Dans le plat pays da Anversa a Bruxelles, luoghi, artisti e capolavori di ogni epoca che hanno fatto la Storia(V viaggio).

di Sergio ROSSI

«Le plat pays qui est le mien, avec des cathédrales pour uniques montagnes et de noirs clochers comme mâts de cocagne, où des diables en pierre décrochent les nuages avec le fil des jours pour unique voyage»

cantava Jacques Brel in una delle sue canzoni più belle e struggenti dedicate alla sua terra d’origine il Belgio, che io ho invece conosciuto per la prima volta da ragazzino in televisione, guardando le classiche ciclistiche di primavera: il Giro delle Fiandre, La Freccia Vallone, La Liegi-Bastogne-Liegi, con i corridori infangati e sferzati dal vento che spesso vedevano svanire per una foratura la loro vittoria a poca distanza dall’arrivo o se la dovevano disputare in volata con un ultimo colpo di reni dopo massacranti centinaia di chilometri sul mitico pavet.

In Belgio sono stato per la prima volta all’inizio degli anni Novanta, da Bruxelles ad Anversa, con un itinerario esattamente opposto a quello che ho percorso quest’ultima primavera e che tra poco descriverò e di quel viaggio conservo appena qualche flash: a Bruxelles dei ragazzi arabi che ballavano freneticamente davanti al Manneken Pis ascoltando del rap da un transistor poggiato in terra e poi la sfilata di ristoranti di moules et frites intorno alla Grand Place, che ci aveva impressionato con i suoi luccicanti palazzi che apparivano all’improvviso dalle strette stradine circostanti; a Gand la fila in religioso silenzio per ammirare per pochi minuti (che però rimangono per sempre immersi nella memoria) l’immenso polittico de L’Agnello Mistico dei fratelli Van Eyck nella cattedrale di san Bavone; a Bruges, città bellissima ma cupa e gotica come poche altre, la visione come un miraggio della bianchissima e sublime Madonna col Bambino di Michelangelo che sembrava capitata per caso nella Onze-Lieve-Vrouwekerk (chiesa di Nostra Signora); ed infine ad Anversa, dove eravamo solo di passaggio, la visita ad una nave da guerra ancorata lungo la Schelda.

Ed è stata proprio da questa città che, provenendo da Amsterdam, abbiamo iniziato il nostro nuovo giro. Secondo un’antica leggenda il nome di Antwerpen (in olandese, Antwerpn in fiammingo) deriva dalla frase hand werpen, cioè lanciare la mano, perché il soldato romano Silvio Brabone avrebbe ucciso il gigante Druon Antigoon che imperversava nella zona e gli avrebbe tagliato una mano gettandola poi nella Schelda. Ed oggi proprio le mani sono un simbolo della città e vengono riprodotte negli oggetti più disparati, dai boccali di birra agli cioccolatini. Come è noto Anversa, pur non affacciandosi direttamente sul mare, grazie all’estuario del fiume Schelda è il secondo porto commerciale d’Europa dopo Rotterdam; il suo bacino portuale, con cinque raffinerie di petrolio, ospita un’enorme concentrazione di industrie petrolchimiche, seconda solo al polo di Houston; eppure, grazie anche ad un grandissimo parco eolico, non sembra per nulla inquinata.

L’altra grande risorsa finanziaria è quella dei diamanti, industria della quale la città è capitale mondiale. Ma sbaglierebbe chi pensasse ad Anversa come una città dedita solo agli affari, perché si tratta in realtà di un luogo pieno di splendide opere d’arte e attrazioni turistiche, con strade eleganti e pulitissime e con un’offerta gastronomica veramente impressionante che va dai diciassette ristoranti con stelle Michelin (Zilde ne ha addirittura tre) e prezzi conseguenziali all’autentico delirio, intorno alla Grote Markt, di bistrot, ristoranti cinesi, steak house, fritures, pizzerie queste ultime dalle inconfondibili origini italiani denunziate dai nomi, Sabatino, Barbarella, Reginella: insomma un vero crogiuolo internazionale di sapori.

