di Rosario DAIDONE
Angelo Minghetti è considerato uno dei protagonisti della ceramica artistica italiana del XIX secolo al quale viene riconosciuto il merito di aver saputo coniugare la grande tradizione rinascimentale con le esigenze del collezionismo e del gusto eclettico dell’Ottocento.
Nato a Bologna nel 1822, iniziò la sua carriera lavorando come garzone e poi da decoratore in diverse fabbriche di stoviglie locali. Dopo aver approfondito l’alchimia della smaltatura nella nota fabbrica Finck, nel 1850 decise di mettersi in proprio aprendo a Bologna un piccolo laboratorio. Grazie alla sua straordinaria abilità tecnica e alla capacità di imitare gli stili del passato, la sua bottega attirò presto l’attenzione del pubblico amante della maiolica. Alla sua morte nel 1892, la fabbrica passò ai figli che la mantennero in vita fino al 1967.
La produzione di Minghetti, lontana dall’esercizio banale della replica tout court, ha come obbiettivo la reinterpretazione dei modelli antichi soprattutto nel modellato. Molte sue opere risultano così perfette da essere talvolta scambiate per pezzi autentici, ma, lontano dalla falsificazione di altri celebri imitatori, Minghetti onestamente firmava i suoi lavori con le iniziali del nome e del cognome unite ad un asterisco. (fig. N° 1)

Quasi cinque secoli Lo separano dal Laurana e dal busto di Eleonora d’Aragona che Minghetti volle pure interpretare. (FIG. N° 2)

Una coraggiosa spericolata rievocazione dell’irraggiungibile opera rinascimentale con il gusto e la mentalità dell’Ottocento. La principessa siciliana trasferita a Bologna indossa una veste ornata dei motivi delle maioliche antiche con la treccia dello scollo che si trova negli albarelli degli speziali del ‘600 come il nodo di Salomone e i puntini a fiore disegnati sulla cuffietta di tenue colore azzurrino. Nel volto bianco gli occhi dirigono lo sguardo verso il basso, modestia di fanciulla ottocentesca. Ma le labbra toccate di colore arancio hanno qualcosa di erotico. Se si schiudessero formerebbero parole di una donna comune estranee al linguaggio aristocratico.
Minghetti non può sfuggire al suo tempo. Nella sua opera affiora il gusto decadente della stagione post romantica. Nella forma e nelle dimensioni del naso si perde ancora l’autore giacché soltanto quello scolpito da Laurana è quasi stelo di fiore esperide che si apre nelle arcate orbitali. Sulla maiolica non scivola la luce come sul marmo. Anzi spesso il luccichio ne disturba la visione. L’uso della materia e dei colori segna pure le scontate differenze e allontana dalle sensazioni che fornisce l’opacità del marmo bianco. Né la vicinanza cronologica dell’opera riesce ad affascinarci rispetto a quella dell’artista rinascimentale che, pur lontana nel tempo, cattura la nostra attenzione e anzi nel coinvolgimento emozionale appare più moderna come interprete di sentimenti universali.
Francesco Laurana, nato a Vrana in Croazia nel 1430, è uno degli scultori più raffinati del Quattrocento europeo. Venuto in Italia, tra il 1453 e il 1458 si trova a Napoli alla corte di Alfonso d’Aragona. Dopo un breve soggiorno in Francia, tornato in Italia, conosce a Urbino le opere di Piero della Francesca la cui influenza si evidenzia nella ricerca della forma pura come sintesi tra solidità plastica e astrazione geometrica. In Sicilia dove soggiornò a lungo, le sue opere divennero modello per le generazioni degli scultori che in seguito vi operarono compresi i Gagini.
La Cappella Mastrantonio, nella chiesa palermitana di San Francesco d’Assisi, in cui lavorò col lombardo Pietro de Bonitate, è considerata il capolavoro del Rinascimento siciliano per il suo linguaggio decorativo del tutto nuovo. Le Madonne siciliane nella loro monumentalità possiedono la dolcezza espressiva delle madri, (FIG. N° 3) ma la sua arte arriva all’apice proprio nel busto di Eleonora, probabilmente realizzato una ottantina d’anni dopo la sua morte avvenuta nel castello di Giuliana nel 1405 all’età di circa sessant’anni1.

L’opera è uno dei capolavori assoluti della scultura rinascimentale per l’equilibrio perfetto tra realtà fisica e astrazione geometrica. Il ritratto della nipote del re di Sicilia Federico d’Aragona, sposata col conte di Caltabellotta Carlo Peralta, vicario del Regno di Sicilia, originariamente sopra la tomba nell’abbazia di Santa Maria del Bosco a Calatamauro vicino a Bisacquino2 è oggi orgoglio della Galleria Regionale della Sicilia di Palazzo Abatellis. (FIG. N° 4)

Ciò che rende particolare l’opera, collocata dall’architetto Scarpa 3 davanti a una grande finestra schermata da una tenda bianca per accogliere la luce soffusa del giorno, non è la somiglianza realistica del personaggio, ma la sua trasfigurazione ideale. Non il ritratto di una nobile, ma l’idea stessa della nobiltà e della grazia. Il volto è ridotto a volumi purissimi senza dettagli superflui. La fronte è alta e spaziosa, le guance levigate. La testa impercettibilmente inclinata è di un ovale perfetto, gli occhi fessure prive di pupille.
Eleonora ha un’aria di distacco aristocratico, come assorta in una dimensione spirituale fuori dal tempo. Le labbra estremamente sottili accennano un sorriso appena percettibile che ricorda l’enigmaticità delle statue greche. I capelli schiacciati sulle tempie sono raccolti in una sottile reticella che lascia scoperta la struttura ossea del cranio. Sul collo lungo e cilindrico il viso proietta un’ombra leggera. La figura sembra un solido geometrico immerso nella luce che scivola via senza incontrare ostacoli. Non c’è dramma, non c’è movimento. C’è soltanto silenzio e l’immobile eterna armonia del Rinascimento che sarebbe vano cercare nell’opera del Minghetti che tuttavia rientra nella storia generale dell’arte come valida testimonianza dei mutamenti del gusto nel momento di transizione che precede l’avvento delle nuove concezioni artistiche nate dopo l’infausto ventennio introdotte, tanto per fare qualche nome da Fausto Melotti (Fig. N° 5),

da Pietro Melandri (Fig. N° 6) e in Sicilia da Giovanni De Simone (Fig. N° 7)

che si misurano nella moderna visone del ritratto femminile.
Rosario DAIDONE Palermo 24 Maggio 2026
NOTE
N° 1 A. Merra, V. Sole, Servizio Museografico U.O. XXXI
N° 2 Si deve direttore del Museo Nazionale di Palermo, Antonio Salinas, l’individuazione del busto alla fine del XIX, il suo salvataggio e la decisiva attribuzione a Laurana.
N° 3 Il lavoro dell’architetto veneziano Carlo Scarpa a Palazzo Abatellis eseguito tra il 1953 e il 1954 è considerato un capolavoro mondiale di museografia per aver progettato l’allestimento degli spazi creando un percorso espositivo che esalta le opere d’arte che vi sono custodite.
