di Elvira D’AMICO
Fra’ Nicolò Spalletta (noto 1522-1546) è un pittore cinquecentesco sul quale la sorte non è stata benigna.
Esponente minore del rinascimento siciliano, gran parte delle sue opere sono andate perdute per la cattiva conservazione e la colpevole incuria degli addetti alla loro salvaguardia, in specie nei secoli passati. Sta a Gioacchino Di Marzo l’averlo riscoperto attribuendogli –da frate dell’ordine dei predicatori che era- alcuni cicli pittorici in conventi domenicani di Palermo e provincia , e ciò sulla base della visione degli affreschi del chiostro palermitano di San Domenico, allora parzialmente leggibili, che recavano la firma e la data 16 marzo 15261 .
Possiamo dedurre il suo stile e la sua cultura pittorica dagli affreschi superstiti eseguiti per il convento di Termini Imerese, oggi trasportati su tela ed esposti nel locale museo civico [fig.1],

e da quelli ancora visibili nella chiesina di S.Caterina d’Alessandria a lui attribuiti [figg.2-3], tutte opere del decennio 1540.


Questi, di marca flandro-iberica
“caratterizzati da un vivace gusto narrativo, reso più persuasivo dall’intonazione realistica e dalla preziosa gamma cromatica che svapora in ricercati cangiantismi”,
sembrano mostrare un’ adesione al rinnovamento auspicato dalla Riforma cattolica propugnata dall’ordine domenicano2 , distinguendosi nettamente rispetto a quelli di pittori locali suoi contemporanei, ancora legati al calligrafismo del tardo gotico.
Il chiostro domenicano di Palermo [fig.4], realizzato col patrocinio della famiglia Chiaromonte,


sul modello di quello annesso alla cattedrale di Monreale, fu rimaneggiato in varie epoche e ridotto nelle dimensioni rispetto all’originale3 [fig.5].
Sul soggetto degli affreschi che adornavano quasi interamente le pareti del chiostro, ci restano le testimonianze degli storici locali, a partire dal contemporaneo Valerio Rosso (1590): “In questa chiesa vi è un claustro amplissimo et novamente è depitto, di miracoli di S.Domenico, S.Vincenzo et S.Tommaso” 4.
E il Mongitore un secolo e mezzo dopo precisava:
“Le mura sono dipinte di varie immagini di Santi domenicani nella parte superiore: nell’inferiore…si vedono varie iscrizioni dell’Apocalisse rappresentanti gli avvenimenti che precedevano il Giudizio universale…nell’altre mura si vedon dipinti alcune opere di S. Domenico e di S.Vincenzo Ferreri, e di S.Tommaso d’Aquino” 5 .
Il restauro degli anni ‘90 del secolo scorso a cura dell’Assessorato Regionale dei Beni Culturali 6 ha reso di nuovo leggibili alcuni frammenti di essi utili a darci un’idea della struttura compositiva, dei cromatismi e di alcuni particolari decorativi del ciclo pittorico.
Esso constava di tabelloni rettangolari scanditi da lesene finemente decorate, sottoscritti da iscrizioni esplicative [figg.6-7], alla maniera di altre opere della tradizione siciliana popolareggiante, ricordando in particolare il ciclo della chiesa di S.Caterina di Termini Imerese, in cui lo Spalletta aveva operato, secondo le attribuzioni del Di Marzo, finora ritenute plausibili dalla critica 7.


Pure i colori sembrano simili a quelli: da un prevalente terracotta per i fondi e le figure principali a un nerofumo misto a bruno per i moduli architettonici , da un verde azzurrino per gli elementi atmosferici a un rosso-arancio per il sole [fig.8)

a un blu scuro per alcuni dettagli abbigliamentari [fig.9].

Balza inoltre evidente la struttura trapezoidale dei panneggi di alcune figure delineati da compatte stesure di colore, le stesse caratteristiche di alcune delle sue immagini successive eseguite per la cittadina di Termini Imerese. Pure le lunette affrescate con santi domenicani recano tracce delle antiche pitture, con iscrizioni sottostanti, tra cui si riconoscono un santo vescovo con mitria e pastorale [fig.10],

in cui sembra riconoscibile uno dei papi domenicani già eletti a quella data, e due monaci con saio affrontati, rappresentanti presumibilmente l’Incontro tra S.Francesco e S.Domenico [fig.11], iconografia abbastanza diffusa nel periodo rinascimentale e replicata dallo stesso pittore in uno degli affreschi del museo civico di Termini Imerese.

