Edgar Morin: “E’ sempre un bene parlare di ciò che si ama”. La scomparsa del filosofo della complessità.

di Marcello AITIANI

Edgar Morin ha amato la vita e per tutta l’esistenza ne ha esplorato le sfaccettature e ne ha parlato. Ormai prossimo al suo centesimo quinto compleanno si è spento a Parigi lo scorso 29 maggio. La sua morte, per quanto non sorprendente vista la sua eccezionale età, ci tocca e colpisce.

Mauro Ceruti, professore emerito di Filosofia della Scienza alla Iulm di Milano, tra i pionieri dell’elaborazione di un pensiero complesso, amico del grande pensatore francese e più volte con lui coautore di libri, ha appena scritto:

«Nella sua scrittura diaristica e saggistica, fra le più alte della letteratura francese, ha raccontato l’essere umano non come il “microcosmo” della visione moderna, posto nel cuore del cosmo, bensì come la scheggia infinitesimale di un’esplosione cosmica, impenetrabile nel suo mistero, ma la cui esplorazione ci è consegnata come destino. Ed è proprio nelle autoriflessioni sulla sua vicenda personale che si disvelano il germe e il senso profondo della sua filosofia della complessità, elaborata con la monumentale e geniale opera in sei volumi Il metodo» [1].

In tanti, anche nei vari mondi della cultura, sentiremo la sua mancanza, ma la sua presenza, stante la ricca eredità di pensiero che lascia in tempi così difficili, tragici, incerti e bisognosi di menti illuminate e coraggiose, perdurerà.

Fra i tanti libri dedicati a Edgar Morin, mi piace qui ricordare la pubblicazione Cento Edgar Morin [2], la cui architettura compositiva – edificata con l’intreccio di numerose voci diverse, multidisciplinari, sovrapposte e simultanee come in un contrappunto musicale – incarna la “poetica”, l’Unitas multiplex di Morin, il suo sentire estetico che non esclude ma coesiste col vedere della ragione (ἰδεῖν). Invece la modernità, e oggi nuove e più esasperate posizioni della surmodernità, hanno fatto scivolare la razionalità lungo il piano inclinato di uno scientismo della quantità dai risultati potenti ma rivelatisi anche distruttivi, insufficienti nella realtà talvolta invivibile delle nostre singolari esistenze e dei popoli.  

Edita da Mimesis e curata da Ceruti, la pubblicazione era uscita il 24 giugno 2021 per festeggiare e omaggiare i cento anni di un intellettuale così straordinario e di fama mondiale con riflessioni e testimonianze di «cento voci diverse, espressioni di una ricca molteplicità di campi del sapere, delle professioni, delle arti e della vita politica e culturale» [3]. Un omaggio che scavalca, come si sottolinea nella prefazione, i confini nazionali, ma che comunque sottolinea il particolare legame di Morin, nome alla nascita Edgar Nahoum, per il nostro paese.

I suoi avi si erano stabiliti a Livorno nel 1492, al tempo della diaspora sefardita dalla Spagna e, a parte questo, ha sempre avvertito una grande attrazione per i nostri territori umani e culturali, tanto da dichiarare che «Alla fine della guerra, l’Italia fu il mio primo desiderio, il primo luogo dove fare un viaggio. Fin dall’infanzia cantava in me l’aria di Mignon nell’opera di Ambroise Thomas, come se quest’aria mi regalasse la nostalgia di un paese natale perduto» [4].

L’espressione di questo desiderio è tanto più rivelante, se ricordiamo che questa tragedia lirica di Thomas è spirata al Wilhelm Meister di Wolfgang von Goethe nel quale la figura della giovane Mignon, misteriosa e innocente, incarna la struggente nostalgia per l’Italia, sua terra d’origine.

AboutArt online”, che ospita questo scritto, è prevalentemente legata al mondo dell’espressione estetica, di cui per altro sono parte; aggiungerò pertanto alcuni accenni sull’attenzione di Morin per le arti e anche, molto sinteticamente, su aspetti più ampi che ritengo non possano essere ignorati da quanti, a vario titolo, di arte si occupano.