Grote Markt
1 Fontana di Brabone

Tra le tante piazze del mercato fiamminghe questa di Anversa è a mio avviso la più bella ed elegante, dominata al centro dalla ottocentesca Fontana di Brabone [1], mentre l’intero lato occidentale è occupato dal cinquecentesco Municipio, che unisce elementi tipici dell’architettura italiana a quelli fiamminghi in un insieme di potente impatto visivo.

Gli altri lati della piazza sono occupati dalle antiche case delle corporazioni, dagli inconfondibili timpani a gradino, quelle dei Bottai, degli Arcieri, dei Tessitori, dei Conciatori, a testimonianza della ricchezza raggiunta da Anversa nel XVI secolo.

Ed alle spalle del Municipio svetta il campanile della Cattedrale che specie la sera, splendidamente illuminato, concede momenti di autentica emozione [2].

2

La mattina seguente ci siamo recati al KMSKA (Koninklijk Museum voor Shone Kunsten Antwerpen), completamente rinnovato e riaperto da poco al pubblico dopo dieci anni di lavori, che ha inaugurato un modo del tutto nuovo e coinvolgente di esporre al pubblico le proprie collezioni che vanno dal XV al XXI secolo non seguendo più un semplice itinerario cronologico ma alternando antico e moderno, Beato Angelico e Lucio Fontana in un continuo rimando in grado di mantenere sempre viva l’attenzione dello spettatore.

L’inizio del percorso espositivo è però piuttosto tradizionale con la più ricca collezione al mondo di opere di James Ensor, nato a Ostenda nel 1860 e qui vissuto tutta la vita, salvo brevi parentesi, accanto al fedele servitore August in una casa ora trasformata in Museo e dove morirà nel 1949. La nonna materna, la stessa madre, con cui egli ebbe un rapporto conflittuale di amore-odio e due zii possedevano dei negozi di souvenir, chincaglierie, maschere e cineserie che certamente avranno un’importante influenza su questo pittore straordinariamente prolifico. Il Catalogo ragionato curato da Xavier Tricot comprende infatti 852 dipinti, 103 incisioni, un migliaio circa di disegni di cui ben 600 conservati proprio ad Anversa insieme ad un fondamentale nucleo di quadri che consentono di avere dell’artista una visione veramente a 360 gradi.

Si sa che Ensor era una personalità ipertrofica, scostante, eternamente polemica e dotata di un ego smisurato, per cui si considerava superiore a tutti gli artisti a lui vicini e che in qualche modo pensava potessero fargli ombra, da Monet a Whistler a Seurat, di cui negava ogni possibile influenza, anche se la sua pittura si nutre di tutte le esperienze prima citate, senza però che egli possa essere circoscritto entro una corrente determinata: infatti anche il Gruppo dei XX di cui l’artista fece a lungo parte, sempre con polemiche e incomprensioni, era più un’associazione di personalità molto diverse tra loro che un vero movimento artistico. Al KMSKA l’artista può essere seguito dagli esordi appena diciassettenne con il già maturo Capanno da bagno ai successivi immediati sviluppi che oscillano tra la tradizione pittorica fiamminga, Turner e Courbet (tra i pochi che egli stima) e gli Impressionisti, però completamente assorbiti e rielaborati in uno stile del tutto personale.

3 J. Ensor, Salotto borghese, KMSKA

Si tratta di un compatto nucleo di opere a cavallo tra anni ’70 e 80, come Veduta di Ostenda, dominata da un cielo pieno di nubi rosa stese a pennellate veloci e con i tetti rossi relegati in fondo alla scena o Donna con ombrellino rosso, anch’esso intenso studio cromatico di ocra e grigi che diventano pura sinfonia di azzurri in Frangiflutti. E poi ecco le scene di interno malinconiche e come sospese nel silenzio de L’attesa, Dopopranzo ad Ostenda, Salotto borghese [3], dove la vicinanza ai Nabis si fa più evidente anche se la ricerca luministica prevale rispetto a quella spaziale e l’artista si muove ormai attraverso chiazze di colore quanto mai vibratili e che rendono molto bene le atmosfere crepuscolari degli ambienti dove Ensor condusse gran parte della sua vita.

