Figli della Terra e del cielo stellato. Parte II: “Senza le fiabe, senza i miti, senza le leggende, noi non saremmo nulla”.

di Isabel ADRIANI

Ma poi siamo davvero figli della Terra e del cielo stellato?

Lo intuiamo in certe notti, nei momenti di silenzio, davanti al mare, sotto una costellazione, nel volto di un bambino, nel suono di una musica antica, nella commozione improvvisa che ci coglie davanti a un’opera d’arte, a un tempio, a una verità che non sappiamo spiegare ma riconosciamo. Lo sappiamo quando siamo alti. Lo dimentichiamo quando cadiamo.

Ed è per questo che oggi mi rivolgo a voi, popoli dei pianeti prossimi o remoti, intelligenze custodi di altre memorie, esseri che forse hanno attraversato il tempo senza perdere il filo d’oro della coscienza. Mi rivolgo a voi non in nome della superbia terrestre, che sarebbe ridicola, ma in nome della nostra parte migliore: quella che ancora ricorda, ancora cerca, ancora invoca luce.

Abbiate pazienza con noi.

Siamo una specie strana: capace di scolpire il marmo come fosse carne viva e, nello stesso tempo, di devastare città; capace di comporre musica che sembra discendere da sfere perfette e, nello stesso tempo, di urlare parole di morte; capace di dipingere il cielo sulle volte e poi di scegliere ostinatamente il fango morale della guerra. Siamo doppi, incompiuti, intermittenti. Talvolta degni delle stelle, talvolta ancora prigionieri della pietra più grezza.

E tuttavia, se ci osservate, vi chiedo di non giudicarci soltanto dalle nostre convulsioni più basse. Non guardateci solo quando siamo in preda alla paura, all’avidità, alla volontà di dominio. Guardateci anche quando ricordiamo. Perché tutta la nostra dignità è lì: nella memoria.

Senza memoria nulla si crea. Nulla.

Senza memoria non esisterebbe la storia. Senza storia non esisterebbe identità. Senza identità non vi sarebbe civiltà. Se ogni uomo, al risveglio, dimenticasse tutto ciò che ha fatto il giorno prima, nessuna casa sarebbe edificata, nessuna parola avrebbe continuità, nessun amore potrebbe durare, nessuna arte potrebbe compiersi, nessuna scienza avanzare, nessun simbolo essere trasmesso. La memoria non è soltanto ricordo: è struttura dell’essere, architettura invisibile, fondamento di ogni creazione.

Forse proprio per questo i più evoluti tra voi — se davvero ci sono, se davvero ascoltano — hanno custodito la memoria come si custodisce il fuoco sacro. Forse siete giunti a tecnologie che a noi sembrerebbero prodigiose non per una semplice superiorità meccanica, ma perché non avete spezzato il legame tra conoscenza e coscienza, tra invenzione e sapienza, tra energia e responsabilità. Forse avete compreso ciò che qui sulla Terra molti ancora ignorano: che ogni vera ascesa tecnica, se non è accompagnata da un’ascesa interiore, diventa mostruosa. Ed è questo, temo, il nostro dramma presente.

Noi abbiamo strumenti potentissimi, ma una coscienza ancora incerta. Abbiamo velocità, ma non sempre direzione. Abbiamo informazione, ma non sempre verità. Abbiamo mezzi per collegarci con tutto, ma non abbiamo ancora imparato fino in fondo a collegarci con l’essenziale.

Vi confesso, da figlia della Terra e del cielo stellato, che a volte ho l’impressione che sul nostro pianeta si stia compiendo, consapevolmente o inconsapevolmente, un’opera di abbassamento generale delle vibrazioni. E uso questa parola in senso pieno: abbassare le vibrazioni significa nutrire costantemente l’uomo di paura, rumore, brutalità, cinismo, menzogna, volgarità, odio, fretta, disordine, smemoratezza. Significa tenerlo ancorato al gradino più basso, impedirgli di salire, di ricordare, di vedere. Significa renderlo incapace di riconoscere l’arrivo della luce anche quando la luce si avvicina.