Oltre alle parole su riportate, in varie occasioni Morin ha scritto del suo grande interesse per le arti visive, musicali e letterarie; per il cinema e il teatro, affrontando anche il tema controverso delle industrie culturali della contemporaneità, sempre rimarcando la complessità che tutte le attraversa ed esistenzialmente avvertendo la loro relazione con l’umano. Temi non affrontabili in poche righe; mi piace riportare almeno alcune sue parole dal libro Sull’estetica, edito in Italia non molti anni fa, dove osserva:

«Musica, poesia, letteratura sono rimaste presenti, attive, radioattive, feconde, per tutta la mia vita. […] Romanzi, poemi, opere musicali, dipinti mi hanno sempre sconvolto e hanno fatto irruzione nelle mie relazioni, rinnovando così il loro incanto ai mei occhi.
È sempre un bene parlare di ciò che si ama. […]
L’estetica, prima di essere il carattere proprio dell’arte, è un dato fondamentale della sensibilità umana. […] La vita umana è bipolarizzata tra la sua parte prosaica – facciamo cose per obbligo e senza piacere – e la sua parte poetica in cui, al contrario, sbocciamo, ci sentiamo in comunione.
Tutto ciò che è estetico è un elemento integrato e integrante della parte poetica della vita.» [5].  

Queste considerazioni mi sembrano particolarmente attuali e rilevanti.

Dal Settecento (periodizzando un po’ schematicamente) abbiamo confinato l’estetica nell’idea di bellezza, soprattutto in relazione ad opere e oggetti artistici presenti nei nostri magnifici palazzi storici e in Musei (che per fortuna ancora esistono!), troppo spesso tuttavia ridotti a riserve dell’imbalsamazione da gestire in un’ottica commerciale, che è alla base di un overtourism insostenibile.

Abbiamo perduto il significato originario, greco, della parola “estetica”, dal verbo aisthánomai: percepire, sentire attraverso i sensi. Si è invece conservato quello del suo contrario: “anestetica” che indica la perdita della capacità del sentire, di avere relazioni col mondo. Privazione molto gradita quando ad esempio, come ha notato Ceruti, siamo dal dentista, il cui anestetico ci toglie la sensibilità alla relazione col trapano, e invece desolante quando, an-estetizzati, viviamo a nostra insaputa, estranei a noi stessi, svuotati e ridotti a zombi per la perdita di relazione con la nostra interiorità e con gli altri.  Ormai sappiamo che l’io fiorisce solo attraverso le relazioni.

M. Aitiani, Frattali di Connemarana. A Benoît Mandelbrot

Non è allora casuale che in questo contesto sociale – che pare fatto per narcotizzarci – insensatezza e morte siano così presenti anche nei mondi artistici.

A parte casi come quello del dentista, conviene eliminare la negazione an- e tornare all’estetica, cominciare a riattivare una sensibilità delle relazioni. Ripresa che non ci sarà se non trasformiamo il nostro sguardo sul mondo aprendoci a una visione complessa, se non impariamo… un modo nuovo d’imparare. Capacità tanto più necessaria nell’infosfera in cui siamo immersi, bolla di informazioni e dati sottratti alla nostra privatezza, con la potenza delle così dette Intelligenze Artificiali, da chi le detiene.

Sono i dati a influenzarci e non i fatti e le cose concrete. I corpi reali scompaiono, come le opere d’arte, «e alla fine restano solo voci incorporee, vagabonde, senza meta», scrive il filosofo Byung-Chul Han. «La digitalizzazione derealizza, disincarna il mondo» [6].

A mio parere questo non è un destino già scritto, ed è comunque evidente quanto sia importante ragionare da una prospettiva complessa sui fenomeni accennati e (in particolare per la I.A.), approfondire la conoscenza dei suoi meccanismi profondi, della sua tecno-logica, prima ancora delle procedure di utilizzazione.

L’arte, tutte le arti, dovrebbero, a mio parere, recuperare il senso di una simile complessità superando le prigioni di un arido concettualismo, di un mero divertimento pubblicitario e d’evasione, di un vuoto sensazionalismo scenografico – finanziario.

M. Aitiani,Trinità dinamica dell’UNO
«La grande arte – scrive ancora Morin – ci dà l’emozione estetica che ci fa vedere in faccia la tragedia umana permettendoci di sopportarla e di affrontarla. […] C’è sempre un pensiero nelle grandi opere d’arte. […] Talvolta il pensiero, invisibile in superficie, appare solo se si guarda in profondità» [7].

Riporto qualche brano dallo scritto che gli avevo dedicato nel giugno del 2021, che sento oggi, dopo la sua morte, ancora più attuale.

«Cambiare stereotipi mentali spesso inconsapevoli è molto difficile; serve tempo e presenza di molteplici condizioni culturali e pratiche. Da decenni Edgar Morin sente e ci segnala quanto sia rilevante “sostituire un pensiero che separa e che riduce con un pensiero che distingue e che collega. Non si tratta di abbandonare la conoscenza delle parti per la Conoscenza delle totalità, né l’analisi per la sintesi: si deve coniugarle” (I sette saperi, p.46).

