di Nica FIORI
«Tutto è stato fatto molto bene …».
Con queste parole l’imperatore Francesco Giuseppe I il 17 ottobre 1891 presentò al pubblico viennese il Kunsthistorisches Museum, che per la sua particolare architettura, per la sua sfarzosa decorazione e soprattutto per le sue ricche collezioni, può essere considerato uno dei più notevoli del mondo. Con la fondazione di questo “museo della storia dell’arte” ebbe termine la plurisecolare attività collezionistica di beni artistici, che fino ad allora erano stati di proprietà privata dei singoli sovrani d’Asburgo, dando modo a tutti di ammirare capolavori (precedentemente raccolti in numerosi palazzi e castelli imperiali) che andavano dall’arte egizia e orientale a quella classica, dalla numismatica agli strumenti musicali, dalla pittura fiamminga a quella italiana e molto altro.
Uno splendido ritratto dell’imperatore Francesco Giuseppe, accanto a quello della consorte, l’imperatrice Elisabetta, detta Sissi, entrambi della metà del XIX secolo ma di autori diversi (di Anton Einsle il primo, di Joseph Horaczek l’altro), accolgono ora i visitatori della mostra “Da Vienna a Roma. Le meraviglie degli Asburgo dal Kunsthistorisches Museum”, in corso nel Museo del Corso a Palazzo Cipolla fino al 5 luglio 2026.

Promossa e prodotta dalla Fondazione Roma in collaborazione con il Kunsthistorisches Museum (KHM), con il patrocinio del Ministero della Cultura e dell’Ambasciata d’Austria a Roma, l’esposizione è a cura di Cäcilia Bischoff, storica dell’arte del KHM, ed è realizzata con il supporto organizzativo di MondoMostre e resa possibile anche grazie al contributo del gruppo Sella, sponsor ufficiale della mostra.
Per la prima volta in Italia vengono presentati oltre 50 capolavori provenienti dalle collezioni dell’importante museo viennese, in particolare dalla Pinacoteca e dalle Kunstkammer (camere d’arte): sono opere raccolte o commissionate tra il XVI e il XIX secolo da importanti membri della Casa d’Asburgo – dall’imperatore Rodolfo II all’arciduchessa Isabella Clara Eugenia, dall’arciduca Leopoldo Guglielmo fino all’imperatrice Maria Teresa – e pertanto rispecchiano i loro gusti estetici, restituendo nell’insieme l’immagine dello splendore di un impero multietnico, multiculturale e multireligioso, che ha fatto dell’arte uno strumento di rappresentazione culturale universale a carattere europeo. Ed è proprio questo aspetto che è stato evidenziato dal Presidente della Fondazione Roma, Franco Parasassi, nel corso della presentazione:
«Con questa mostra rinnoviamo la nostra missione di promuovere progetti culturali capaci di leggere l’arte come spazio di incontro tra storie e tradizioni europee … la nostra ambizione è quella di contribuire a ravvivare, anche attraverso il linguaggio della bellezza, l’idea stessa di Europa, fatta di identità diverse, ma di profondi valori comuni».
Il Direttore Generale del Kunsthistorisches Museum di Vienna, Jonathan Fine, a sua volta ha dichiarato:
«Questa mostra rappresenta molto più di un prestito di opere d’arte eccezionali: rappresenta un dialogo culturale tra Vienna e Roma. I capolavori delle collezioni asburgiche raccontano una visione europea fondata sulla diversità , la curiosità e l’apertura intellettuale. Portare queste opere in Italia per la prima volta è una potente testimonianza della capacità duratura dell’arte di creare connessioni attraverso i secoli e i confini».
La prima sezione “Arte in scena” riesce a trasmettere con immagini suggestive l’idea dell’architettura del KHM (1871-1891), progettato dal viennese Carl Hasenauer e dal tedesco Gottfried von Semper, anche se la collaborazione tra i due architetti – contrattualmente posti su un piano di paritĂ all’interno del progetto – si concluse nel 1876 in modo conflittuale con l’abbandono di Vienna da parte di Semper.

