“Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari”, il culto di due popoli tra “spazi liminari tra il noto e l’ignoto”, nella mostra a Venezia (Palazzo Ducale, fino al 29 Settembre).

di Debora GUSSON

Gli Etruschi e i Veneti rappresentano due delle civiltà più affascinanti e spiritualmente complesse dell’Italia preromana, unite da un legame dominante con la sfera del sacro, che influenzava ogni aspetto della vita pubblica e privata. I primi, in particolare, erano considerati dagli antichi il popolo più dedito alle pratiche religiose, eccellendo sia nell’arte di interpretare il volere divino attraverso la divinazione, sia nella costruzione di complessi templari monumentali.

Un tratto centrale che accomuna queste due genti è il culto delle acque, concepite non solo come risorsa economica, ma come veri e propri spazi liminari tra il noto e l’ignoto, dotati di poteri terapeutici e protettivi. Non è un caso che i santuari sorgessero spesso in corrispondenza di sorgenti, laghi o approdi marittimi, fungendo da punti d’incontro e favorendo il sincretismo religioso tra comunità italiche, greche e fenicie. In questo contesto, i porti emporici come Pyrgi in Etruria o Altino nel mondo veneto non erano semplici snodi commerciali, ma poli sacri posti sotto la tutela di divinità che garantivano la sicurezza dei naviganti e la correttezza degli scambi.

È proprio su questo suggestivo intreccio che si sviluppa l’esposizione ospitata a Palazzo Ducale a Venezia, intitolata “Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari” e curata da Chiara Squarcina e Margherita Tirelli.

1- Locandina della mostra

La rassegna, frutto di una virtuosa collaborazione tra la Fondazione Musei Civici di Venezia e la Fondazione Luigi Rovati, si distingue per lo straordinario rigore scientifico e il forte impatto visivo, tracciando un itinerario inedito attraverso la geografia del sacro nell’Italia del I millennio a.C.

Il fulcro dell’indagine resta l’acqua, principio purificatore e salvifico capace di connettere idealmente le vette delle Alpi al Mar Tirreno, mettendo a confronto la monumentalità dei santuari etruschi con le realtà lagunari e fluviali dei Veneti, ben rappresentate dal sito di Altino e dai luoghi di culto termale di Este e Abano.

Tra i pezzi forti che scandiscono il percorso spicca anzitutto la splendida testa femminile in terracotta di Leucotea (fig.2) (350 a.C. circa): rinvenuta a Pyrgi e scelta come icona dell’evento, incarna la “dea bianca” dell’alba, protettrice dei naviganti che emerge dalle spume del mare.

2 Testa in terracotta raffigurante la dea etrusca Leucotea proveniente dal santuario di Pyrgi

Accanto a essa si trovano i rivoluzionari Bronzi di San Casciano, provenienti dal Bagno Grande; tra questi, l’emblematico infante in fasce con il volto senile offre una straordinaria testimonianza della continuità dei culti salutiferi in ambiente termale tra l’epoca etrusca e quella romana. Viene inoltre esposto integralmente quello che è considerato il più antico deposito votivo noto in Etruria, legato a un culto all’aperto presso una sorgente, comprendente vasi d’impasto miniaturistici, ornamenti e piccoli bronzi risalenti all’Età del ferro.

Proseguendo il percorso, impossibile non notare una coppia di orecchini in oro con testa di Acheloo (fig.3) (fine del V secolo a.C.), provenienti dal Museo Archeologico Nazionale di Ferrara, che testimonia l’altissima perizia orafa etrusca e il profondo legame mitologico con le divinità fluviali.

3- Coppia di orecchini in oro

Di altrettanto fascino è il prezioso Bronzetto di Paride (fig.4) della prima metà del V secolo a.C., reperto chiave del Museo Archeologico Nazionale di Altino, che insieme a un disco bronzeo figurato del IV secolo a.C. (fig.5) custodito dai Musei Civici di Treviso, e al bronzetto della divinità cacciatrice (il cosiddetto Eracle da Contarina) del Museo di Adria, illustra la vibrante rete di scambi che animava questo emporio lagunare, aperto alle rotte mediterranee, centro-italiche e celtiche.

4- Bronzetto di Paride (fonte https://www.lemusenews.it/)
5-Disco bronzeo di Montebelluna rappresentante la Dea Reitia

Le lamine sbalzate e gli ex-voto anatomici (come le gambe femminili recanti iscrizioni dedicate alle Ninfe) sono lo specchio di richieste di guarigione e riti di passaggio legati alla fertilità, ma anche di pratiche suggestive come la defunzionalizzazione dei simpula, i mestoli rituali spezzati e gettati nelle sorgenti venete dopo l’uso.

Sempre dal contesto altinate proviene un importante lebete (un grande bacile, solitamente in bronzo o terracotta) che conserva incisa una rara formula votiva in lingua venetica. Di grande rilievo è anche il focus sulla dea fluviale Reitia, approfondito attraverso tavolette alfabetiche e stili per la scrittura (legati all’apprendimento sacro), oltre a fusaiole e pesi da telaio che richiamano l’attività della tessitura.

Il percorso non si limita alla sola esposizione dei reperti, ma si impegna a ricostruire il dialogo culturale tra le genti dell’Italia antica attraverso efficaci ricostruzioni, come quella dell’altare-podio di Marzabotto, e un ricco apparato iconografico che guida il visitatore a comprendere come il paesaggio naturale venisse sacralizzato attraverso l’architettura.

Il colore scelto per le pareti espositive è un bel tono di azzurro, reso con pennellate materiche: una scelta cromatica che evoca la fluidità stessa dell’acqua, avvolgendo il pubblico e proiettandolo direttamente in quella dimensione sacra e liminare. Un effetto amplificato dalle luci soffuse, che rende questa tappa a Palazzo Ducale un appuntamento imperdibile per scoprire le radici spirituali della nostra penisola.

Il dialogo tra la monumentalità dei templi e la devozione personale, fatta di dediche e strumenti sacri, trova infine la sua sintesi inaspettata nell’epilogo contemporaneo: il percorso culmina infatti con l’installazione “We are bodies of water” curata dalla Fondazione Bonotto. Si tratta di un imponente arazzo tessile realizzato con filati di materie plastiche riciclate dai rifiuti industriali che, unito a un avvolgente tappeto sonoro, attualizza l’ancestrale tema idrico, proiettando il visitatore dalle antiche divinità italiche alle sfide ambientali dell’odierna laguna veneziana.

Questa importante esposizione ha il grande merito di ricordarci quanto l’Italia antica fosse un mondo interconnesso, dove la religione fungeva da terreno comune per instaurare relazioni, alleanze e forme di condivisione tra popoli diversi.

La mostra è visitabile fino al 29 Settembre 2026 presso Palazzo Ducale, Appartamento del Doge.

Debora GUSSON,  Venezia 5 Luglio 2026