È una modalità importante, perché una conoscenza sbriciolata si acceca con la sua cultura e genera miraggi di razionalità non ragionevole, una ragione strumentale che induce distruzione e malessere.

Davvero è indispensabile educare soprattutto i giovani al paradigma della complessità, per liberare la mente e l’immaginario; per passare dal pensiero frantumato al pensiero della “reliance” (neologismo di Morin, crasi dei termini relier, collegare, legare, e alliance alleanza).

Un’arte consapevole dei caratteri del nostro tempo non può che proporre una simile prospettiva che guarda all’uomo nella sua complessità, esprimendo ciò che ne agita e rasserena il cuore; un fare estetico attento anche al dialogo fra i linguaggi e all’armonia tra i saperi. Un’arte come quella da sempre collegata ai luoghi dell’esistere […]. Arte che sente la gioia e il dolore, la grandezza e le fragilità umane, che guarda la realtà e la proietta in un mondo diverso e desiderato, nel quale una comunità si riconosce e si unisce.

In questo ritrovarsi implicata nella realtà e nel suo alter ego immaginato è anche la possibilità per ri-crearla in parte. La realtà infatti non è un mero dato oggettivo: anche i nostri errori, desideri e azioni la configurano e tutte le arti, tecnologiche e della tradizione, in modi diversi possono aiutare, proiettando i nostri sogni e oggettivandoli; così, come ha scritto Edgar Morin, “essi ritorneranno nella nostra vita da desti per modellarla, per insegnarci a vivere o a non vivere. Noi li riassimiliamo, socializzati, utili, oppure essi si perdono in noi, noi ci perdiamo in essi. Eccoli, ectoplasmi immagazzinati, corpi astrali che si nutrono delle nostre persone e ci nutrono, archivi d’anima… Bisognerà tentare di interrogarli – vale a dire di reintegrare l’immaginario nella realtà dell’uomo” (Il cinema o l’uomo immaginario, p. 212)”.

Ho sempre avvertito, anche per l’influsso della musica, della poesia, della pittura, un simile sentimento. Dapprima oscuramente e in contrasto con il pensiero dominante che ripetutamente mi spingeva verso la scelta di un’attività specialistica che mi identificasse facilmente. Resistere non è stato facile, da giovane soprattutto. Figure come quella di Edgar Morin sono state una guida nel nostro tempo, e anche per me di grande importanza, per sostenere il mio sogno, farlo maturare e nutrirlo con nuove visioni e vie» [8].

La sua vita, così piena, coraggiosa e costruttiva è giunta al compimento. Sta ora a tutti noi – secondo le proprie specificità – custodire, coltivare e condividere l’eredità del suo ricco sguardo sul mistero della vita.

Marcello AITIANI  Siena, 31 Maggio 2026

Marcello Aitiani.Pittore e musicista, già docente a contratto di Semiotica nella Facoltà di Architettura dell’Università di Firenze e di Educazione all’immagine nella Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Cagliari

NOTE

[1] Mauro Ceruti, L’umanista globale, in “Corriere della Sera”, Terza pagina – Cultura, domenica 31 maggio 2026.
[2] Cento Edgar Morin. 100 firme italiane per i 100 anni dell’umanista planetario, a cura di Mauro Ceruti (con Gianluca Bocchi, Giuseppe Gembillo, Sergio Manghi, Alessandro Mariani, Oscar Nicolaus, Chiara Simonigh), Mimesis Edizioni, Milano – Udine, 2021.
[3] Nella prefazione di Cento Edgar Morin, firmata da Mauro Ceruti insieme agli altri sei studiosi che lo hanno coadiuvato, p. 13 – 14.
[4] Edgar Morin, I ricordi mi vengono incontro, in Cento Edgar Morin, p. 15.
[5] Edgar Morin, Sull’estetica, Raffaello Cortina Editore (edizione italiana a cura di Francesco Bellusci), Milano 2019, p. 9 – 12.
[6] Byung-Chul Han, Le non cose. Come abbiamo smesso di vivere il reale, traduzione italiana di Simone Aglan Buttazzi, Einaudi, Torino 2023, p. 4.
[7] Edgar Morin, Sull’estetica, op cit., pag.110
[8] Marcello Aitiani, L’arte della relianza, in Cento Edgar Morin, cit., p. 69 -71.