tela». Una passione per i tessuti che nel Nostro ha anche origini familiari, essendo il padre un commerciante di tessuti e poi proprietario con la moglie di un atelier di moda.

Ma Molinari è “sperimentatore” per antonomasia e in parallelo o subito in successione con queste ricerche “tessili” e dove il corpo umano è completamente assente, nel ciclo Plays con opere dal 2007 al 2017 egli muta completamente registro, almeno apparentemente, perché come osserva Carlo Fabrizio Carli con un sottile gioco di parole egli non perde mai il filo, un filo rosso di continuità interna:

«Così ecco Molinari trascorrere da una poetica del segno in un contesto informale, allo studio di antichi tessuti, percepiti beninteso non come avrebbero potuto interessare uno storico dell’arte tessile, ma un artista visivo contemporaneo»
7 “Plays” 2009 acrilici cm 100 x 210

per approdare infine a questa serie di tele che mantengono l’iniziale eleganza del segno e il tumultuoso proliferare degli oggetti, che però divengono a tutti gli effetti figure umane, brandelli di un racconto che si snoda nello spazio e nel tempo.

Nell’ironica Cagnara delle sagome nere di cani inferociti danzano intorno ad un’automobile fluttuante nell’aria, mentre in Babele la mitica torre diventa un claustrofobico palazzone in stile sovietico dalle cui finestre si affacciano giganteschi volti o piuttosto maschere alla Joker e una sagoma nera di un poliziotto si inerpica su per le scale, chiamato forse da un telefono che campeggia in basso in primo piano.

 “La Cagnara” 2010 acrilici su tela cm 150 x 200
Babele” 2010 acrilici su tela cm 150 x 100

Certo un amaro umorismo, che non a caso ho definito brechtiano all’inizio di questo scritto, anima le sue composizioni, e così in Casa del Jazz le figure divengono ormai più grandi degli edifici alle loro spalle,

 “Casa del Jazz” 2013 acrilici su tela cm 100 x 150

mentre nel Palleggio una serie di casermoni marroni fa da sfondo ad un improbabile partita di calcetto ormai giunta a termine;

Il Palleggio” 2015 acrilici su tela cm 80 x 100

rimessi i vestiti di lavoro gli strani palleggiatori divengono tristi impiegati dalle corna satiresche in Untlited.

Untitled” 2016 acrilici su tela cm 80 x 100

E rientrati nelle loro case un uomo e una donna si voltano entrambi dall’altro lato rifiutandosi di comunicare in Incomprensioni.

Incomprensioni” 2017 acrilici su tela cm 100 x 150

Si tratta di una serie di dipinti che pur essendo stati eseguiti a distanza di anni vanno comunque letti come pagine di un unico racconto, o se si preferisce di una sceneggiatura cinematografica degna del migliore Virzì e dei già citati fratelli D’Innocenzo, o se vogliamo attribuirgli più nobili origini, della brechtiana poetica dello “straniamento”, o verfremdungseffekt. Cioè dell’elemento centrale di quello che lo stesso drammaturgo definiva “teatro epico”, mirante a contrastare l’immedesimazione dello spettatore nello spettacolo cui assisteva e stimolare invece una riflessione critica della realtà. Non bisogna cioè suscitare emozioni ma indurre lo spettatore ad uno “stupore razionale” che lo stimoli anche a riflettere criticamente sulla realtà che lo circonda. Ed è proprio quello che Molinari intende fare con la sua arte.

Pittore figurativo, certo, perché le figure, i paesaggi urbani, per quanto “stranianti” sono comunque i protagonisti delle sue tele, ma anche pittore astratto, perché le stesse figure e gli stessi paesaggi assumono spesso il valore di puri giochi decorativi, come sospesi nel fluttuare di una dimensione onirica o se si preferisce, poetico-letteraria, tanto che molti dei suoi dipinti potrebbero definirsi una sorta di poesie o ballate per immagini. Del resto, quello del rapporto tra poesia e pittura è un tema quanto mai antico e da me sviluppato in molti mei scritti che qui si riassumono. Il paragone, come è noto, ha avuto già nell’Ars Poetica di Orazio la sua definizione più celebre e pregnante, quella di ut pictura poësis, per l’appunto. Tema ampiamente ripreso nel Rinascimento quando l’assimilazione al poeta serviva all’artista figurativo anche per rivendicare appieno il proprio ruolo intellettuale, affrancando così la propria attività da ogni equiparazione con le arti meccaniche. In epoca assai più recente, poi, quando la funzione intellettuale della pittura non è stata più messa in discussione, il rapporto tra quest’ultima e la poesia ha paradossalmente rovesciato il suo assunto iniziale, divenendo così sinonimo non di razionalità e pregnanza concettuale ma al contrario di pura emozionalità. Per l’estetica crociana, ad esempio, tanto più in un’opera d’arte vi è “poesia” quanto più il suo autore rinuncia ad ogni impalcatura di tipo intellettuale e si abbandona alla propria ispirazione fantastica e alla propria intuizione lirica. Oggi possiamo finalmente ricomporre questo dualismo e riconoscere che tra razionalità e fantasia, o, per dirla in altri termini, tra ragione e sentimento, non vi è alcuna incompatibilità o dualismo e che entrambi questi elementi sono necessari per la perfetta riuscita di un’opera d’arte. Ma oggi si è ricomposto anche l’altro grande elemento di contrasto cui facevo prima riferimento, quello tra intellettualità e manualità, tra idea e prassi. Tramontata infatti la grande utopia dell’arte concettuale si è tornati ad apprezzare in un’opera d’arte la cura fattuale, possiamo ormai anche dire artigianale, con cui essa è eseguita, come proprio Molinari, anche con la sua Fiber Art, ci dimostra.