Per rendersene conto basta visitare, come noi abbiamo fatto, la casa Museo di Ostenda, che ricostruisce con sforzo ammirevole le stanze abitate da James, come la piccola soffitta dove ha dipinto pezzo per pezzo l’enorme Entrata di Cristo a Bruxelles nel 1889 e gli arredi che le rivestivano, pieni di maschere, conchiglie, cineserie, financo scheletri addobbati a manichini e messi in macabre pose che poi ritroveremo nei suoi quadri, una sorta di Psyco ante litteram, per fortuna stemperata dalla vena satirica e autoironica di Ensor capace di trasformare la tragedia in pochade. E poi ecco a pochi metri lo sconfinato lungomare di Anversa, dove “le plat pays” si distende veramente all’infinito e dove il pittore faceva lunghe passeggiate che poi riproduceva nelle sue marine, pure vibrazioni di luce ma che spesso egli rielaborava a distanza di anni introducendo la figura di Cristo camminante sulle acque.

Tornando alla cronologia dei suoi dipinti, La mangiatrice di ostriche del 1882 [4] segna una svolta decisiva:

4) J. Ensor, La mangiatrice di ostriche, KMSKA

rifiutato due volte, ad Anversa e a Bruxelles, si tratta invece di un vero capolavoro che mostra una grassa signora avvolta in uno scialle bianco che siede soddisfatta ad una tavola riccamente imbandita e si appresta a gustare un piatto di ostriche e un buon bicchiere di vino, evidente satira sociale e al contempo esplosione cromatica che preannuncia l’Ensor delle maschere e dei colori violenti che tutti conosciamo e che i KMSKA documenta a dovere a partire da Stupore delle maschere Wouse che è forse il più vicino a Goya, al bellissimo Intrigo del 1890 [5] a tutta un’altra serie di quadri e incisioni che non possiamo seguire nel dettaglio per motivi di spazio.

5) J. Ensor, Intrigo, KMSKA

Bastino alcune considerazioni finali: la svolta anche umana si ha per Ensor nel 1887, con la perdita dell’amata nonna, del padre in circostanze non chiare e con l’ostilità crescente della critica che egli del resto alimentava con il suo atteggiamento provocatorio, tutti elementi che faranno da sfondo al suo quadro più celebre anche se a mio parere ancora non completamente risolto, proprio la già citata Entrata di Cristo a Bruxelles, ora al Getty Museum di Los Angeles, dipinto nel 1888 ma esposto per la prima volta trent’anni dopo proprio nella capitale belga [6]. Si tratta comunque di un’opera altamente innovativa, che unisce elementi colti e drammatici ad altri ironici e popolareschi, un po’ come farà di lì a poco Mahler nella sublime marcia funebre del terzo tempo della sua prima sinfonia.

6) J. Ensor, Entrata di Cristo a Bruxelles nel 1889, Getty Museum di Los Angeles

Dopo qualche tempo però questa carica rivoluzionaria che aveva sicuramente ispirato gli espressionisti tedeschi, da Nolde a Grosz ad Heckel andrà progressivamente scemando fino a ridursi ad una sorta di maniera, certo ancora in grado di produrre opere di grande bellezza ma di poca originalità. E questo in parallelo con la sua involuzione politica, dal socialismo utopistico degli esordi all’anarchismo individuale della fase intermedia fino alla piena omologazione con le classi dominanti tanto da divenire commendatore dell’ordine di Leopoldo nel 1925 e membro di quell’Académie Royale de Belgique che da giovane aveva così aspramente avversato.