Alcuni inediti documenti contenuti nei Libri di Borzaria del convento domenicano, oggi all’Archivio di Stato di Palermo, colmano la lacuna documentaria che grava da sempre sul pittore caccamese, attestandone la effettiva presenza nel convento palermitano durante lo svolgimento della sua attività pittorica, altri illustrano le operazioni preliminari alla realizzazione del ciclo pittorico, che iniziano almeno quattro anni prima dalla data un tempo apposta in calce ad essi.
Un altro documento rimasto altrettanto inedito ci informa che, poco prima di mettere mano al ciclo claustrale, lo Spalletta eseguiva una pittura murale nel refettorio:
“17 ottobre 1522
tt.XIII ad fr. Nic(ola)o pintorem per mano eiusdem et sunt pro rebus multis eum et depingendi parietem refettorij – 13” 8.
Lo stesso refettorio veniva arredato in quel frangente con alcuni candelabri lignei:
“18 ottobre
tt.III gr.XII candilabris ligneis pro refettorio -3.12” 9.
La piccola cifra di 13 tarì corrisposta cumulativamente anche per altri servizi induce a ritenere che si trattasse di un piccolo intervento alle pareti del refettorio, ma potrebbe anche trattarsi di una piccola rata per una più impegnativa pittura ad affresco.
Poco dopo, alla fine del mese di ottobre e fino al novembre del 1522, si dovette procedere alla preparazione degli affreschi, come risulta dall’apprestamento del ponte e dalla compera dei colori a quella data10:
“die 27 eiusdem (ottobris) tt.III per lignamini…faciendi pontem ad pingendum claustrum -3” 11
“14 nov.1522
gr.X per curule pro pontem ad pingendum parietem claustri – 10” 12
“21 nov.1522
tt.IIII per coloribus ad pingendi parietem claustri per mani procuratoris -4” 13 .

Due anni dopo ritroviamo lo Spalletta nel convento palermitano, retribuito dai frati con la donazione di capi di vestiario, nella fattispecie una pinieam di panno, termine latino traducibile con “pigna”, presumibilmente riferibile alla cocolla nera con cappuccio, elemento tipico dell’abito domenicano [fig.12]:
“ 21 aprile 1524
o.unam tt.XII ad manuele de pastino…et sunt per panno pro una pinieam…per fra nicolau de caccabo pintorem per sua provisione – 1,12” 14.
E’ dunque plausibile che la realizzazione del ciclo duri all’incirca quattro anni, dal 1522 al 1526, data conclusiva riportata dal Mongitore e dal Di Marzo, come sopra specificato.
Da altra documentazione coeva, contenuta nello stesso volume di spese, si evince anche una parallela realtà relativa all’entourage del convento palermitano negli anni immediatamente precedenti alle pitture del chiostro, che poté avere una qualche correlazione con le stesse: la presenza di monaci toscani, i quali assieme alle maestranze conterranee di cui si servono, danno luogo quivi a una vera e propria congiuntura toscana tra il terzo e il quarto decennio del secolo XVI: un Francisco de Prato è procuratore del convento nell’ottobre 151715 e nel novembre 151916 ; un Raffaello de Florentia viene retribuito per il suo salario nel marzo 151917 ; cui si uniscono un Daniele de Santo Miniato pagato tt.9 “per canna una panni per uno paro caligarum”(nov.1519) 18 ; ed ancora un mag.Bernardinum Pisano, più volte retribuito, “per uno paro calciamentorum per il padre procuratore” (novembre 1519) 19 , “per uno paro bottarum et un paro calciamentarum” (18 settembre 1521) 20 , e infine “per uno paro trepidarum” (3 novembre 1522) 21.
E non è forse un caso – a bene interpretare i pagamenti sopra menzionati- che sia lo stesso frate procuratore a provvedere personalmente alla compera dei colori per gli affreschi del chiostro e a retribuire lo Spalletta per la pittura del refettorio (v.sopra), quasi avesse una particolare dimestichezza o esplicasse una particolare cura nei confronti di tale materia pittorica. Tutto ciò induce a ritenere che fra Francisco da Prato poté essere anche il committente o l’ispiratore del ciclo claustrale del convento di Palermo, forse memore delle consimili emblematiche pitture murali della sua terra natia.
Elvira D’AMICO, Palermo, 28 Giugno 2026
NOTE
