di Chiara GRAZIANI
Una forza resiliente, la forza della Resurrezione, si offre come via d’uscita al mondo percorso dall’assurdità della guerra e dal ritorno della legittimazione del diritto ad uccidere che fu – ed è – alla base dell’ordine nuovo nazionalsocialista e della sua nuovissima veste dispiegata nei genocidi, negli stermini, nella normalità del male e della violazione della legalità internazionale e dei diritti degli oppressi.
La Pasqua che papa Leone offre al mondo è un messaggio potente e radicalmente alternativo, oggettivamente l’unico alternativo alla narrazione attuale dell’ineluttabilità della sopraffazione e del dominio dei pochi forti sui tanti deboli.
Ci pare di poter osservare che mai con tanto nitore si sia visto, come in questa Pasqua 2026, il contrapporsi delle due visioni incompatibili. Morte o vita. Guerra o pace. Unità o divisione. Universalità o interesse particolare. Gratuità o profitto estremo. Non perché Leone abbia qualcosa di più o di diverso da dire rispetto ai predecessori e allo stesso Francesco sull’annuncio del Vangelo. Le “cose nuovissime” che sorgono e dilagano – la tecnocrazia di poche entità ormai prossime al controllo delle infrastrutture globali grazie all’intelligenza artificiale che gestisce i conflitti e i mercati – illuminano, però, esse stesse la radicalità dei tempi, e la necessità della via opposta che è da sempre nel magistero della Chiesa: la Resurrezione dell’umanità tutta intera.
C’è un’arca nel caos, ricorda il Papa. Ed è fatta per tutta la famiglia umana, creda o non creda in Cristo che questo Papa ama chiamare “il sole di giustizia” secondo la profezia di Malachia. Giustizia che, ha di recente ricordato, ha anche un’accezione “politica e sociale” senza la quale il messaggio integrale va perso. Cristo, ha spiegato, non si limitava a risanare il cieco nato o a resuscitare i morti. Gesù reintegrava nella comunità individui restituiti alla loro dignità.
Esattamente un anno fa papa Francesco benediceva Roma ed il mondo per l’ultima volta. Il 18 maggio 2015 dopo la Messa di inizio pontificato, il neoeletto Leone disse di avere sentito vivissima “la presenza spirituale di Francesco” nell’assemblea riunita in San Pietro “in questa dimensione della comunione dei Santi”. Non fu, il suo, un “santo subito”, come quello che si lesse negli striscioni elevati in piazza durante le esequie di Giovanni Paolo II. Fu piuttosto un “santo ora” – pronunciato dal nuovo Papa – che disse tanto sul legame attuale e vivo fra Leone e Francesco. La regolarizzazione burocratica della pratica di canonizzazione, probabilmente, dovrà attendere l’estinzione naturale delle vendicative cerchie di potere interne che Francesco ha tenuto costantemente sulla graticola, ma quel che è nel cuore e nella mente di Leone risultò chiaro, quel 18 maggio, a chi volle capire.
Oggi che le “cose nuovissime”, con le loro ombre, fanno risaltare per contrasto la necessità e l’esistenza di un’alternativa, tocca a Leone abitare questo momento della Storia in cui il confine fra le alternative emerge più chiaro e nitido. E così la Chiesa, sempre più affrancata da tabù e retaggi secolari e del secolo usa senza remore parole e concetti che la mettono nel campo della Storia costruita da un popolo, in viaggio non più verso una “terra promessa” ma verso – parole sue – una “vittoria promessa”. Quella della vita sulla morte, per ogni uomo, già qui in terra e poi anche nei Cieli. Una “vittoria promessa” della quale la giustizia sociale, il ripudio della guerra, l’equa distribuzione delle risorse, la dignità di ogni persona, sono una parte fondamentale.
Una “vittoria a caro prezzo”, ha detto il Papa in questa Pasqua, che coinvolge il “dramma della libertà”. Un mondo liberato e giusto per tutti è possibile ma va pagato con la scelta “totalmente disarmata” che è quella di Cristo: ognuno – i potenti per primi – sono chiamati ad affrontare il dramma della libertà facendone l’uso che ne ha fatto Cristo, disposto alla morte:
“Fratelli e sorelle, questa è la vera forza che porta la pace all’umanità, perché genera relazioni rispettose a tutti i livelli: tra le persone, le famiglie, i gruppi sociali, le nazioni. Non mira all’interesse particolare, ma al bene comune; non vuole imporre il proprio piano, ma contribuire a progettarlo e a realizzarlo insieme agli altri. Sì, la risurrezione di Cristo è il principio dell’umanità nuova, è l’ingresso nella vera terra promessa, dove regnano la giustizia, la libertà, la pace”.