7) Jean Fouquet, Madonna del latte, KMSKA

Riprendiamo ora la visita del Museo, ribadendo che le varie opere non sono esposte in ordine cronologico, ma piuttosto secondo assonanze e suggestioni in grado di suscitare nello spettatore interessi e attenzioni sempre nuove. Così abbiamo alcuni straordinari capolavori quattrocenteschi come La Madonna col Bambino alla fontana, ultima opera firmata e datata da Jan van Eyck nel 1439, che fa il paio con la Madonna del latte di Jean Fouquet del 1450 [7], che ritrae l’amante di Carlo VII Agnès Sorel, appena morta e cristallizzata in un’immagine senza tempo, bianchissima come cera e circondata da un coro di fiammeggianti serafini; o ancora la rivoluzionaria Crocifissione di Antonello da Messina del 1475, tutti dipinti che si alternano ad altrettanti capolavori del ‘600 come il Lamento sul Cristo morto di Van Dyck o la sensuale Adorazione dei pastori di Jacob Jordaens che mostra una pasciuta e rubiconda contadina fiamminga nei panni della Madonna allattare il suo bambino con estrema naturalezza anche se circondata da una folla di pastori oranti; ma soprattutto sono posti a fianco di alcuni dei massimi artisti del secolo scorso, da Grosz ad Appel da Dalì a Lucio Fontana, ma anche di artisti meno noti ma di grande interesse, come uno dei rari futuristi belgi, Jules Schmalzingaug (1882-1917) o il franco-bulgaro Jules Pascin (1885-1930), morto suicida e autore di questa dolente e melanconica Little Jane [8]

J. Pascin, Little Jane

o infine la drammatica statua “senza pelle” attorcigliata ad un palo di Berlinde de Bruyckere posta proprio di fronte alla Crocifissione di Antonello da Messina come a suggellare il modernissimo criterio espositivo del KMSKA [9 e 10].

9 Antonello da, Messina, Crocifissione KMSKA
10) Berlinde de Bruyckere, KMSKA

Il Museo si chiude poi con alcune sale interamente dedicate al nume pittorico di Anversa per eccellenza, cioè Pieter Paul Rubens i cui dipinti più belli sono comunque quelli che io ho ammirato nella Cattedrale e che danno inizio al Barocco con almeno dieci anni di anticipo rispetto all’Italia: Innalzamento della croce (1610-11); Resurrezione (‘11-12); Deposizione (‘11-14); Assunzione della Vergine (‘18-26) certo la meno impattante dei quattro.

11) P.P. Rubens Deposizione dalla croce, Anversa Cattedrale

Giustamente per queste enormi tele sono stati proposti confronti con l’arte classica, con Tiziano, Tintoretto, Barocci, Caravaggio, ma quello che a me ora interessa non è un’analisi filologica di opere comunque studiatissime, quanto descrivere l’enorme emozione e il coinvolgimento emotivo che esse sono in grado di trasmettere anche a coloro che Rubens non lo amano particolarmente, perché qui il pittore raggiuge vertici di potenza assoluta, come un Bach trasposto in pittura e che solo dentro una chiesa come quella di Anversa può esprimere tutte le sue infinite potenzialità, spesso frenate da esigenze di committenza estranee all’impulso creativo che in questo caso può esprimersi in tutta la sua potenza. Grovigli di corpi che si incastrano e poi si sciolgono a ritmi di pennellate violente come scudisciate, citazioni “rubate” dagli artisti più diversi (perfino da Rosso Fiorentino) che si ricompongono nell’unità stilistica dell’insieme, colori che vibrano, incamerano e ritrasmettono la luce: insomma capolavori assoluti.