In mostra è esposto un disegno elaborato da Hasenauer per la costruzione della cupola che sovrasta l’enorme sala centrale, come pure un modello in gesso della stessa cupola, che andò in mostra all’Esposizione Universale di Vienna del 1873. Tra le immagini fotografiche che illustrano l’edificio non poteva mancare quella dello scenografico scalone con al centro il capolavoro di Antonio Canova Teseo vincitore del centauro.
Alla realizzazione della decorazione collaborarono numerosi artisti, tra i quali anche Gustav Klimt, suo fratello Ernst Klimt e Franz Matsch, che elaborarono caratterizzazioni sintetiche e accessibili degli stili artistici presenti nel museo.
Giustamente l’architettura di Semper e Hasenauer viene messa in relazione con quella di Antonio Cipolla, cui si deve il progetto del palazzo romano che ospita la mostra. Sebbene questi edifici siano stati progettati per rispondere a finalitĂ diverse – quello di Cipolla fu ideato per una banca – in entrambe le strutture i riferimenti storici si fondono con le esigenze funzionali del loro tempo.
A Vienna gli architetti adottarono un linguaggio più monumentale e celebrativo, consono alla grandezza imperiale della capitale austriaca; a Roma Antonio Cipolla, pur attingendo a elementi rinascimentali e classici, privilegiò un linguaggio più sobrio e raffinato, in sintonia con il tessuto storico della città .
Questi architetti si formarono tutti tra Roma, Firenze e Vienna ed entrarono in contatto con i rispettivi lavori. La curatrice Bischoff ha ricordato nel corso della presentazione che, intorno al 1860, Semper e Cipolla parteciparono entrambi al grande concorso per la facciata della cattedrale di Santa Maria del Fiore a Firenze, e Semper in una lettera riconobbe che il progetto di Cipolla era il più bello (anche se non vinse). Per puro caso Semper morì a Roma nel 1879 durante un suo viaggio e fu sepolto nel Cimitero Acattolico, presso la Piramide Cestia.
La sezione seguente “Palcoscenico e natura” è dedicata alla pittura fiamminga, mettendo in luce in particolare l’importanza di Anversa quale centro nevralgico di una rete artistica estesa, con diverse botteghe impegnate in committenze internazionali. Tra i pittori più noti è certamente Peter Paul Rubens, che trascorse gran parte della sua vita ad Anversa ed ebbe un ruolo fondamentale nella definizione della cultura figurativa del Nord Europa cattolico. Ma, oltre alla città belga, fu fondamentale per questo genio fiammingo il soggiorno italiano tra il 1600 e il 1608: fu allora che il pittore assorbì quelle lezioni di stile e cultura figurativa che connotarono in senso classico la sua arte, rispondendo allo stesso tempo all’estetica enfatica e teatrale prescritta in quegli anni dai dettami della Controriforma.
Il dipinto Giove e Mercurio presso Filemone e Bauci (olio su tela, 1620-25), di Rubens e bottega, è ispirata a un episodio mitico raccontato da Ovidio nelle sue Metamorfosi: Giove e Mercurio, travestiti da mortali, cercano ospitalità in Frigia e solo una povera coppia di anziani li accoglie, giungendo persino a voler sacrificare la propria oca. L’artista raffigura l’istante della rivelazione da parte delle due divinità , trasportando il racconto antico in un contesto contemporaneo.

Pure a tema mitologico è il dipinto Teti riceve da Efesto le armi per Achille (olio su tela, 1630-1632) di Antoon van Dyck, del quale troviamo anche uno dei suoi apprezzatissimi ritratti (Ritratto di giovane donna, olio su tela, 1630-32) che coniugano l’uso del colore dei Fiamminghi con un’attenta resa delle espressioni del volto e della gestualità .
Tra i pittori presenti ricordiamo anche Jan Brueghel il Vecchio (figlio di Pieter Bruegel il Vecchio), che dipinse soprattutto paesaggi, nature morte floreali e scene allegoriche, e Frans Pourbus il Giovane, originario di Anversa, che lavorò a Bruxelles, dove si specializzò nella ritrattistica di corte. A lui si deve il ritratto in vesti sfarzose dell’Arciduchessa Maria Maddalena in abito giallo (olio su tela, 1603-1604), che raffigura la figlia dell’arciduca Carlo II d’Austria, nata nel nel 1587, che nel 1608 avrebbe sposato il granduca Cosimo II de’ Medici.


