di Marco FIORAMANTI
INTERPLAY – CHARLIE PARKER, LE ALI DEL JAZZ
di Alma Daddario
con Ennio Coltorti e Massimo Napoli
e la partecipazione di Elena Barbati. Al pianoforte Federico Pappalardo
Regia di Ennio Coltorti. Nota storica di Pietro Sergio
Fino a domenica 7 giugno
BIRD BE-BOP: GENIO E FOLLIA. UNA BOTTIGLIA ALLA DERIVA
Portatemi fiori che siano stelle e ve li ficcherò giù nella strozza.
Henry Miller
[Al buio scorrono alte le note registrate di Summertime… È il sax di Charlie Parker che rivive in scena…]


Quella sera con Bird… Soffiava a note basse, scomposizioni cromatiche, scintille, fumo, colore, the Bird, mi fissava, mi guardava come se conoscesse i miei pensieri, o mi ricordasse di altri locali dove lo avevo già seguito, New York, Chicago, Parigi, studiava la gente e intanto soffiava, sporgeva quelle labbra grottesche, faceva lavorare i polmoni come a mantice, e le sue dita, fantastiche! Io, Bruno Weber cronista e critico musicale e lui, the Bird, il re, il fondatore della generazione pop. Avrei voluto essere un’ombra, stargli accanto, sentirlo suonare e capire. Avevo aspettato con ansia un suo appuntamento e finalmente… Parigi. Camera d’albergo di Charlie Parker.
Immagini di repertorio proiettate sulla scena
Ogni “ArtiStar” degna di questo nome ha avuto almeno una volta il ‘fastidio’ di essere inseguita, pedinata – taccuino e/o recorder alla mano – da un sedicente giornalista, e di averne sentito costantemente il fiato sul collo. Così come Victor Bockris ha perseguitato (e biografato) artisti come Andy Warhol, Lou Reed, Keith Richards, William S. Burroughs, Terry Southern, Patti Smith, lo stesso accadde a Bruno Werner, critico musicale, che avrebbe seguito Charlie Parker nell’ultima fase della sua vita per ghermire la magia di ogni nota, parola, respiro.
È proprio di questo che tratta lo spettacolo di stasera, creato dalle esperte dita sulla tastiera di Alma Daddario – nota scrittrice, giornalista e autrice teatrale. Incantata
“dalla capacità creativa prorompente di questo personaggio… che è riuscito a trovare la forza grazie alla musica, di creare qualcosa che l’avrebbe reso immortale”,

la Daddario ha inteso porre in relazione (da interplay, che dà il titolo allo spettacolo) da una parte la geniale creatività dell’artista, il suo puro istinto attraverso l’incantevole interpretazione, istintiva, violenta, rozza e brutale di Ennio Coltorti/Parker (sua anche la regia) e dall’altra la suadente razionalità del cronista, resa altrettanto magistralmente da Massimo Napoli/Werner, dal registro profondamente “materno”, attento e pacato amico e biografo, perfetto nel ruolo.
Lo spazio scenico del teatro di documenti si sviluppa stavolta su un solo lato, nel senso della lunghezza. Il pubblico che lo fronteggia ha davanti a sé un tavolo al centro e due grandi schermi da proiezione ai lati. Al di là del tavolo i “duellanti” che seduti, recitano leggendo il copione, sfogliano le pagine quasi stessero provando le battute in corso d’opera. Ma certo! È teatro nel teatro.
La mia mente vaga e immagino di trovarmi, seduto spettatore, udente/presente, all’interno di un radiodramma, dove sono voci e suoni ad avere la dominante. I dialoghi si alternano ‘a collage’ con musiche d’epoca, immagini di un’antica Manhattan notturna e scintillante, e voci e suoni dal vivo: sono quelli di Elena Barbati, cantante jazz e del pianista Federico Pappalardo, in forme di ombre cinesi dietro una quinta chiara sulla destra. A fine spettacolo la coppia si esibirà in due celebri brani in omaggio a Bird: How hi the moon, versione di Ella Fitzgerald con improvvisazione vocale basato su Ornitology e a seguire: All of me (G. Marks and S. Simons) secondo la versione strumentale di Charlie Parker. E applausi si aggiungono ad applausi.

Sax six sax sex sax… erotismo dei gesti… six sex sax sesso nella musica sax sex… il nome della mia stella è assenzio… sax sex ass sex six… (È il be-bop, bellezza!)
E quando Bruno Weber rimprovera l’artista dicendogli: Dovresti smettere di bere o stasera non beccherai nemmeno una nota, l’amico alzando l’ennesimo bicchiere, replica citando Umar Khayyām: Fu profondo il mio sapere soltanto in una cosa, il vino! […] Riempi la coppa! L’uccello del tempo non ha più molto da frullare le ali… E ancora, inneggiando a Dylan Thomas, rimbecca il suo biografo coi versi: Come potrà il mio animale la cui forma stregata intrappola il cranio cavernoso d’eccessi ed esultanza sopportare d’essere seppellito sotto un muro di sillabe!?


Sono questi gli ultimi afflati del genio del jazz, fatti di ombre e autodistruzioni, alcool e tossicodipendenza: miti e riti per ampliare le porte della percezione e sviluppare nuovi percorsi creativi. Bottiglia lanciata alla deriva, Bird non arrivò a 35 anni (come Mozart, ha scritto qualcuno). Note nuove e arrabbiate le sue, scintille lanciate nel cosmo ma persistenti nella memoria, che gridano alla gloria e al mondo:
Il mondo impazzisce e tu continui a scrivere col tuo periodare pulito… Il dolore di uno che si sdraia sulle rotaie di un treno, e tu lo descrivi con le parole da bar! Quello che suono è l’ondata dei neri in fuga da New Orleans. È l’ansia di avevo di arrivare in questa città dove le luci si sprecano. È il corpo che imprigiona la smania di mio padre in fuga da mia madre. È Tina, la puttana che piange quando è ubriaca. È la gente che entra ed esce dai locali senza guardarsi in faccia, è la pioggia sui vetri, i bambini che chiedono l’elemosina, l’odore del pollo fritto di mia madre, la folla di studenti nel metró, quello che suono è qualcuno che vuole le braccia di qualcun altro, la puzza dei vagabondi sdraiati sui cartoni nella sotterranea. Quello che suono è Pree, la mia piccola Pree, ch’è morta…

Summertime, / And the livin’ is easy / Fish are jumpin’ / And the cotton is high / Your daddy’s rich / And your mamma’s good lookin’ / So hush little baby / Don’t you cry
Marco FIORAMANTI Roma 5 Giugno 2026


