di Adolfo SANSOLINI
Nei pressi di Basingstoke, nella contea inglese dell’Hampshire, si trova The Vyne, una delle magioni storiche inglesi la cui storia è stata costantemente animata da intrighi e saghe familiari degni di un romanzo d’appendice.
Forse il nome Vyne deriva da vine, vigneto: si narra che in quei luoghi sia stata piantata uva per la prima volta in Inghilterra. Altrimenti, potrebbe essere la distorsione di un nome di epoca romana, poiché nella zona sono stati presenti insediamenti sin dall’Età del ferro. A qualche chilometro di distanza rimangono visibili tracce di un anfiteatro, circondato dai due chilometri e mezzo di mura di Calleva Atrebatum, una cittadina romana che ora si presenta alla vista come un immenso prato.
The Vyne appare all’esterno come un palazzotto non particolarmente sfarzoso, nonostante il portico tetrastilo di disegno classico che è stato il primo del genere in una casa di campagna inglese.

La sua storia inizia nel XIV secolo, sviluppandosi poi fra nobili, sceriffi e statisti. Dopo molteplici cessioni fra famiglie facoltose, dopo due secoli la proprietà è stata allargata e rimodellata in stile Tudor.
Un ulteriore secolo è trascorso fra guerre, cospirazioni e giochi di potere che hanno condotto alla vendita alla famiglia Chute, che l’avrebbe mantenuta per i secoli a venire. Al momento dell’acquisto si decise però la distruzione di due terzi del complesso, lasciando in piedi solo l’edificio che oggi è gestito dal National Trust, una sorta di FAI britannico.
Da allora le sorti di The Vyne hanno iniziato a risollevarsi. Gli interni si sono arricchiti di oggetti d’arte provenienti dall’Italia e altri Paesi europei, acquistati durante i lunghi viaggi. Vengono apportate modifiche anche all’interno dell’edificio, in cui si combinano stili diversi. Nel parco viene scavato un lago artificiale che ancora oggi attraversa la proprietà, ospitando numerose famiglie di uccelli acquatici.

Nel tempo non sono mancati gli ospiti illustri. Qui ha dormito Enrico VIII in un letto circondato da due caminetti, prima con Caterina d’Aragona e poi con Anna Bolena. Tre secoli dopo, di tanto in tanto si fermava a cena Jane Austen. Suo fratello, che era parroco poco lontano, a quella tavola si sedeva ogni settimana.
Fra gli oggetti di valore acquisiti in epoca georgiana, fra il XVIII e il XIX secolo, spicca un cofanetto fiorentino del XVIII secolo, d’ebano con decorazioni in bronzo dorato e costellato di pietre dure. È un regalo inviato a mo’ di risposta da John Chute al fratello Anthony, che gli aveva intimato di limitare le spese. Parole sprecate.

Nei vari ambienti si succedono allestimenti interessanti e storicamente rilevanti, come la galleria completata nel 1526, con le pareti rivestite di quercia intarsiata, in cui sono esposti quadri e busti marmorei.
Oggetti inizialmente concepiti come souvenir di viaggio sono stati ulteriormente impreziositi dal tempo, come i servizi di piatti acquistati a Venezia nel 1741, all’apparenza di porcellana ma in realtà di lattimo, o vetro di latte, su cui sono dipinti scenari locali. I sedici rimasti costituiscono una testimonianza della Venezia del tempo, come in una serie di preziose cartoline rotonde.
L’architettura interna presenta tratti originali perché deriva da progetti elaborati interamente dai proprietari, inclusa la scalinata sovrastata da colonne con capitelli di stile corinzio e pareti celesti. Le istruzioni, a volte inviate a distanza, erano estremamente minuziose, lasciando l’impronta dei proprietari ad ogni successivo aggiornamento o restauro.
La Sala degli Arazzi è tappezzata da tessuti prodotti all’inizio del XVIII secolo, adattati alle dimensioni delle pareti dove si congiungono con la cornice di legno intarsiato del caminetto, generando un effetto spettacolare. Il soffitto ad alveare sembra molto più moderno dei suoi 250 anni.

In un’altra stanza la tappezzeria è invece costituita da decine di stampe, anche di valore, incollate inesorabilmente ai muri.
Un bozzetto del Guercino, realizzato per la pala d’altare della chiesa di San Marco Evangelista a Osimo, è protetto da una teca. Faceva parte di una serie di 29 disegni, poi in gran parte venduta nel 1949 per far fronte alle spese di mantenimento della magione.
L’itinerario termina nella cappella con coro ligneo e vetrate istoriate che resistono dal XVI secolo.
Alla storia delle sale si accompagna quella della famiglia, ricca di aneddoti: dai due facoltosi cugini che preferivano viaggiare e passare tempo insieme invece che con le rispettive mogli, a una vedova che ha combattuto in tribunale contro i figliastri e i loro discendenti, per rimanere signora indiscussa di The Vyne fino alla sua morte in tarda età.
Nel 1956, Charles Chute, morto senza eredi, ha donato la proprietà al National Trust che l’ha mantenuta e aperta al pubblico, investendo milioni di sterline per la sua ristrutturazione.
Adolfo SANSOLINI Londra 9 Agosto 2026
