di Nica FIORI
Secondo quanto riportato da Eusebio di Cesarea nella sua Vita di Costantino (ca. 335-339), l’episodio che avrebbe maggiormente segnato la vita dell’imperatore cui si deve l’Editto di tolleranza del 313 (firmato da Costantino insieme a Licinio a Milano), che concedeva a tutti la libertà di culto, ponendo fine alle persecuzioni contro i cristiani, è quello della visione in cielo della scritta “In hoc signo vinces”, accanto a un trofeo luminoso a forma di croce. L’apparizione sarebbe avvenuta alla vigilia della battaglia di Ponte Milvio (28 ottobre del 312) contro il rivale Massenzio, anche se rimangono dubbi sul luogo, sul momento e sul tipo di segno apparso. Anche Lattanzio nel suo testo Sulla morte dei persecutori (314-320) ci fa sapere
“Costantino fu avvertito in sogno di iscrivere il celeste segno di Dio sugli scudi e di affrontare così il combattimento. Lui fa come gli è stato ordinato e iscrive sugli scudi il [segno di] Cristo, una X attraversata dalla lettera I con una curva in cima” (XLIV, 4-5)
Quel segno grafico è il cristogramma o chrismon, dato dall’unione delle lettere greche sovrapposte X (chi) e P (rho), iniziali del nome Xristos; dopo essere stato usato sullo stendardo dell’esercito di Costantino a ponte Milvio, il segno della vittoria si diffuse in tutto l’impero, al posto del primitivo pesce (in greco ichthys, acronimo delle parole che significano Gesù Cristo figlio di Dio Salvatore) e della croce vera e propria, che all’epoca era ritenuta un simbolo di infamia.

Traendo spunto dalla frase simbolo dell’affermazione e diffusione del cristianesimo, è stata ideata la mostra “IN HOC SIGNO”, dedicata alle prime testimonianze cristiane tra Ostia e Porto, ospitata dal 21 maggio al 21 novembre 2026 nel rinascimentale Castello di Giulio II, all’interno del Borgo di Ostia antica. L’esposizione, a cura del direttore del Parco archeologico di Ostia antica Alessandro D’Alessio e dei funzionari archeologi Dario Daffara e Cristina Genovese, è particolarmente interessante perché ci fa conoscere opere poco note, e in qualche caso esposte per la prima volta, in grado di evocare il cambiamento culturale avvenuto tra il IV e il V secolo, che si intreccia con la trasformazione politica e sociale dell’Impero durante la tarda antichità.

I due insediamenti di Ostia (sorta intorno al primitivo porto alla foce del Tevere) e di Portus (comprendente il porto imperiale di Claudio e quello successivo di Traiano, arretrato rispetto al mare) costituivano il principale sistema portuale dell’antichità, dove per secoli hanno convissuto culture, popolazioni e religioni differenti, come testimoniato dai numerosi ritrovamenti relativi ai culti di divinità orientali quali Mitra, Cibele, Iside e Serapide, ai quali è dedicata una sezione espositiva. Questi culti erano ampiamente diffusi in tutto il mondo romano in contemporanea col primo cristianesimo, ed erano accettati dal paganesimo ufficiale, in quanto non negavano le altre divinità, anzi si può dire che siano stati favoriti da alcuni imperatori in chiave politico-ideologica.


Proprio questi culti inizialmente devono aver fatto grande concorrenza alla nuova religione di Cristo, così come l’ebraismo: ragion per cui il cristianesimo appare poco attestato nel territorio ostiense prima del III secolo. Inoltre dobbiamo considerare che Ostia era facilmente raggiungibile dagli scali del Mediterraneo occidentale (nei mosaici del Piazzale delle Corporazioni sono ricordati, in particolare, i rapporti commerciali con i Cagliaritani, i Turritani, ovvero gli abitanti di Porto Torres, i Cartaginesi, i Sabratensi ecc.), mentre i cristiani giungevano a Roma più facilmente da Brindisi o da Pozzuoli. Comunque, già alla fine del II secolo possiamo ipotizzare la presenza di una comunità cristiana, anche se non sono rimaste tracce materiali, come suggerito da un’opera letteraria di Minucio Felice, ambientata nell’amoenissima civitas di Ostia. Si tratta del dialogo Octavius, nel quale il cristiano Ottavio difende la sua religione dagli attacchi del pagano Cecilio, riuscendo a convertirlo. Si ricorda, poi, il martirio del vescovo Ciriaco e di altri ostiensi sotto l’imperatore Claudio il Gotico (268-270).
In seguito all’Editto di Milano, anche Ostia venne dotata di chiese, a partire da una Basilica costantiniana, dedicata ai Santi Pietro, Paolo e Giovanni Battista, identificata un tempo nella cd. Basilica cristiana sul decumanus maximus e di recente in un edificio, a ridosso delle mura nella regione V, tuttora in corso di scavo da parte dell’Istituto Archeologico Germanico di Roma.

