di Nica FIORI
Una mostra diffusa tra le Terme di Diocleziano, il Tempio di Romolo nel Parco del Colosseo e il Vittoriano.
“Divina, / così, con passo, sempre ugual, di gloria / andava Roma verso il grande imperio. / E monti e valli e fiumi e selve al passo / fremean sonanti sotto il pie’ di Roma, / della Immortale sempre più lontana”.
Come si evince da questi versi, tratti dall’Inno a Roma di Giovanni Pascoli (1911, vv. 312-317, tradotti dall’Hymnus in Romam), a un poeta latinista del suo calibro non poteva sfuggire l’immagine di Roma come divinità guerriera, che avanzava con il suo passo marziale alla conquista di terre lontane.

Proprio una piccola ma simbolica statua della dea Roma (marmo, II secolo d.C., MNR), vestita all’amazzone e con l’elmo tipico di Minerva, è stata scelta per introdurre, nelle Terme di Diocleziano (una delle quattro sedi del Museo Nazionale Romano, MNR), la prima parte della mostra “Roma in moneta. Arte e potere nella storia della città eterna”, che si tiene dal 2 luglio al 27 settembre 2026.
Il titolo della mostra sottolinea il ruolo della moneta come documento in grado di veicolare la rappresentazione del potere attraverso ritratti di importanti personaggi, scene celebrative, simbologie araldiche, raffigurazioni legate al mito e alla religiosità, e quindi in grado di raccontare la storia della città, ma allo stesso tempo vuole offrire un quadro più ampio della vita nell’Urbe attraverso significative opere d’arte.
Si tratta di una mostra ambiziosa, articolata in tre sezioni cronologiche collocate in tre sedi diverse: la parte antica nelle Terme di Diocleziano, la sezione medievale nel Tempio di Romolo (Parco archeologico del Colosseo) e quella moderna e contemporanea nel Vittoriano (Istituto VIVE, Vittoriano e Palazzo Venezia).
La scelta di allestire una mostra diffusa, che potrebbe diventare un modello di riferimento per il futuro, nasce dalla consapevolezza che forse nessun istituto sarebbe stato in grado di assolvere da solo a un’esposizione così complessa. I tre più importanti musei statali di Roma, sotto l’egida del Dipartimento per la valorizzazione del patrimonio culturale (DiVa), si sono uniti per realizzare questa interessante operazione culturale, valorizzata anche da un biglietto integrato unico (valido per tutta la durata della mostra), che consente di vedere tutte e tre le sedi in momenti diversi. La mostra, ricca di oltre 160 opere provenienti da importanti musei statali e civici, archivi, fondazioni e collezioni private, è curata da Alfonsina Russo, Capo Dipartimento del DiVa, e dai direttori dei tre musei: Edith Gabrielli (VIVE), Simone Quilici (ParCo) e Federica Rinaldi (MNR).

Le monete più antiche provengono dal Medagliere Romano, custodito nel caveau di Palazzo Massimo alle Terme (MNR), che è stato recentemente riaperto al pubblico con un nuovo allestimento dopo sei anni di chiusura ed è attualmente interessato da un importante progetto di digitalizzazione finanziato con fondi PNRR, come ha ricordato Federica Rinaldi. Quelle più recenti provengono, invece, dal Museo della Zecca di Roma.
Ciascuna delle sedi è organizzata in diverse sottosezioni, in ognuna delle quali è evidenziata una moneta relativa al momento storico selezionato: moneta che è riprodotta in alto con grafiche e proiezioni che consentono di leggerla meglio.
SEZIONE ANTICA
Nelle Terme di Diocleziano sono trattati otto momenti storici salienti, legati o a particolari fatti militari e politici o a figure storiche di dittatori, nel senso romano del termine, ma troviamo anche la città dei giochi fino ad arrivare al declino della città con la guerra greco-gotica. Tra le 45 opere esposte, ben 25 provengono dai depositi del MNR e alcune sono esposte per la prima volta. La prima moneta, nella I sottosezione intitolata “Il corpo e il volto di Roma”, è un denario anonimo del 115-114 a.C. che presenta al dritto la testa elmata della dea Roma e al rovescio la figura intera, seduta su una pila di scudi, mentre assiste all’allattamento di Romolo e Remo presso il Lupercale.