La terza sezione, dedicata ai dipinti da camera e oggetti da Kunstkammer, ci fa rivivere le atmosfere delle “camere delle meraviglie” (note anche con il termine tedesco Wunderkammer), derivate dagli studioli degli umanisti italiani. In esse gli oggetti venivano raccolti mettendo insieme creazioni della natura (naturalia) con quelle dell’abilità e dell’ingegno umani (artificialia); essi esprimevano la curiosità scientifica e l’aspirazione a cogliere il maggior numero possibile di aspetti del mondo materiale e immateriale, seguendo una pratica collezionistica guidata da criteri estetici personali. E qui il nostro pensiero corre a Rodolfo II, imperatore dal 1576 al 1612, la cui Wunderkammer fu la più grande nell’Europa del suo tempo, tanto che per ospitarla fece ingrandire l’ala nord del suo palazzo a Praga. Oltre a raccogliere favolosi cristalli, coppe di argento dorato e agata, pietre lavorate e marmi preziosi, che accarezzava di notte per dissipare i suoi incubi (in quanto malato di sifilide), egli diede lavoro a numerosi pittori e scultori agli ordini del milanese Giuseppe Arcimboldo, suo pittore di corte. Convinto che soltanto la bellezza delle cose inanimate e dell’arte fosse degna del suo interesse, a prezzo di enormi fortune Rodolfo mise su una collezione impressionante, che comprendeva i quadri di grandi maestri italiani ed esponenti della rinascita pittorica nordica, ma le meraviglie da lui raccolte andarono largamente disperse durante i saccheggi di cui fu oggetto Praga durante la Guerra dei Trent’anni. Altre per fortuna vennero anzitempo trasferite a Vienna dai suoi immediati successori.
La pittura da camera neerlandese (denominazione che comprende l’odierna area olandese e quella fiamminga) che troviamo in questa sezione comprende dipinti di piccolo formato destinati a una fruizione intima, caratterizzati da un’ampia varietà tematica.
Le opere di Gerard ter Borch, Gerard Dou, Jacob van Ruisdael e Juriaen van Streeck così come il lavoro di Hubert Gerhard, affine a quello di Giambologna, le produzioni della bottega Miseroni tra cui una splendida ciotola di eliotropio a forma di chiocciola con un Nettuno in argento dorato (Praga, 1622 ca.), e piccole sculture con personaggi mitici, come una riproduzione in marmo dell’Ercole Farnese (Paesi Bassi, seconda metà del XVI secolo), illustrano la stretta connessione tra pittura neerlandese e oggetti di corte di piccolo formato, tipici delle Kunstkammer delle corti europee.


Tra le opere olandesi di formato più grande, che incontriamo in un’ulteriore sezione, oltre al Ritratto di un giovane uomo (olio su tela, 1638-1640) di Frans Hals e a una monumentale Festa contadina di Pieter Aertsen (olio su tavola 1550),

un pittore che contribuì in modo decisivo all’affermazione di scene di vita quotidiana prima di Pieter Bruegel il Vecchio, ci incuriosisce particolarmente Il mondo alla rovescia di Jan Steen (olio su tela, 1663), un dipinto umoristico concepito come una scena teatrale che invita lo spettatore a decifrare gli indizi presentati con gusto giocoso, come un maiale che divora le rose, un bambino che ruba qualcosa da un armadietto e un neonato che gioca con una collana di perle: il tutto perché la padrona di casa si è assopita e quindi la sregolatezza domina nella casa.