Nella mostra vediamo come la progressiva diffusione della fede cristiana, a partire dal III secolo, è attestata dalla produzione di oggetti con decorazioni allusive al nuovo credo, che spesso recuperano e interpretano iconografie già diffuse nel mondo classico. Alcuni manufatti, come le lucerne, recano la raffigurazione del pastore “crioforo” (portatore di ariete o di agnello), interpretato in chiave cristiana come Buon Pastore, e le rappresentazioni di Orfeo che incanta gli animali, nelle quali si allude alla figura salvifica di Cristo. Proprio la presenza di Orfeo nella decorazione della cassa di un sarcofago determinò, in effetti, il suo riutilizzo come reliquiario delle spoglie di san Ciriaco, documentato dall’iscrizione apposta sul coperchio.


Con il cessare delle persecuzioni il cristianesimo può espandersi in tutto l’impero, e di conseguenza anche a Ostia e a Porto troviamo, a partire dal IV secolo, raffigurazioni più esplicite della nuova religione. La cristianizzazione nel VI secolo è tale da spingere lo storico bizantino Procopio a denominare “Isola Sacra” l’isola (creatasi artificialmente tra il Tevere, il mare e la Fossa Traiana, in seguito alla realizzazione del porto di Traiano), che era stata bagnata dal sangue di diversi martiri.
I ritrovamenti archeologici testimoniano a Ostia l’impiego del chrismon su molti oggetti legati alla vita quotidiana, in particolare su lucerne in terracotta, anelli e specchi.

Nella sfera funeraria la diffusione del culto è suggerita anche da alcuni oggetti di lusso, come nel caso di una straordinaria coppa di vetro (fine IV secolo – inizio del V), proveniente dagli scavi di un fognolo della Domus del Protiro. Nel vetro della coppa è incisa una figura trionfante, presumibilmente Cristo o forse san Lorenzo (per via di un disegno che potrebbe essere interpretato come una graticola), mentre il fondo di un bicchiere con l’iscrizione dorata Iulia Fructa bibe (Iulia Fructa bevi) rimanda al banchetto funerario cristiano (di origine pagana), noto come refrigerium, e all’augurio di vita eterna.

Oltre alla Basilica costantiniana, in città vengono innalzati luoghi di culto di minori dimensioni, come l’Oratorio di Ciriaco presso il Teatro e l’Oratorio delle Terme del Mitra presso via della Foce.

Da quest’area provengono due pilastrini di recinzione presbiteriale con croce cristogrammatica e le lettere greche alfa e omega a simboleggiare l’inizio e la fine di ogni cosa.
Sono stati rinvenuti, inoltre, i frammenti di una grande mensa marmorea semicircolare, decorata con le raffigurazioni del Peccato originale sulla destra e di Apostoli sulla sinistra, che in occasione della mostra tornano a Ostia per la prima volta dalla loro scoperta nel 1862, grazie a un prestito della Banca d’Italia, nelle cui collezioni erano confluiti.
La tavola comprende anche alcuni frammenti rinvenuti nel 1939 in via della Foce.

Tra i personaggi cristiani che sono in qualche modo legati a Ostia potremmo ricordare, tra gli altri, santa Monica, la madre di sant’Agostino, che vi giunse con il figlio nel 388, in attesa d’imbarcarsi per l’Africa, e che vi morì. La sua sepoltura si trovava, prima della sua traslazione a Roma, nella chiesa di Sant’Aurea nel Borgo di Ostia antica (la cittadella detta anche Gregoriopoli) proprio di fronte al Castello di Giulio II.
Tra la fine del IV e l’inizio del V secolo il culto cristiano si diffonde anche nel suburbio di Ostia con la costruzione di basiliche funerarie come quella di Pianabella, scoperta negli anni Cinquanta del secolo scorso sotto l’attuale cattedrale di Sant’Aurea, mentre più a sud viene probabilmente realizzato un piccolo sacello, oggi dedicato a Sant’Ercolano. Dalla basilica di Pianabella, caratterizzata da un recinto funerario capace di ospitare un centinaio di sepolture, proviene una grande tavola marmorea circolare con tredici lobi, utilizzata per la benedizione del cibo da consumare nel banchetto rituale in onore dei defunti, il già citato refrigerium, praticato fino al V-VI secolo.

