“Chiunque permetta lui stesso di essere frustato, merita di essere frustato” (W. von Masoch). Al Teatro Arcobaleno “Signorina Giulia”, di August Strindberg. (14-15-16 novembre)

di Marco FIORAMANTI

INTERAZIONE TRA CLASSI SOCIALI E CONFLITTI DI GENERE

Roma, Teatro ARCOBALENO

Signorina Giulia di August Strindberg

Regia Gianni Leonetti con Camillo Ciorciaro, Serena Cino, Francesca Di Meglio

Scene Mauro Banella – Musiche originali Marco Schiavoni – Costumi Gdf Studio – Disegno Luci Giovanna Venzi – Produzione TEATRO INSTABILE SOC. COOP.

(14-15-16 novembre)

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Chiunque permetta lui stesso di essere frustato, merita di essere frustato”.

Wanda von Sacher-Masoch, Le mie confessioni

Una serata destinata al successo, questa della Signorina Giulia al teatro Arcobaleno, in cui i tre attori, in poco più di un’ora di spettacolo, sono riusciti in maniera sublime a dare il meglio di loro. Come non elogiare chi riesce a rappresentare la tragicità dei rapporti sociali – ai tempi di Strindberg – con estrema naturalezza e credibilità. Come non restare incantati nel vedere la protagonista, la contessina Giulia (un’effervescente Serena Cino), apparire inizialmente indiscussa padrona del campo, condurre apparentemente il gioco e, nello spazio di un baleno, passare da seduttrice a sedotta. Si tratta di quei capovolgimenti di fronte che istintivamente rimandano alla indimenticabile Venere in pelliccia del barone Leopold von Sacher-Masoch.

Ma veniamo alla storia. Siamo in Svezia, è notte di San Giovanni durante la quale le distinzioni sociali vengono messe da parte, e i padroni possono ballare coi servi”. In una villa nobiliare neoclassica, la signorina Giulia, venticinquenne inquieta, eccessiva, stravagante, insoddisfatta della sua esistenza, dorme sonni agitati.

Non è nello sfarzo del Palazzo che si svolge l’intero spettacolo, ma all’interno della cucina, scenografata con sobria attenta cura, dove il domestico Jean (l’ottimo Camillo Ciorciaro) e la cuoca Kristin (Francesca Di Meglio, raffinata di gesti e di parola), fidanzati, vengono investiti dall’improvviso incedere dalla padroncina Giulia che decide sfacciatamente di sedurre Jean a partire da un invito alla festa da ballo. Ne nasce un gioco di impulsi reciproci e ambivalenti che giocano da una parte sull’antico desiderio dell’ambizioso Jean di ‘avere’ Giulia e i suoi titoli nobiliari, dall’altra sulla perversa provocazione dell’infelice Giulia verso una conquista bizzarra.

Jean e Giulia decidono – nella reciproca follia – di vivere e consumare questo autodistruttivo sogno erotico, pur sotto gli occhi rassegnati della tradita Kristin, pazientemente legata al suo stato d’inferiorità nella scala sociale. Un altro personaggio, che mai è in scena, ma aleggia nell’aria e viene vissuto – anche dal pubblico – come presenza incombente è quello del signor Conte, il padre di Giulia.

L’odio inconscio verso il genere maschile, profondamente innestato nel cuore di Giulia, si tratti dell’amante o del conte – signor padre, e il ruolo di dipendenza da parte della donna nella società aristocratica svedese fanno di questo lavoro strindberghiano un unicum drammaturgico che sfocia stavolta in un finale particolare, scelto dal regista tutto da scoprire.

VENERE ‘SENZA PELLICCIA’ NELLA SVEZIA DI FINE OTTOCENTO

Spettacolo da non perdere.

Marco FIORAMANTI  Roma 9 Novembre 2025

Le foto sono dell’Autore