Gli fanno da cornice alcune immagini della dea riprodotte e reinterpretate nei secoli, incarnando di volta in volta la città, la res publica, il potere imperiale e il suo destino vittorioso, fino a trasformarsi in allegoria politica, come nel caso della dea Roma seduta, posta al centro dell’Altare della Patria (modello in gesso del 1908, VIVE). In quest’opera l’autore Angelo Zanelli ha trasformato l’immagine dell’antica dea armata in quella simbolica e monumentale adatta all’Unità nazionale.
Tra i reperti esposti ricordiamo il grande piatto da parata in argento (434 d.C., Museo Nazionale Archeologico di Firenze) con la personificazione di Roma a sinistra e probabilmente di Cartagine (o Costantinopoli) a destra, mentre al centro siede il console Ardabur Aspar in abito ufficiale sulla sella curule, accanto al figlio, il pretore Ardabur iunior.

Proseguendo il percorso, la sottosezione intitolata “La costruzione della via Appia e la Magna Grecia” (IV -III secolo a.C.) trae spunto dall’apertura della via iniziata da Appio Claudio il Cieco nel 312 a.C. per collegare Roma e Capua. Un didramma in argento del 240 a.C., con la testa di Ercole e ancora una volta sul rovescio la lupa con i gemelli Romolo e Remo, è una delle prime emissioni romano-campane e intreccia il mito di Roma con modelli del mondo magnogreco. Il processo di assimilazione della cultura figurativa greca è illustrato in mostra da splendidi manufatti come le teste fittili da un santuario di Gabii (fine V – inizi IV sec. a.C., MNR) e quella in pietra calcarea prestata dal Museo Barracco, le applique in terracotta policroma provenienti da due tombe, raffiguranti quadrighe guidate da Vittorie (MNR), e una statuetta equestre di Alessandro Magno in bronzo (età ellenistica, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia).


Gli altri temi sono “La guerra sociale e il tempo di Silla” (91-79-a.C.), “Cesare dittatore” (49-44 a.C.), “Ottaviano Augusto e la nascita di un impero” (31-27 a.C.), “Il nuovo anfiteatro nella città dei giochi” (80 d.C.), “Massenzio contro Costantino” (312 d.C.) e infine “La guerra greco-gotica e la fine di Roma antica” (535-553 d.C.).
Tra i pezzi esposti ricordiamo il ritratto in bronzo di Silla, prestato dal Museo archeologico di Verona, e quelli di Giulio Cesare (Musei Vaticani), di Augusto (MNR) e di Vespasiano (MNR), un altare circolare con scena di sacrificio, da Avellino (Museo Irpino), alcune lastre Campana (tra cui una con scena di venatio nel Circo Massimo, MNR), un’acquaforte con la Battaglia di Ponte Milvio di Pietro Aquila (Istituto centrale per la Grafica), che è una copia dell’affresco di scuola raffaellesca nella Sala di Costantino in Vaticano, e la testa di Costantino (marmo, Museo dei Fori Imperiali), di grandezza superiore al vero, ritrovata qualche anno fa nel Foro di Traiano, che mostra i segni di una rilavorazione da un precedente ritratto imperiale. Dello stesso periodo costantiniano è una statuetta del Buon Pastore (MNR), che utilizza un’antica iconografia in chiave cristiana, mentre si data alla fine del V o inizio del VI secolo il ritratto di imperatrice bizantina, detto di Ariadne o di Amalasunta (Musei Capitolini).


Tra le monete sono particolarmente evocative della città un denario in argento di Ottaviano con la Curia Iulia e il sesterzio di Domiziano (a nome del divo Tito) in oricalco con il Colosseo, tra la Meta sudans e le Terme di Tito.