Se io stessa fossi dentro una navicella, guardando certi spettacoli terrestri, forse direi: andiamocene via da questi matti. Lasciamoli ai loro deliri, alle loro guerre, alla loro arroganza, ai loro arsenali travestiti da diplomazia, ai loro troni fragili, alle loro paure trasformate in sistemi. Lasciamoli finché non avranno imparato a non confondere la forza con la violenza, il progresso con il rumore, la libertà con il caos.

Eppure non riesco a credere che questa sia tutta la verità. Perché noi non siamo solo questo.

Noi siamo anche coloro che hanno innalzato inni al sole, cercato il numero segreto delle armonie, celebrato i Misteri per ricordare che la vita visibile non è tutta la vita. Siamo il pianeta che ha generato Pitagora e Platone, i Misteri eleusini e le cattedrali, il Rinascimento e la musica che fa piangere chi l’ascolta senza sapere perché. Siamo la creatura che, pur cadendo, sa ancora alzare il volto verso le stelle e domandare: da dove veniamo davvero, e a quale altezza siamo destinati?

A volte, quando entro in un museo e guardo opere meravigliose o quando entro in un teatro e ascolto l’opera, sento con assoluta chiarezza che lì è custodito qualcosa che appartiene a un ordine superiore. C’è un canto — e solo alcuni lo comprendono davvero — che non si limita a essere musica: è rivelazione, è vibrazione pura, è soglia.

La Maddona con San Giovannino del Ghirlandaio con un Ufo sullo sfondo.
Ufo sullo sfondo.

Si dice che l’opera si senta la prima volta in modo irrevocabile: se piangi, se ti commuovi fino al punto di non saper più difendere il cuore, allora la amerai per sempre; se invece non senti nulla, forse non ci arriverai mai. È una frase severa, ma contiene una verità profonda: ci sono frequenze alle quali non si giunge per istruzione, ma per disposizione dell’anima.

Lo stesso accade davanti a un balletto che tocca veramente l’invisibile. Il corpo allora non pesa più: diventa segno, respiro, geometria, linguaggio dell’aria. E lo stesso accade quando un popolo scende in piazza con le sue tradizioni, con i suoi costumi, con i suoi canti, con le sue feste, con i suoi riti tramandati. In quei momenti non assistiamo a un semplice spettacolo folklorico: vediamo la memoria che si fa carne, la storia che torna a camminare, la comunità che si ricorda di sé. È un dono immenso. È la civiltà che si manifesta non come teoria, ma come presenza viva.

La Libertà che guida il popolo (1830) Eugène Delacroix, Parigi, museo del Louvre
La Libertà che guida il popolo (1830) Eugène Delacroix, part.

Perché senza le storie non saremmo nulla. Senza le fiabe, senza i miti, senza le leggende, noi non saremmo nulla. Le fiabe sono chiavi. I miti sono codici. Le leggende sono messaggi intellegibili della nostra umanità.

Ci raccontano chi siamo, quali paure ci abitano, quali desideri ci muovono, quali prove dobbiamo attraversare, quali ombre ci inseguono, quali salvezze attendiamo, quali metamorfosi siamo chiamati a compiere.

Le fiabe, i miti e le leggende non sono ingenuità infantili, né residui ornamentali di un passato superato. Sono codici. Sono mappe dell’anima. Sono archivi viventi della coscienza umana.

Anzi, se io fossi un essere venuto da un altro pianeta e volessi capire davvero la Terra, comincerei proprio da lì. Non dalle armi. Non dai trattati. Non dai discorsi ufficiali dei governanti. Non dai bilanci del potere. Comincerei da una fiaba per ogni popolo, da un mito per ogni civiltà, da una leggenda tramandata accanto al fuoco, da una storia cantata da una nonna, da una maschera rituale, da una festa antica. Mi basterebbe questo per capire moltissimo. Perché una fiaba dice di un popolo assai più di quanto non dicano molte dichiarazioni pubbliche: dice cosa teme, cosa sogna, cosa protegge, cosa considera sacro, come immagina il bene, quale volto attribuisce al male, che rapporto ha con il bosco, con la fame, con la regalità, con il sacrificio, con la morte, con la rinascita.