E il parlar chiaro è la cifra necessaria dei tempi. Così, in questi riti pasquali, fra i peccati del mondo è emersa la parola “genocidio”. Anzi al plurale “i genocidi”. Nella Via Crucis al Colosseo – 50mila fedeli e il Papa che ha voluto portare la Croce per tutto il percorso – la meditazione letta all’VIII stazione ha invitato ad aprire gli occhi ed il cuore “sul cinismo dei prepotenti, sulle tragedie della guerra, sui genocidi ed i massacri, sulle lacrime delle madri”.
Non è mai stato facile per il successore di Pietro, chiunque fosse, usare questo termine relativamente nuovo, genocidio, per il quale si invoca talvolta un’esclusiva o, al contrario, si esige il non riconoscimento e la cancellazione dalla Storia. In una classificazione strumentale dei genocidi, fino alla pretesa di “unicità”, la parola è sempre stata adoperata oltretevere, se adoperata, con grande cautela. Leone l’ha definitivamente sdoganata e mettendola al plurale “i genocidi”, ha fatto chiarezza su ogni pretesa di unicità (e quindi di irrepetibilità). La volontà di cancellare un altro popolo, al contrario, abita la Storia e può tentare ogni popolo. Nessuno deve restare indifferente ad essa. Ognuno è chiamato letteralmente a piangere sui genocidi di ieri e di oggi.
“Donaci le lacrime, Signore” è stata la preghiera. Guai agli indifferenti, verrebbe da pensare, perché saranno meno umani. Tanto più che nei messaggi pasquali il Papa è stato biblicamente chiaro e diretto nei confronti dei potenti (come dei prepotenti, altra categoria che cita spessissimo).
“Chi ha in mano armi le deponga! Chi ha il potere di scatenare guerre, scelga la pace! Non una pace perseguita con la forza, ma con il dialogo! Non con la volontà di dominare l’altro, ma di incontrarlo! Ci stiamo abituando alla violenza, ci rassegniamo ad essa e diventiamo indifferenti. Indifferenti alla morte di migliaia di persone. Indifferenti alle ricadute di odio e divisione che i conflitti seminano”.
Ed ancora nelle meditazioni sulla via Crucis, affidate al francescano Francesco Patton, già custode di Terra Santa:
“Ogni autorità dovrà rispondere davanti a Dio del proprio modo di esercitare il potere ricevuto: il potere di giudicare, ma anche il potere di avviare una guerra o di terminarla, il potere di educare alla violenza o alla pace, il potere di alimentare il desiderio di vendetta o quello di riconciliazione, il potere di usare l’economia per opprimere i popoli o per liberarli dalla miseria, il potere di calpestare la dignità umana o di tutelarla, quello di promuovere e difendere la vita oppure di rifiutarla e soffocarla”.
Il magistero della Chiesa è dunque, definitivamente, affrancato dalle servitù storiche alle guerre più o meno giustificabili e dai miti eterni della Patria e dell’Eroe (ci si perdoni la pur pertinentissima citazione di “Dio è morto”, di Francesco Guccini, canzone cara a Paolo VI). E, seguendo la via tracciata da papa Francesco nel documento sulla fratellanza umana firmato con il grande imam di Al Azhar nel 2019, ha definitivamente deciso di sottrarre il nome di Dio alle cause di chiunque versi, per qualunque motivo, sangue umano nel suo nome. Pare, nel frattempo, che proprio l’altro statunitense, Donald Trump, abbia deciso di esibire una presunta alleanza con Dio che vedrebbe in lui un nuovo Mosè mandato a portare l’età dell’oro e la liberazione al nuovo popolo eletto. Un Dio che l’avrebbe salvato da un attentato (troppo facile ricordare che anche Hitler aveva analoga convinzione) e al quale Trump, il condottiero dell’attacco all’Iran, ha chiesto una speciale unzione per la vittoria in un affollato rito evangelico nello studio ovale della Casa Bianca.
“Inutilmente pregate – ha detto Leone in questi giorni, citando Isaia. “Dio non ascolta chi ha le mani sporche di sangue”.
Il confronto diviene, dunque, quasi esplicito. E non bastano più, a definirlo, i continui appelli del Papa alla pace “disarmata e disarmante”. Occorre una dottrina. I tempi della guerra autoalimentata e autogestita con lo strumento dell’intelligenza artificiale, tempi ben chiari a questo pontefice e che corrono alla velocità della luce, richiedono un manifesto di dottrina sociale che metta le carte in tavola: che indichi come salire sull’arca offerta.
La prima enciclica di Leone, quasi annunciata fin dal primo istante del pontificato, diventa urgente.
Chia GRAZIANI Roma 5 Aprile 2026