La basilica viene restaurata alla fine del V secolo dal vescovo Bellator, che fa incidere il suo nome sull’architrave della recinzione presbiteriale, e continua a ospitare sepolture nell’alto medioevo, come testimoniato dal ritrovamento di una fibbia di cintura in bronzo con motivo a palmette e di ceramica “a vetrina pesante”, che suggeriscono rapporti della comunità locale con Roma e il mondo orientale. Gli ultimi interventi di restauro riguardano l’abside, dove nell’VIII secolo viene realizzato un recinto con pilastrini di tufo decorati da croci gemmate dipinte, una delle quali è stata scelta come immagine guida della mostra. Alla recinzione presbiteriale sono forse pertinenti anche i frammenti di lastre marmoree con un motivo a intreccio.
Per quanto riguarda Portus, ricordiamo che venne trasformata da Costantino in civitas, mentre prima dipendeva da Ostia, e di conseguenza venne creata una nuova diocesi. Il cambio di status fu il naturale riconoscimento di un processo portato a termine già nel III secolo, quando Ostia sotto i Severi era diventata una città solo residenziale, mentre tutti i lavori portuali si svolgevano a Porto. Nell’area di Porto si ricordano la basilica Portuense e nell’adiacente Isola Sacra i resti della basilica paleocristiana di Sant’Ippolito, dominati dal solitario campanile romanico (XII secolo), che costituì per secoli il solo indizio della sua presenza, prima degli scavi iniziati nel 1970. Le fasi altomedievali nelle due basiliche sono documentate da resti di affresco e dall’elegante decorazione marmorea che evidenzia la perizia delle officine del tempo.


Estremamente difficoltoso è far luce sulla biografia di sant’Ippolito, che avrebbe subito il martirio nel 229 affogato in un pozzo davanti alle mura di Porto e che sarebbe diventato il patrono di Fiumicino, perché viene spesso confuso con il più celebre Ippolito di Roma, che è stato scrittore, antipapa, martire e santo vissuto tra il 170 e il 235.

La mostra si conclude con un quadro sulle più recenti indagini antropologiche effettuate nei due distretti di Ostia e di Porto, che aiutano a fornire importanti informazioni sulle peculiarità degli individui che popolavano tale territorio. Dalla basilica di Pianabella provengono almeno 110 individui da 32 sepolture collettive, dalla basilica Portuense almeno 92 individui da 26 sepolture collettive e dalla basilica di Sant’Ippolito almeno 27 individui da 11 sepolture collettive e individuali. L’analisi antropologica punta a dare una descrizione della popolazione con dati sullo stato di salute e sulle abitudini bioculturali. In tutti e tre i contesti all’interno delle sepolture collettive trovano posto individui di ambo i sessi e di tutte le età e ciò fornisce un’idea della variabilità e della composizione del gruppo.
La visita della mostra, d’indubbio fascino, è inclusa in quella del suggestivo castello di Ostia antica, certamente meno conosciuto rispetto alla vicina area archeologica, ma di grande importanza perché si tratta di un’architettura di Baccio Pontelli, come ricordato sull’iscrizione del portale, insieme a quella del committente cardinale Giuliano della Rovere, divenuto poi papa col nome di Giulio II (1503-1513).

In quest’opera sono evidenti gli influssi dell’architettura militare marchigiana del tardo ‘400, in particolare dei cosiddetti modelli “di transizione” per attutire i tiri dell’artiglieria, appresi da Pontelli collaborando con Francesco di Giorgio Martini alla costruzione del Palazzo Ducale di Urbino. Lo schema si articola su una pianta triangolare, con due torrioni agli angoli e il mastio inserito in un bastione poligonale. Uno spartiacque cronologico nella storia del castello è costituito dall’anno 1556 con l’assedio delle armate spagnole del duca d’Alba, Fernando Alvarez de Toledo, che costringe alla resa la guarnigione. L’anno seguente una rovinosa piena del Tevere ne devia il corso determinando lo spostamento della dogana pontificia a Tor Boacciana, più vicino al mare, e il conseguente lento abbandono della fortificazione. Solo con l’Unità d’Italia Francesco De Sanctis, ministro dell’Istruzione, decise di utilizzare le sale del castello come prima sede del Museo Ostiense; in seguito le sale accolsero un antiquarium e poi, dopo un esteso intervento di restauro, divennero sede degli uffici della Soprintendenza, finché nel 1964 si decise di allestire negli appartamenti papali un piccolo museo dedicato alla storia del castello.
Nica FIORI Roma, 31 Maggio 2026
Per informazioni su orari e biglietti: https://ostiaantica.cultura.gov.it/info-visita/castello-di-giulio-ii/