È invece d’oro il tremisse di Giustiniano, che presenta sul rovescio una Vittoria con una corona in una mano e il globo con la croce nell’altra. Il tremisse valeva un terzo di un solidus, da cui deriva la parola “soldo”.
SEZIONE MEDIEVALE
La sezione ospitata nel Tempio di Romolo nel Foro Romano indaga l’eredità medievale della monetazione romana che dall’aes, dal denarius e dal solidus si evolve nelle più disparate forme, pur mantenendo a lungo, almeno per tutto l’Alto Medioevo, l’originaria denominazione imperiale, come ha ricordato il curatore Simone Quilici. Anche questa parte della mostra è suddivisa in otto sottosezioni, che vanno viste in senso orario, a partire da “Un papa vicino e un imperatore lontano, 692”. La moneta scelta per rappresentare questa prima sottosezione è un esemplare in bronzo raffigurante al dritto un busto imperiale, al rovescio il segno del valore di 20 nummi e le lettere ROM di Roma, qui con andamento retrogrado e con la M accidentalmente eliminata durante il ritaglio della lamina. La presenza del busto imperiale dimostra che, in questo periodo, la città fa pienamente parte dell’impero bizantino. Nel 692, l’imperatore Giustiniano II invia funzionari a Roma per far catturare papa Sergio, che si è rifiutato di firmare gli atti di un concilio ecclesiastico, ma il papa resiste fieramente.
Via via che il potere bizantino si allontana, il linguaggio visivo romano diventa sempre più specifico ed energico, per volere dei papi che così siglano il loro crescente potere politico e amministrativo. Nella seconda sottosezione “L’alleanza con i Franchi e il papa-imperatore, 774” la data si riferisce al papa Adriano I, che appare su un suo denaro d’argento sul dritto, perché si è sostituito alle vecchie autorità bizantine. Andando avanti con la trattazione di momenti relativi a papi e lotte di potere, incontriamo la sottosezione “Stefania senatrice e l’impero delle madri, 970”, che ci parla di donne sorprendentemente in primo piano nel X secolo. Proprio nel 970 papa Giovanni XIII concede per la prima volta a una donna dell’alta aristocrazia romana, la “senatrice” Stefania, i diritti di governo sulla città di Palestrina. Le nobili donne al potere, però, furono insultate da chierici come Liutprando da Cremona e chiamate con disprezzo “meretrici”, mentre le fondazioni di chiese, gli affreschi e gli oggetti da loro commissionati sono stati spazzati via dalla storia, in una sorta di censura antifemminile.
Grande risalto viene dato a “Il Sacco normanno e il nuovo volto di Roma, 1084”. Contrariamente a quanto si pensa, dopo questo sacco la città viene ricostruita con un nuovo volto, 4 metri al di sopra quella antica.
Tra gli altri argomenti ricordiamo “La distruzione delle torri e lo strapotere dei nobili, 1258”, “La battaglia di Porta San Lorenzo e il popolo romano, 1347”, con l’esposizione di un denaro provisino (così detto dalla città di Provins) di Cola di Rienzo, per finire con il ritorno del papa a Roma dopo la cattività avignonese e la rinascita di Roma, in particolare con Martino V, del quale è esposto un grosso in argento, coniato tra il 1417 e il 1431.

Anche in questa sezione sono presentate alcune opere d’arte d’indubbio interesse, in particolare affreschi frammentari provenienti da chiese e musei, come quello raffigurante la leggenda dei Sette Dormienti di Efeso (VII secolo, staccato dalla chiesa di Santa Maria in via Lata, MNR), e quello con Santa Caterina d’Alessandria alla ruota (XIII secolo, Musei Vaticani), staccato da un matroneo della chiesa di Sant’Agnese fuori le Mura. È attribuito a Pietro di Belizo e Belluomo il frammento con Madonna (tempera su tavola del XII secolo Fondazione Magnani-Rocca, Parma), che era certamente una tavola devozionale di una chiesa romana, appartenente alla tipologia della Vergine advocata (che intercede per l’umanità). Alla cerchia di Pietro Cavallini appartiene la testa del Salvatore (frammento su tavola, inizio XIV secolo, VIVE), che probabilmente faceva parte di un Giudizio Universale.

Tra le opere più spettacolari vi è la statua colossale di Bonifacio VIII, dell’orafo Manno da Bandino da Siena, proveniente dal Museo civico medievale di Bologna. Realizzata in rame dorato e bronzo su anima di legno, risale al 1301, esattamente un anno dopo il primo Giubileo, promosso dal papa, ed era destinata alla facciata del Palazzo Pubblico di Bologna.