Carnevale a Roma (olio su tela, 1650-51) di Johannes Lingelbach è invece un dipinto olandese che evidenzia l’attrazione per Roma da parte di alcuni pittori detti Bamboccianti (dal nome di Pieter van Laer detto il Bamboccio), che amavano le scene di genere popolare.
Tra i pittori tedeschi, cui pure è dedicato un focus espositivo, non poteva mancare Lucas Cranach il Vecchio, con il dittico Adamo ed Eva (olio su due pannelli di legno, ca. 1520) e Le figlie di Lot (olio su tavola, 1528). Il suo stile è caratterizzato da composizioni appiattite di forte efficacia cromatica e decorativa. Egli aveva un’efficiente bottega che comprendeva “apprendisti”, “garzoni salariati”, “servitori” e “lavoratori specializzati”. Mentre Albrecht Dürer, disegnatore e incisore di Norimberga, mirava all’invenzione originale e all’affermazione della sua personalità artistica, Cranach era più interessato al lavoro di gruppo, alla rapidità di esecuzione e al guadagno.

Pure rappresentato in mostra con il dipinto Giuditta e la testa di Oloferne (olio su tela, primo terzo del XVII secolo) è Johann Liss, un pittore che unì il colorismo espressivo del primo barocco romano al gusto nordico per la narrazione e a un movimento drammatico.

Altri artisti sono Sebastian Stoskopff, originario dell’Alsazia, che sviluppò nel genere della natura morta una più intima modalità espressiva, Joachim von Sandrart, che non fu soltanto pittore, ma anche autore e studioso. La sua Teutsche Academie der Edlen Bau-Bild-und Mahlerey-Künste, pubblicata tra il 1675 e il 1680, è considerata la prima storia dell’arte europea in lingua tedesca.
Nella sezione dedicata ai collezionisti e committenti Asburgo, per i quali la pittura fu un mezzo di autorappresentazione politica e un simbolo di autoritĂ culturale, incontriamo dei capolavori che testimoniano una pluralitĂ di riferimenti alle diverse corti. Ricordiamo a questo punto che, a partire dalla spartizione dei territori asburgici (1519) tra Carlo V, divenuto imperatore, e il fratello Ferdinando I, la Casa de Austria si divise in due linee, una spagnola e una austriaca.
Del già citato Arcimboldo, che nell’ambito della corte praghese di Rodolfo II elaborò un sistema figurativo che combinava l’osservazione della natura con l’allegoria, è esposto L’inverno (olio su tavola, 1563), il cui volto di profilo è reso con frutti, foglie, muschi, funghi intorno a un nodoso tronco d’albero.


Di Guillaume Scrots, pittore alla corte di Carlo V e di suo figlio, è il Ritratto dell’Arciduca Massimiliano II (olio su tavola 1544), raffigurato all’età di 17 anni, con un abito scuro che sembra rifarsi all’austera moda spagnola.
In età barocca questa tradizione iconografica del ritratto dinastico proseguì con Diego Velázquez, pittore di corte di Filippo IV a Madrid, che mise in scena la vicinanza tra sovrano e artista in opere di sottile profondità psicologica. La sua Infanta Margarita in abito blu (olio su tela, tagliata in alto, 1659) è raffigurata all’età di otto anni, con un abito dai timbri freddi che contrasta delicatamente con l’incarnato della bionda principessa, conferendo vivacità al dipinto.

Di David Teniers il Giovane, del quale è esposto Il matrimonio contadino (1648, olio su tela), ricordiamo che, dopo aver conosciuto l’arciduca Leopoldo Guglielmo, si trasferì a Bruxelles intorno al 1650 presso la sua corte, dove fu incaricato della gestione curatoriale della collezione dell’arciduca, che con 1.400 opere avrebbe costituito il nucleo fondativo della Pinacoteca di Vienna.

