di Chiara SAVETTIERI
L’incantesimo di Alexander Calder
“Sculpteur du temps”, così lo definiva Jacques Prévert. All’artista che mise in moto la scultura, Alexander Calder (1898-1976), la Fondation Louis Vuitton di Parigi dedica una grande retrospettiva “Calder. Rêver en équilibre”, curata da Dieter Buchhart e Anna Karina Hofbauer.
Chi frequenta musei e mostre ha sicuramente visto almeno una volta nella vita uno dei suoi mobiles, quelle architetture eteree e delicate che disegnano lo spazio intercettandone i minimi moti, per cui è noto al pubblico l’artista americano che visse per lunghi periodi a Parigi.
Tuttavia, trovarsi a percorrere immense sale interamente abitate dalle sue opere è un’esperienza immersiva inedita e lirica, che permette di cogliere ancor meglio la poetica dello scultore: è come sprofondare nel suo immaginario creativo e dimenticare le tristezze del mondo.
Non è un artista che richiede ragionamenti per essere compreso. Non è un artista concettuale: la sua arte si capisce per intuizione, lasciando che lo sguardo percorra con libertà le sue sculture il cui potere incantatore è anche rivelatore di una visione fatta di grazia, leggerezza,
e di una vita che viene qui sublimata senza perdere ciò che più la caratterizza, vale a dire il movimento. Un movimento che però non ha una direzione precisa, non ha alcuna intenzione: le sue sculture sono come delle arpe eoliche che risuonano visivamente a seconda di movimenti aleatori dell’aria. E’ la vita inconsapevole, il caso birichino, le vibrazioni dell’etere che fanno fremere dolcemente e oscillare in un moto vago le sue opere. Immaginate quindi interi spazi animati da sculture di questo genere e potete immaginare la sensazione di trovarsi in un mondo “altro”, rarefatto e festoso a un tempo, colmo di una leggiadria che incarna la dimensione impercettibile del soffio.
Va subito notato che l’allestimento è perfetto: le luci sono direzionate in modo da moltiplicare in modo immateriale, attraverso le ombre, le esili strutture calderiane e il loro delicato e arcano rapporto con lo spazio, al limite tra la materia e l’incorporeo. La regia luministica, quindi, è in sé già una interpretazione e valorizzazione dell’opera dell’artista americano.
L’esposizione si snoda in ordine cronologico e comincia con due sale dedicate al circo di Calder per giungere alle monumentali sculture en plein air, passando per i mobiles e i gioielli: una retrospettiva ricchissima e dettagliata.
Comprendere la fase del circo che inizia nel 1926, appena l’artista è sbarcato a Parigi, è fondamentale perché costituisce un vero e proprio incunabolo dei successivi e ben più noti “mobiles” e rivela come la categoria del gioco sia un fulcro generatore cruciale della sua arte. Un gioco serio, serissimo (“c’est sérieux sans en avoir l’air” diceva della sua opera Fernand Léger).
Calder, abbandonata la pittura realista, comincia a fabbricare dei piccoli oggetti con materiali poveri come tappi di sughero, fil di ferro, lana, pezzi di legno. Non sono altro che i protagonisti del suo circo: animali, saltimbanchi, acrobati, clown, domatori, ballerine, lanciatori di coltelli, tutte figurine concepite per essere mosse da piccoli congegni, fili, o dalle mani stesse dell’artista in vere e proprie performances a cui invita anche altri artisti come Joan Mirò, Marcel Duchamp, Theo van Doesburg, le Corbusier, Edgar Varèse, Fernand Léger.
C’è una dimensione artigianale, il piacere di una manualità con cui si sperimenta e si gioca in opposizione alla meccanizzazione asettica e spietata della modernità; c’è, per l’appunto la dimensione ludica, il farsi bambini perché è nella semplicità dello sguardo che il mondo si rivela; c’è il movimento che anima gli oggetti.
Questi tre elementi stanno alla base dei successivi mobiles (i primi risalgono al 1932), che però presentano, rispetto al circo, delle novità fondamentali: in primo luogo l’artista passa all’astrazione; in secondo luogo, il movimento non è suscitato da marchingegni o da mani umane ma da vibrazioni dell’aria, e quindi non è voluto o direzionato da terzi, ma totalmente casuale; in terzo luogo, le gracili strutture dei mobiles non occupano uno spazio, ma ne rendono visibile l’effimero che lo vivifica. Come scrisse Jean-Paul Sartre nel 1946, in occasione della mostra “Mobiles, stabiles, constellations” alla Galerie Louis Carré, Calder non suggerisce il movimento, ma lo capta: “il attrape de vrais mouvements vivants et les façonne”.
La sua astrazione rimanda sottilmente al mondo naturale non troppo diversamente da come avviene in Paul Klee (di cui qualche opera è infatti esposta in mostra), con la stessa leggerezza ed eleganza, col senso dello stupore per i fenomeni del mondo: i mobiles, ad esempio, possono sembrare come degli alberi o degli arbusti e il moto delle loro parti ricordare il fremere di foglie o di petali. Lo stesso Calder in certi casi si riferisce alla natura fin dai titoli come nella straordinaria serie dei pesci (in fil di ferro e pezzi di vetro colorati), cui è dedicata alla mostra una sala, o le “costellazioni”, o ancora il bougainviller.
Come per Klee, anche per Calder, vale quell’idea goethiana secondo cui l’arte non riproduce la natura, né la imita, ma crea come fa la natura, riproducendone le leggi interne e profonde. Le sue sculture, se così si possono chiamare, sono contrassegnate dalla grazia. Nella storia dell’estetica, questa categoria presenta nel corso del tempo varie accezioni, ma due predominano: la grazia come sprezzatura che si verifica quando l’opera non rivela la difficoltà che ha implicato la sua realizzazione (l’opera sembra creata e non fatta, come diceva Quatremère de Quincy di Canova), e la grazia distinta dalla bellezza per la sua dimensione più terrena e per il movimento (per Schiller la grazia è bellezza in moto).
Entrambi gli aspetti contrassegnano le opere di Calder: rievocano elementi della natura con un senso di spontaneità inaudito; si muovono come se fossero oggetti naturali. Si crea così un universo parallelo, in cui il mondo fenomenico si sublima restando fenomenico, compiendo il miracolo di Pigmalione e superando l’enigma del Frenhofer di Balzac: come rendere vivente l’arte, giocando come un equilibrista tra forma, materia e spazio. Con la levità delle “cose leggere e vaganti” di un Saba.
Chiara SAVETTIERI Pisa, 9 Agosto 2026