Rimanda invece alla vita quotidiana e alla prassi del riutilizzo dei marmi antichi lo strumento per misurare il grano, del 1380 ca., ricavato dal cinerario di Agrippina Maggiore.
SEZIONE MODERNA
Nella sede del Vittoriano la sezione moderna della mostra è un po’ più ampia rispetto alle altre, perché comprende ben 9 sottosezioni, introdotte da altrettante monete che documentano il pontificato di Sisto IV (1471-1484), il Sacco di Roma del 1527, la Peste del 1656-1657, il Giubileo del 1750, la Repubblica Romana del 1798-1799, la Breccia di Porta Pia del 1870, la Marcia su Roma del 1922, il Referendum istituzionale del 1946 e l’introduzione dell’euro nel 2002.
Tra i capolavori quattrocenteschi in mostra ricordiamo il cd. Messale della Rovere, miniato da Jacopo Ravaldi (Torino, Archivio di Stato), il San Marco evangelista di Melozzo da Forlì (tempera su tela, Roma, basilica di San Marco al Campidoglio), la Madonna col Bambino in marmo bianco di Mino da Fiesole (Ospedale di Santo Spirito in Sassia) e la Madonna in trono col Bambino di Cosimo Rosselli (tempera su tavola, Pisa, Museo nazionale di San Matteo).

Il Ritratto di Clemente VII di Sebastiano del Piombo (olio su tela, 1525-1526, Napoli, Museo e Real Bosco di Capodimonte) raffigura il pontefice (nato Giulio de’ Medici), sotto il quale la città è stata brutalmente saccheggiata dalle truppe imperiali di Carlo V, in particolare dai famigerati Lanzichenecchi, ricordati in mostra da una pellegrina in maglia di ferro e una spada di manifattura tedesca.


Oltre a una moneta battuta nel 1527 con lo stemma di Clemente VII, il pontefice è ricordato in una medaglia in argento dorato del 1534 realizzata da Benvenuto Cellini, prestata dal Museo del Bargello di Firenze.


Sono del Seicento il Ritratto di papa Alessandro VII Chigi di Gian Lorenzo Bernini (terracotta, 1657, Roma, Gallerie Nazionali d’Arte Antica) e alcune belle tele, tra cui Santa Martina rifiuta di adorare gli idoli di Pietro da Cortona (1656, Firenze, Gallerie degli Uffizi) e il coevo Battesimo di Cristo di Carlo Maratti (Lovere, Gallerie dell’Accademia).

Altre opere spettacolari sono quelle della metà del Settecento, tra cui due tele di Giovanni Paolo Panini, il Battesimo di Cristo di Corrado Giaquinto e Vulcano di Pompeo Batoni. Della fine del Settecento sono le sculture di Bartolomeo Cavaceppi (VIVE) e i dipinti di Felice Giani e di Andrea Camuccini. Per l’Ottocento ricordiamo un celebre dipinto di Federico Zandomeneghi, I poveri sui gradini del convento d’Aracoeli (olio su tela, 1872, Milano, Pinacoteca di Brera). Acquistato all’epoca dal Ministero della Pubblica Istruzione, il dipinto è uno dei primi disincantati sguardi d’artista sulla neocapitale d’Italia.
Dei primi Anni Venti del Novecento è L’amante morta di Arturo Martini (bronzo, Collezione privata, in comodato presso il Ministero degli Affari Esteri), che ci colpisce per le forme essenziali, sublimate da un patetismo sommesso.


Seguono capolavori pittorici di Giacomo Balla, Giorgio de Chirico, Gino Severini, Scipione, Katy Castellucci, Carla Attardi e altri, alcune sculture, tra cui Genesi di Antonietta Raphaël, fino ad arrivare alle opere contemporanee, tra cui la sorprendente figura in resina di un uomo appeso alla parete come un manichino (Untitled, 2000), di Maurizio Cattelan, quattro foto di Adrian Paci del 2001 e le sedie in legno di Alberto Garutti del 2001-2003, che potrebbero essere scambiate per anonimi sedili, mentre in realtà, essendo dipinte con una vernice che s’illumina al buio, rispondono alla domanda “Che cosa succede nelle stanze quando le persone se ne vanno?”, come recita il titolo. Una scritta introduttiva all’inizio della mostra ci ricorda che tutta l’arte, quando viene realizzata, è contemporanea.
La direttrice del VIVE Edith Gabrielli ha tenuto a precisare:
“Untitled di Maurizio Cattelan è la spettacolare conclusione della mostra nella sezione del Vittoriano. Ovviamente non è tutto qui, anzi, gli altri periodi, dal Rinascimento al Barocco, fino al Novecento, godono di pari spazio e importanza. D’altro canto, la presenza di Cattelan e di altri grandi artisti contemporanei chiude il cerchio tra lo ieri e l’oggi, restituendo l’immagine di una città ancora capace di immaginare il futuro”.
Nica FIORI Roma 12 Luglio 2026
