di Nica FIORI
In via delle Botteghe Oscure, a due passi da largo di Torre Argentina, chissà quanti passanti si sono chiesti negli ultimi anni cosa si nasconda all’interno dell’edificio della Crypta Balbi, che fa parte del Museo Nazionale Romano e che è stato chiuso al pubblico nel gennaio 2023 per l’avvio di lavori di scavo archeologico e restauro architettonico: ben nove interventi, dei quali cinque inseriti nel progetto Urbs. Dalla città alla campagna romana e finanziati con 50 milioni di euro nell’ambito del Piano Nazionale Complementare (PNC) al PNRR.
Ora, grazie all’iniziativa “Crypta Balbi: cantiere aperto”, a cura di Edith Gabrielli e Antonella Ferraro, sarà possibile accedere all’interno del complesso (compreso tra le attuali via delle Botteghe Oscure, via Michelangelo Caetani, via dei Delfini e via dei Polacchi), i cui cancelli saranno aperti nel corso di visite guidate gratuite, a cura del personale del Museo Nazionale Romano, per far conoscere la storia e l’importanza del sito e rendere il pubblico partecipe dei lavori in corso nell’area.

Parliamo di uno straordinario palinsesto in cui si sovrappongono oltre duemila anni di storia urbana, a partire da quando nel 13 a.C. Lucio Cornelio Balbo, un collaboratore di Augusto di origine iberica, fece erigere un piccolo teatro in pietra (il terzo dopo quelli di Pompeo e di Marcello), dotato dietro la scena di un cortile porticato, circondato da una galleria coperta, detta crypta perché doveva essere particolarmente ombrosa, che servisse da svago e ristoro per il pubblico durante le pause degli spettacoli.

In seguito al devastante incendio dell’80 d.C., seguì un restauro e l’esedra della Crypta Balbi venne trasformata in una monumentale latrina pubblica. Altre modifiche risalgono al III secolo con l’installazione di un mitreo e di alcuni laboratori artigianali, mentre nel V secolo si assiste al declino della zona: il teatro viene abbandonato e gli spazi adiacenti utilizzati per sepolture.
Come risulta dalla Forma Urbis marmorea di età severiana, la cui scoperta ha permesso di capire la topografia del luogo, la Crypta confinava da un lato con la Porticus Minucia frumentaria (un grande quadriportico destinato in età imperiale alle distribuzioni gratuite di grano ai cittadini di Roma), i cui resti sono in parte emersi in un recente scavo al di sotto del palazzo novecentesco Lares Permarini (ora Radisson Collection Hotel), che si affaccia nella stessa via delle Botteghe Oscure, il cui toponimo (ad apothecas obscuras) si deve alle botteghe artigiane che sorsero all’interno delle arcate romane del teatro di Balbo.
L’area, in effetti, ha avuto una continuità di vita grazie all’insediamento sul posto di abitazioni, palazzi, laboratori artigianali, una calcara e una chiesa altomedievale, Santa Maria dominae Rosae o Sancta Maria in castro aureo, così chiamata perché sorgeva sulle rovine del Castrum Aureum, che all’epoca si riteneva a torto che fosse il Circo Flaminio.
Nel 1534 Paolo III concesse la struttura a Ignazio di Loyola che vi fondò il Conservatorio di Santa Caterina della Rosa (conosciuto anche come confraternita delle “vergini miserabili pericolanti”), con lo scopo di accogliere e istruire le fanciulle povere, per lo più figlie di prostitute, per facilitarne il matrimonio con uomini selezionati o avviarle al convento, sottraendole così al pericolo di dedicarsi alla prostituzione.

Nel 1560 la chiesa venne ricostruita e dedicata a Santa Caterina d’Alessandria: caratterizzata da una bella facciata rinascimentale e da un singolare campanile costruito su una preesistente torre medievale, possiede diverse opere d’arte (ricordiamo, in particolare, una pala di Annibale Carracci) ed è nota come Santa Caterina de’ Funari, dagli artigiani che lavoravano nei pressi.
L’annesso e retrostante monastero venne demolito nel 1940 con l’idea di ricostruirlo, ma l’area restò in abbandono fino a quando importanti scavi archeologici, avviati nel 1981 dalla Soprintendenza archeologica, riportarono alla luce la Crypta Balbi.
Il percorso di visita “Crypta Balbi. Cantiere aperto” è stato presentato lo scorso 9 luglio da Alfonsina Russo, Capo Dipartimento per la Valorizzazione del Patrimonio Culturale, e da Edith Gabrielli, Direttrice del VIVE – Vittoriano e Palazzo Venezia – e Direttrice ad interim del Museo Nazionale Romano. Entrambe hanno evidenziato l’eccezionale stratificazione urbana del sito e, inoltre, la necessità della “tutela come cura attenta e soprattutto come impegno per la trasmissione e la condivisione” (Russo) e il rischio che un luogo come questo
“interessato da un complesso lavoro di scavo e di restauro che, per la sua conclusione, richiederà ancora del tempo … finisca per uscire dall’immaginario collettivo e cada così nell’oblio” (Gabrielli).
Ragion per cui si è pensato a un progetto di apertura del cantiere, con un primo percorso di valorizzazione, “per mantenere vivi l’interesse e l’affetto del pubblico”.