L’ultima importante sezione è dedicata alla pittura italiana del XVI e XVII secolo, con una selezione di capolavori che illustrano la varietà della pittura italiana tra Venezia, Bologna e Roma. Esse testimoniano il ruolo determinante dell’Italia quale punto di riferimento per la formazione artistica, le pratiche collezionistiche e l’orientamento estetico in tutta Europa, anche nel contesto asburgico da cui provengono i dipinti esposti.
Nell’ambito del Cinquecento veneziano troviamo in mostra opere di Tiziano, Veronese e Tintoretto a testimoniare il ruolo centrale del colore come strumento della composizione pittorica: la modulazione atmosferica del colore di Tiziano, le scene inserite in strutture di respiro architettonico di Veronese (come in Resurrezione del figlio della vedova di Nain, olio su tela, 1565-1570) e la resa dinamica del movimento in Tintoretto delineano approcci differenti ma sempre di grande suggestione.

Guido Cagnacci, con il sensuale Suicidio di Cleopatra (olio su tela, 1661-62), e Orazio Gentileschi, con la sua particolarissima raffigurazione del Riposo durante la fuga in Egitto (olio su tela, 1626-28),

ci colpiscono per quel naturalismo (come nel caso di san Giuseppe che si abbandona al sonno, mentre Maria allatta il piccolo GesĂą), che si rifĂ alla rivoluzione pittorica di Caravaggio.


Giovanni Battista Moroni, infine, rappresenta l’arte dell’Italia settentrionale.
I suoi ritratti uniscono un’osservazione puntuale a una resa misurata e sobria, configurandosi come anello di congiunzione tra la tradizione rinascimentale e l’emergente realismo.
Lo scultore Alessandro Vittoria (olio su tela del 1552-53) è raffigurato da Moroni con le maniche della camicia rimboccate e i capelli spettinati, mentre afferra un antico torso maschile di marmo, rifacendosi in parte al Ritratto di Giulio Romano eseguito da Tiziano, nel quale l’artista raffigurato sostiene una statuina di Venere.
Il capolavoro di Caravaggio L’incoronazione di spine (olio su tela, 1603 ca.) è esposto a parte in una saletta indipendente, in modo da permettere una visione emozionante dell’episodio evangelico. Caravaggio rappresenta la scena in uno spazio non ben definito, in cui due sgherri tormentano con bastoni di canna il capo coronato di spine di Cristo, mentre un soldato in abiti contemporanei osserva la scena dal primo piano.
L’opera venne commissionata dal marchese Vincenzo Giustiniani, ed è per questo che, in un’allusione al suo nome, le canne formano una “V”, mentre la canna nella mano di Cristo può essere vista come l’iniziale del suo cognome latinizzato (Iustinianus).
Nella scheda del catalogo, di Gudrun Swoboda, si legge tra le altre cose:
«Nella parte centrale del quadro illuminata, la linea nucale esposta, vulnerabile di Cristo – che regge debolmente lo scettro – è un riferimento a quell’umiltà che lo condurrà al sacrificio estremo. Al contempo, nessuna figura viene sovrapposta al corpo tormentato di Cristo che, nonostante tutto, resta al centro, “inviolato” – come un’immagine devozionale chiusa in sé. (…) La figura di spalle, che si avvicina a Cristo nonostante la distanza temporale, invita anche gli spettatori a calarsi nel mistero di un Dio che si lascia torturare dall’uomo».

Bisogna riconoscere che la mostra non delude affatto le aspettative, promesse già dall’immagine guida che raffigura l’Infanta Margarita Teresa ritratta da Diego Velázquez, e anzi incanta i visitatori con dipinti di eccelsi artisti, per chiudere in bellezza con Caravaggio, mostrando allo stesso tempo alcune opere più raramente viste sui libri di storia dell’arte che stupiscono per la loro peculiarità .
Nica FIORI Roma 8 Marzo 2026
Da Vienna a Roma. Le meraviglie degli Asburgo dal Kunsthistorisches Museum,
Museo del Corso – Polo museale, Palazzo Cipolla, Via del Corso 320, Roma
6 marzo – 5 luglio 2026
Info: museodelcorso.com