12) Sam Tillemans, Omaggio a Rubens, Anversa Cattedrale

Anche la Cattedrale come il KMSKA si apre al contemporaneo ospitando l’affascinante ed enigmatica statua in bronzo L’uomo che porta la croce di Jan Fabre, ma soprattutto esponendo accanto alla Deposizione dalla croce di Rubens [vedi fig. 11] la sua originalissima reinterpretazione in chiave contemporanea del pittore belga Sam Tillemans [12], artista dalla esplosiva potenza cromatica che leggendo Rubens quasi come fosse un artista informale ci fa comprendere tutta la modernità del suo messaggio visivo.

Dopo la Cattedrale abbiamo ancora avuto il tempo di visitare due interessantissime case museo dedicate all’arte fiamminga dei secoli XV-XVIII, la Snijders&Rockoxhuis, dotata di un innovativo sistema di guida su tablet che permette veramente di “entrare” dentro i quadri più significativi e coglierne i minimi particolari e il piccolo ma prezioso museo Meyer van den Berg il cui fiore all’occhiello è l’enigmatico dipinto di Pieter Bruegel il vecchio Giovanna la pazza. La nostra visita della città si è infine conclusa con il MAS (Museo al fiume) capolavoro di architettura postmoderna alto 60 metri e affacciato sulla Schelda, in pietra arenaria rossa e pannelli in vetro ricurvi, inaugurato nel 2011 e che offre una splendida vista a 360 gradi dell’intero panorama urbano e fluviale [13].

13) Anversa, MAS
14) Bruges, Begijnof

Da Anversa, dove avevamo alloggiato al Rubens Grote Markt, comodo Hotel dotato di un’ottima prima colazione ci siamo trasferiti a Bruges al Fraeyhuis Boutique Hotel, elegante e romantico albergo proprio nel Minnewater e a due passi dal Begijnhof, questa sorta di silenzioso piccolo Eden in miniatura come sospeso nel tempo e che si apre davanti a un delizioso laghetto pieno di bianchissimi cigni [14].

La città, che ci ha accolto con una pioggia a volte leggera ma più spesso battente che non ci ha dato tregua per quasi tutto l’intero soggiorno, si è palesata a noi in tanti modi diversi. Di mattina e nel primo pomeriggio (eravamo del resto intorno a pasqua) c’era la Bruges delle migliaia di turisti un tanto al chilo sfornati a getto continuo da bus e treni che seguivano come pecore guide infastidite giusto il tempo di rendere rumoroso perfino il Begijnhof, fare un giro in battello, comprare qualche paccottiglia nelle miriade di negozi del centro, arrivare al Grote Markt, mangiare un panino al volo, sporcare il dovuto e tornarsene da dove erano venuti.

15) Michelangelo, Madonna col Bambino, Bruges, Chiesa di nostra Signora

Naturalmente costoro evitano accuratamente la chiesa di Nostra Signora, dalle svettanti forme gotiche e il cui granitico campanile misura 122 metri di altezza ed è il più alto del Belgio dopo quello di Anversa. L’edificio ospita al suo interno numerose opere d’arte, come alcune interessantissime tombe interrate con primitivi affreschi tardo romanici dette “tombe dei cuori”; i possenti mausolei bronzei di Maria di Borgogna e Carlo il Temerario; numerosi pregevoli dipinti dei secoli XV-XVI; ma soprattutto l’incomparabile Madonna col Bambino eseguita da Michelangelo intorno al 1506 [15] per l’altare Piccolomini del Duomo di Siena ed acquistata poco dopo dal mercante fiammingo di tessuti Jan van Moeskroen per porla sulla sua tomba di famiglia.

Come osservavo all’inizio questo purissimo esempio del Rinascimento italiano, con la sua dotta iconologia che si richiama alla bizantina “Madonna Odigitria”, le sue forme levigatissime e perfette, il senso di dolorosa premonizione che il volto impassibile della Vergine sa trasmettere quasi in silenzio, a differenza di tanta sofferenza “urlata” dei dipinti fiamminghi contemporanei, sembra essere capitata a Bruges quasi per caso ma questo ne acuisce il fascino e l’unicità.