E i miti e le leggende, pur mutando nei nomi e nei paesaggi, ripetono nel fondo sempre le stesse verità, perché l’uomo, in fondo, non è cambiato. Ha gli stessi difetti, le stesse debolezze, le stesse tentazioni, ma anche le stesse qualità, le stesse possibilità di redenzione, lo stesso bisogno di significato, la stessa nostalgia di elevazione. Cambiano i vestiti della storia; non cambia il dramma dell’anima.

Per questo, se davvero voi ci osservate, popoli del cielo, vi prego di non fermarvi alla nostra parte peggiore. Non giudicateci solo dalle guerre, dalle aggressioni, dai governi miopi, dai linguaggi impoveriti, dal frastuono. Guardateci anche quando un soprano fa vibrare l’aria fino alle lacrime. Guardateci quando un danzatore attraversa il palco come se il corpo fosse diventato preghiera. Guardateci quando una festa popolare restituisce al popolo la sua memoria profonda. Guardateci quando una fiaba viene raccontata a un bambino e in quel momento, senza saperlo, si consegna un’intera civiltà al futuro.

Perché lì siamo veri. Lì siamo degni.

Ecco perché ciò che di più bello vorrei mostrare ad altri popoli non sarebbe la nostra forza materiale, ma ciò che di unico sappiamo generare quando siamo fedeli alla nostra parte più alta: un’aria d’opera che spacca il cuore, una piazza in festa che ricuce i secoli, una leggenda che attraversa le generazioni, una fiaba che custodisce una verità eterna sotto il velo dell’incanto, un popolo che, nel canto o nel rito, ricorda improvvisamente chi è.

Ma tutto questo si può spiegare davvero solo a chi possiede vibrazioni affini. Se non le hai, non c’è niente da fare. Puoi sentire la musica e non ascoltare nulla. Puoi assistere a una danza e vedere soltanto dei corpi in movimento. Puoi guardare una processione, un costume antico, una festa tradizionale, e non comprendere che lì si sta tramandando un’anima. Puoi leggere una fiaba e scambiarla per un racconto infantile, ignorando che dentro quella piccola storia è sepolta, e viva, una metafisica intera.

Per questo spero, con tutta la forza del cuore e dello spirito, che i nostri governanti arrivino un giorno a quel tipo di vibrazione senza la quale non comprenderanno mai né le civiltà superiori né, tanto meno, l’umanità stessa. Perché governare uomini senza capire la profondità dell’uomo significa amministrare soltanto corpi, paure, interessi, confini.

Ma l’uomo è anche memoria, simbolo, mito, lacrima, bellezza, slancio, canto, destino.

Chi non capisce questo non può capire nulla di essenziale. Non può capire né il cielo né la Terra. Non può capire né gli altri mondi né il proprio.

Noi siamo figli della Terra e del cielo stellato. Solo che ogni tanto ce lo dimentichiamo. E quando lo dimentichiamo, diventiamo pericolosi.

Quando invece lo ricordiamo, torniamo capaci di creare bellezza, e la bellezza è già una forma di pace, una forma di conoscenza, una forma di contatto con ciò che è più alto. Perché allora, davvero, noi non siamo soltanto terrestri.

Siamo pelle che ricorda la stella, polvere che serba una nostalgia di luce, voce che, pur ferita, tenta ancora il canto. E forse il nostro destino più alto è proprio questo: non dominare il cosmo, ma meritare di essere ascoltati da esso.

Finché quel giorno non verrà, continueremo a levare dalle nostre piazze, dai nostri teatri, dai nostri musei, dalle nostre leggende, dalle nostre rovine e dalle nostre speranze il medesimo antico appello: che la memoria non si spenga, che la bellezza non sia umiliata, che l’uomo si ricordi finalmente di essere nato non solo per abitare la terra, ma per alzare lo sguardo come diceva Kant le due cose più importanti per l’uomo sono il Cielo stellato sopra di noi e il senso morale dentro di noi.

E quando questo accadrà, forse anche il cielo, chinandosi senza rumore sopra la nostra fragile e meravigliosa dimora, riconoscerà in noi ciò che da sempre attendevamo di diventare:

figli della Terra e del cielo stellato e magari finalmente riusciremo …. “ a rivedere le stelle”.

Isabel ADRIANI  Reggio Emilia 19 Aprile 2026