Come per molti dei pittori italiani della generazione nata negli anni Cinquanta e Sessanta anche per Molinari il ritorno alla pittura passa attraverso un linguaggio visivo di immediata e direi anche sensoriale comprensione, e che si contrappone alla freddezza dell’emarginazione dell’esercizio manuale compiuto dall’arte concettuale, ma senza più quegli intenti polemici della generazione precedente. Già Matisse, del resto, riteneva che distinguere le varie forme di arte che nascono da presupposti comuni legati alla sensazione visiva sia insensato. Oggi la pittura figurativa mostra nuovi sviluppi e possibilità linguistiche ed espressive, rivolgendosi ad un pubblico di massa. Al giorno d’oggi, comunque, scolpire una figura umana o dipingere una natura morta o un paesaggio è attuale tanto quanto esporre una installazione concettuale. Così come un dipinto o una statua completamente astratti possono esprimere una profonda ribellione contro la società contemporanea almeno quanto se non più di un’opera di forma e contenuto realistici. L’arte vive del resto del suo indissolubile rapporto tra mente e mano, tra lavoro e intelletto. Per tanto la vera distinzione non può più porsi tra artisti figurativi e artisti astratti o concettuali, ma tra coloro che sanno usare insieme la mente e la mano, qualsiasi tipo di arte facciano e coloro che non sanno farlo. Così come non vi è alcuna incompatibilità o dualismo tra razionalità e fantasia ed entrambi questi elementi sono necessari per la perfetta riuscita di un’opera d’arte.

Riprendendo l’analisi delle sue opere, occupiamoci ora della mostra del 2010 Congiunture al Museo Carlo Bilotti, presentata da Lorenzo Canova che sottolinea come

«Molinari abbia ormai a questa data trovato una sintesi nuova ed efficace che condensa, dona qualità e vigore alle sue esperienze precedenti, uno stile e un metodo compositivo dove la leggerezza dell’incisione e dell’acquerello si unisce a un elemento lineare, un contorno nero e severo memore della Pop Art, dove sono ben presenti gli interessi mediali dell’artista per certo fumetto internazionale d’autore, un ambito di riferimenti a cui appartiene anche la scelta di usare una campitura piatta e timbrica per molte sezioni dei quadri, su cui si inseriscono poi le incisioni, le trame policrome e pulsanti delle decorazioni nate dalle sue ricerche sui tessuti».

Le sue figure ora fluttuano spaesate e spaesanti nello spazio onirico immaginato dal pittore, ora si posizionano frontalmente per osservarci, ma è come se non ci potessero vedere, come bloccate in una dimensione extra spaziale ed extra temporale.

“Barocco Metropolitano” 2022 acrilici su tela cm 56 x 66

La più recente serie del Barocco Metropolitano è pervasa da una verve satirica e da una frenesia compositiva sempre più accentuata, che mantiene comunque un sottofondo di macabro umorismo in dipinti come Festa aziendale o Secret Service, entrambi tecnica mista su tela cm 80 x 100 del 2022:

il tutto reso con rara capacità disegnativa ed un esplosivo gusto cromatico che raggiunge l’apice nella recente serie dei Frammenti,entrambi tecnica mista su tela cm 70 x 50, del 2024

con quel richiamo alla Pop Art già anticipato da Canova e con quei fondi gialli, blu rosa caramello, viola, su cui si stagliano, quasi lacerti di manifesti alla Mimmo Rotella frammenti di volti e corpi umani, appunto. Il che fa di Mauro Molinari uno dei più interessanti, creativi e pluridisciplinari protagonisti dell’attuale panorama artistico italiano.

Sergio ROSSI  Roma  30 Novembre 2025