di Massimo PULINI
Eclissi di Maddalena

Che nel mercato antiquario circolino dei dipinti tagliati a pezzi non è una novità a cui dare particolare rilievo e a chi opera nel mondo dell’arte non desta stupore incontrare teste di apostoli che rivolgono uno sguardo laterale o che tradiscono l’espressione concentrata di chi sta conversando con un commensale invisibile. Lo spezzatino delle Ultime Cene, solo per fare un esempio, divenne una prassi abituale nella prima metà dell’Ottocento.
Mi spiego meglio: in seguito alle soppressioni napoleoniche degli ordini religiosi (1796) vennero smantellati e razziati, in una buona parte della penisola, conventi, confraternite e monasteri, e venne riversata sul mercato privato una immensa quantità di opere d’arte a tema sacro. Diverse di queste subirono amputazioni per rendere più commerciabili (e talvolta anche per rendere meno riconoscibili) certi dipinti nati per funzioni liturgiche. Una macelleria che nemmeno il tempo e le amorevoli cure di collezionisti, studiosi o di molti antiquari in buona fede hanno potuto lenire, in questi decenni di maggiore coscienza.
Si può perfino affermare che quel che oggi chiamiamo mercato antiquario sia nato in quel frangente epocale e sanguinario; quell’editto scaturito dalla rivoluzione francese rappresenta tuttora la più marcata frattura che la storia dell’arte occidentale abbia dovuto sopportare.
Fu un cataclisma che provocò diaspore insanate nel patrimonio culturale italiano; dispersioni incalcolabili e flussi migratori di dipinti, sculture e oggetti rituali che ritroviamo ora sparsi in ogni parte del mondo. Si annidano in collezioni private, nei palazzi di campagna di certe famiglie aristocratiche inglesi o nei musei delle nazioni più ricche e soprattutto in quelle, che al tempo furono più veloci di altre nell’approfittare dello sfollamento di quell’immenso tesoro della nostra terra.
Questa premessa, un po’ scontata lo ammetto, mi serviva a introduzione di un fatto che invece è abbastanza singolare.

Il 28 aprile 2026 verrà battuto a Vienna, nella casa d’aste Dorotheum, un quadro di Artemisia Gentileschi. Non parlo di un ‘normale’ dipinto dei tanti che il mercato internazionale attribuisce (non sempre con pertinenza), alla geniale artista romana. Si tratta invece di una Maddalena a figura intera, alla quale è stato tagliato brutalmente, da mano ignota e in epoca remota, un rettangolo di tela col busto della santa. La casa d’aste ipotizza che questo ‘strappo’ sia avvenuto durante il concitato epilogo della seconda guerra mondiale.
In sostanza l’opera si trova priva del fulcro rappresentativo del quadro, che era costituito dal volto e dalla parte superiore del corpo della giovane donna. Malgrado la rude finestra oscurata il dipinto presenta ancora, nel suo antico splendore, la restante fisicità della santa, esaltata dalle vesti seriche e dorate, gonfie e riccamente rifinite.
Si tratta infatti del particolare episodio della Conversione di Maria Maddalena che l’artista aveva immaginato alla toletta, davanti allo specchio e attorniata da monili e gioie che, fino a quel momento della sua vita, dovevano corredare il mestiere di prostituta.
Il mistero creato da una decurtazione così perentoria è in qualche misura diminuito dal fatto che, nelle Gallerie di Palazzo Pitti, si conserva una versione integra, anche se si possono registrare alcune varianti compositive e ognuna delle due opere mostra una propria autonomia di stesura e di disegno. È tuttavia innegabile che l’impostazione iconografica sia analoga.

Non siamo del tutto sicuri che la parte tagliata continuasse tale similitudine, nulla esclude portasse una differente torsione del busto, del volto o della mano destra. Quasi certa è la scapigliatura autobiografica che Artemisia metteva sempre in quella fase del suo stile.
Nei singolari rimandi scaturiti dal confronto tra le due redazioni vi sono le scritte che appaiono nell’esemplare fiorentino. Una di queste riguarda la firma – ARTEMISIA LOMI – apposta sul legno della sedia in caratteri maiuscoletti e con eleganti svolazzi, ma è la seconda iscrizione latina che acquista un duplice significato, nell’accostamento col ‘nuovo’ dipinto. OPTIMAM PARTEM ELEGIT – che vediamo sulla cornice dello specchio poggiato sul tavolo, rimanda al passo del vangelo di Luca nel quale Gesù rispondendo a Marta, sorella di Maddalena, le dice:
Tu ti affanni e ti inquieti per troppe cose. Ma una sola è necessaria. Maria ha scelto la parte migliore che non le sarà tolta (Luca 10,42).
Il riferimento è alla via della penitenza, ma alla luce della decurtazione e ai nostri occhi moderni, il senso di quelle parole suona al pari di una beffa, se non di un aforisma filosofico. Qualcuno potrebbe dire che invece la parte migliore è stata tolta a Maddalena. Siamo davanti a una eclissi, come se la santa ci avesse voltato le spalle.
Cionondimeno lo scempio del taglio ha spinto a una radicalità concettuale il tema dell’abbandono della vanità, il rifiuto della bellezza vacua e anche la pratica della privazione come atto di penitenza.
Vi è un altro aspetto che sembra contribuire a questa interpretazione distorta eppure ficcante dell’opera mutila, una riflessione influenzata, come dire, dall’arte contemporanea. Mentre nella tela delle Gallerie Fiorentine lo specchio inquadra il collo della santa mostrando l’orecchino di perle, nella variante ‘viennese’ la mano sinistra della donna anziché sfiorare la cornice tocca direttamente il vetro dello specchio, con un gesto che equivale a un deciso allontanamento di quel simbolo estremo di vanità, ma anche a un raddoppiamento della mano.
Se è vero che i dipinti nascono come oggetti significanti e in quella dimensione formale e motivazionale trovano la loro ragione, è altrettanto assodato che la loro trasformazione, ad opera del tempo o per delitto di qualcuno, finisce per apportare ulteriori e diversi significati che non possiamo esimerci dal considerare. Spesso questi significati aggiuntivi viaggiano per conto loro, ma in questo caso sembrano intrecciarsi alle tematiche originali in un’enfasi favorita dal caso.
D’altro canto uno dei simboli universalmente riconosciuti della bellezza, la Nike di Samotracia, è acefala da tempo immemore e anzi, forse proprio per questo, ispiratrice di un anelito che solo la mancanza può esplicitare.
Spetta a Roberto Contini l’aver segnalato, già nel 2011, l’esistenza di questa versione. Lo studioso avanzò una datazione (tra il 1615-1618) che corrisponde al soggiorno fiorentino della pittrice e nella scheda redatta per la casa d’aste anche Riccardo Lattuada rimanda a connessioni con l’arte contemporanea, con gli omissis di Emilio Isgrò o con gli occultamenti di Rachel Whiteread.
Aggiungo qui anche i nomi di Nicola Samorì che ha fatto della ferita sull’immagine un proprio alfabeto o Gianluca Cosci che ha per lungo tempo operato sull’annullamento parziale della visione.
Resta il fatto che, forse dalla modernità leopardiana in poi, il limite all’interezza dello sguardo stimola oltremodo l’immaginazione e anche un trauma di questa natura estrema finisce per sollecitare riflessioni estetiche che non cesseranno di fiorire.
Massimo PULINI, Cesena, 8ì12 Aprile 2026