Non molto distante si aprono la grande piazza rettangolare del Markt e quella adiacente del Burg, entrambe caratterizzate dai possenti e cupi edifici che le racchiudono e dove è d’obbligo sedersi a prendere almeno un te allo zenzero nei tanti bar che le animano. Ed ecco apparirci un’altra città, quella del bellissimo noir del 2008 In Bruges. La coscienza dell’assassino di Martin Mc Donagh, con l’eccezionale interpretazione di Colin Farrell, Brendan Gleeson e Ralph Fiennes, film che pare abbia contribuito ad attirare in città moltissimi turisti. Non nascondo che anche io, seduto a sorseggiare il mio te di fronte all’altissima Torre Campanaria (83 metri) mi aspettavo che da un momento all’altro dalla più alta delle sue bifore qualche assassino potesse precipitare di sotto.

Infine, quando all’imbrunire la città si svuota, ecco che finalmente essa assume i toni di Bruges la morta di Georges Rodenbach e nelle sue stradine diventate deserte sembra poter sentire il rumore di passi del vedovo Hugues Viane, alla disperata ricerca di qualcosa che gli ricordi l’adorata moglie morta che egli venera come una santa e che crede di aver finalmente ritrovata in una spregiudicata ballerina di varietà. E tutto il libro, in realtà un lungo racconto, è pieno di fulminanti flash sulla città che è la terza protagonista dell’opera ma forse ne è il personaggio principale. Ecco così “La Grand Place dove la Tour des Halles immensa e nera si ergeva contro l’assalto della notte, brandendo lo scudo d’oro del suo quadrante”. Ecco “le alti torri che nelle loro tonache di pietra stendono ovunque la propria ombra”. O ancora “la malinconia di quel grigio delle strade, dove ogni giorno somiglia a Ognissanti”. Naturalmente il libro, che ha ispirato tra l’altro il celeberrimo Vertigo. La donna che visse due volte di Alfred Hitchcock, non può che chiudersi con l’uccisione della ballerina da parte di Viane, ma è in qualche modo Bruges che muore insieme a lei.

Oggi però, anche grazie a Rodenbach, Bruges è più viva e piena di turisti che mai, pur mantenendo molte delle caratteristiche che avevano ispirato il celebre libro e per noi è risultata la sede ideale dove ascoltare, presso il locale Concertgebouw, una splendida esecuzione della Passione secondo San Matteo di J. S. Bach, da parte della Freiburger Barockorchester e del complesso corale Vox Luminis diretto da Lionel Meunier. Fino a non molto tempo fa pensavo che la versione discografica di Herbert von Karajan, con quel finale prolungato allo spasimo, fosse ineguagliabile ma ora mi sono convinto che quella è la “Passione”, riletta in chiave romantica, di von Karajan più che di Bach, sempre sublime ma forse ormai datata e questa esecuzione di Bruges mi ha confermato nella mia idea. A Bruges sia l’orchestra che il coro erano ridotti all’essenziale e così Bach, spogliato da ogni orpello, è stato ricondotto alla sua purezza originaria senza perdere nulla della sua potenza mistica: tra i solisti una menzione particolare va al tenore Raphael Höhn, al basso Sebastian Myrus e soprattutto al superlativo controtenore Alexander Chance.

A Bruxelles, dove siamo tornati per la terza volta e dove abbiamo concluso il nostro viaggio, voglio dedicare alcune considerazioni finali che riguardano le Musée Magritte e le Musée des Beaux Arts. Il primo, inaugurato nel 2009, può essere considerato un’occasione mancata, perché pur raccogliendo oltre 200 opere del grande Maestro del Surrealismo, oltretutto allineate in rigido ordine cronologico, non propone nessuno confronto con gli altri protagonisti di quella straordinaria stagione pittorica, Delvaux, Ernst, Picabia: anzi, straordinari capolavori magrittiani si alternano a quadri meno memorabili in una sorta di enfasi espositiva che alla fine mi ha lasciato piuttosto perplesso.