In seguito l’offerta si arricchirà con una nuova musealizzazione (molto più ampia di quella precedente), un progetto di digitalizzazione dei documenti degli scavi dagli anni Ottanta a oggi, un archivio, laboratori artigianali, luoghi di ristoro e perfino un caffè letterario, per ricordare in particolare il poeta romanesco Gigi Zanazzo, che è vissuto in questo angolo di Roma.
In attesa della riapertura museale, godiamoci le visite guidate al cantiere che, a partire dal 12 luglio 2025, si svolgeranno gratuitamente su prenotazione ogni sabato, alle 10.30 e alle 12.00.
Partendo da via delle Botteghe Oscure e proseguendo al primo piano nel cosiddetto Dormitorio Barberiniano, già parte del complesso di Santa Caterina de’ Funari, i visitatori assisteranno alla proiezione di un video realizzato per il Museo da Light History s.r.l. con la regia di Mary Mirka Milo. Il filmato illustra la storia del sito e le scoperte emerse dagli ultimi scavi attraverso il racconto di due specialisti come Daniele Manacorda e Federico Marazzi, insieme al personale del Museo: l’archeologa Antonella Ferraro, direttrice scientifica dello scavo, l’architetto Saveria Petillo, coordinatrice del progetto architettonico, le restauratrici Debora Papetti e Fabiana Cozzolino.
La visita guidata proseguirà con la visione di alcuni reperti allestiti ad hoc per il sito dallo Studio TassinariVetta, con didascalie ben leggibili in italiano e in inglese. Tra questi reperti inediti spicca un capitello corinzio di lesena, scelto come immagine guida dell’iniziativa, che per la raffinata fattura trova confronti nella decorazione del tempio di Marte Ultore nel Foro di Augusto. Questo pregevole marmo era stato reimpiegato in età tardoantica come tombino di un sistema fognario, secondo la solita prassi di utilizzare i marmi e gli altri materiali che le architetture antiche offrivano in abbondanza.


Una bella testa femminile marmorea (databile tra il I secolo a.C. e il I d.C.) con un’acconciatura a bande ondulate (con leggerissime tracce di colore) ci colpisce particolarmente perché è tagliata superiormente per farvi aderire la parte restante o un elemento lavorato a parte; un’altra testa femminile di età imperiale è identificabile con un tipo ellenistico di Venere.
Sono esposte anche due teste maschili, entrambe di dimensioni ridotte e probabilmente appartenenti alla decorazione di un sarcofago: una presenta elementi stilistici orientati verso la schematizzazione esasperata dei ritratti individuali che diventerà propria della ritrattistica di età tetrarchica (284-312 d.C.), l’altra raffigura un personaggio barbato dalla capigliatura mossa e dalla folta barba, entrambe rese con profondi fori di trapano.


Un frammento di rilievo in marmo bianco raffigura una figura femminile stante che potrebbe raffigurare Atena, mentre una statuetta acefala è identificabile con Pan, un dio dalle gambe caprine connesso con la vita pastorale e campestre, e in un certo senso anche con le attività teatrali, da sempre legate a Dioniso (Bacco per i Romani) e al suo seguito di satiri e sileni.

Pure in mostra sono i reperti rinvenuti in quella che è una delle scoperte più interessanti dello scavo in corso: una fossa votiva (bothros) contenente corna di ovini e bovini e ceramiche del II secolo a.C.
La fossa, di epoca precedente alla costruzione del teatro, è stata rinvenuta al centro del portico, proprio dove nella Forma Urbis è indicata la presenza di un edificio. Questo è stato interpretato come un tempio connesso al teatro, oppure come un complesso di fontane. Il ritrovamento del bothros potrebbe testimoniare una precedente vocazione sacrale dell’area e quindi permetterebbe di propendere per la prima ipotesi.
Tra le altre recentissime scoperte, è particolarmente sorprendente quella dei muri di fondazione di un edificio, lungo 28 metri e largo 15, fino ad ora sconosciuto, con orientamento nord-sud. L’indagine stratigrafica ne ha stabilito la costruzione nel IX secolo, ma poi la costruzione venne abbandonata, prima del suo completamento, forse a causa di un evento traumatico (potrebbe trattarsi di uno dei due terremoti che hanno interessato l’area di Roma nell’801 e nell’847). Lo studio su questo nuovo complesso è tuttora in corso ma, date le dimensioni, non si può escludere che si tratti di un edificio di culto, mai completato.


A conclusione della visita è previsto un affaccio sul cortile centrale dell’isolato, cui si accede da via Caetani, che permette di capire l’ampiezza del sito e la complessità del cantiere.
Nica FIORI Roma 13 Luglio 2025
Per informazioni e prenotazioni:
https://museonazionaleromano.beniculturali.it/crypta-balbi-cantiere-aperto