16) J. L. David, Morte di Marat, Bruxelles Musée des Beaux Arts

Anche l’adiacente Old Masters Museum, rispetto ad esempio al KMSKA DI Anversa, così stimolante e coinvolgente, risulta attualmente ancorato al passato e ad un concetto espositivo che ritengo ormai superato, anche se naturalmente conserva alcuni capolavori assoluti, su uno dei quali intendo ora soffermarmi e cioè La morte di Marat di Jacques Louis David [16]. Mentre ammiravo il dipinto ho ascoltato un ragazzo italiano, che evidentemente ignorava chi fossero David, Marat, Carlotta Cordier, i giacobini e i girondini, dire alla sua fidanzata che il pittore aveva sbagliato nel raffigurare la scena perché era impossibile che quel tizio nella tinozza prima si fosse accoltellato con un pugnale che per altro giaceva troppo lontano e solo dopo avesse preso in mano la penna per scrivere la sua lettera d’addio. Poi però, incalzato anche dalla compagna, si era collegato ad internet e i due erano rimasti ad osservare a lungo la scena fino a quando non erano riusciti a coglierne il reale significato.

Ecco a cosa servono i capolavori e come sbagliano coloro che ancora credono che i dipinti siano pura forma e che il loro contenuto sia del tutto ininfluente! Certo l’opera d’arte deve innanzi tutto colpire con la sua pregnanza visiva, altrimenti i due giovani nemmeno si sarebbero fermati ad osservarla, ma poi deve anche indurre a riflettere, a porsi delle domande e un quadro come questo può spiegare la rivoluzione francese meglio di un intero trattato di storia, perché condensa in un’unica immagine, fulminante e indimenticabile, ciò che un libro non riesce a spiegare in centinaia di pagine. E poco importa che quello che Argan ha definito il “primo quadro rivoluzionario della storia dell’arte” sia stato dipinto da un pittore che era rivoluzionario sotto la Rivoluzione, napoleonico sotto Napoleone e poi di nuovo monarchico sotto la Restaurazione. Noi dobbiamo giudicare l’opera e non l’artista e se quest’ultimo, che evidentemente non aveva la tempra dell’eroe, ha poi rinnegato le proprie convinzioni originarie non possiamo che prenderne atto. Piuttosto mi voglio rifare a quanto sosteneva il sommo Aristotele, e cioè che mentre la storia si occupa del particolare la poesia si occupa dell’universale. Ed è proprio quello che David ha saputo fare in questo dipinto, conferire ad un evento di cronaca un valore universale, la penna appunto contrapposta al pugnale, che ancora è in grado di emozionarci e farci riflettere.

Infine a Bruxelles ho assistito ad uno spettacolo estremamente coinvolgente e che è andato oltre le mie stesse aspettative. Mi riferisco a quella sorta di pastiche ricavato dalle quattro opere che Donizzetti ha dedicato alla Regina Elisabetta I e cioè “Elisabetta al castello di Kenilswort”; Anna Bolena; Maria Stuarda; Roberto Devereux, assemblate in uno spettacolo in due parti intitolato “La bastarda” e andato in scena al teatro La Monnaie, per la regia di Francesco Lanzillotta e la regia di Oliver Fredj. Mai come in questo caso il termine multidisciplinarietà ha un senso, perché recitazione, musica, danza, immagini video, costumi d’epoca si assemblano e intersecano in un connubio altamente spettacolare: e se scommessa c’è stata è stata ampiamente vinta perché questo spettacolo ha riscosso un successo entusiastico e convinto da parte del pubblico che ha anche apprezzato lo sforzo quasi eroico dei cantanti che hanno cantato e recitato cimentandosi anche in brani virtuosistici a volte raramente eseguiti, per cui meritano tutti un elogio corale con una menzione particolare per la Elisabetta bambina di Nehir Hasret.

Sergio ROSSI  Olanda 27 Maggio 2023