“C’è una bestia che assomiglia un poco al caprone … ama pascolare tra i monti, e ha un corno in mezzo alla fronte”. Chiusa a Potsdam la mostra “L’unicorno. Il mitico animale nell’arte”. Riaprirà a Parigi dal 13 marzo al 12 luglio.

di Nica FIORI

Acchiappare un unicorno non è mica facile. Sono creature con grandi poteri magici. Prima d’adesso non avevo mai sentito dire che un unicorno è rimasto ferito.

Queste parole, pronunciate da Hagrid nel best-seller “Harry Potter e la pietra filosofale” (1997) di J.K. Rowling, ci confermano che il favoloso animale, simbolo di castità, di incorruttibilità e di forza fisica e mentale, dopo aver attraversato culture e millenni di storia, è ancora vivo nella letteratura fantastica dei nostri tempi, come pure nelle canzoni, nella filmografia e nelle opere d’arte contemporanee.

1 Marie Cécile Thijs, White Unicorn, ca 2015

La sua iconografia non è costante. A Roma appare simile a un cavallo con un corno aguzzo sulla fronte nelle raffigurazioni cinquecentesche risalenti all’epoca di Paolo III Farnese (soprattutto a Castel Sant’Angelo), nell’affresco del Domenichino a palazzo Farnese (Fanciulla con unicorno, 1602), nel Trionfo della Divina Provvidenza (1639) di Pietro da Cortona a palazzo Barberini, come pure nella Dama col liocorno di Raffaello (1505-1506) della Galleria Borghese, anche se in questo caso è di dimensioni molto ridotte. Nel Nord Europa, invece, prevale la rappresentazione in forma di capra o capriolo. In effetti, a partire dal Physiologus, un trattato enciclopedico redatto originariamente in greco tra il II e il IV secolo d.C., e in seguito nei bestiari medievali, questo animale immaginario viene descritto come una sorta di capro dalla forza straordinaria, che nel momento in cui viene ucciso diventa un simbolo cristiano di salvezza.

2 L’uccisione dell’unicorno, in Bodley Bestiary, 1230-40, Bodleian Libraries, University of Oxford

Nel bestiario di Gervaise, risalente al XII-XIII secolo, si legge:

C’è una bestia, non è una favola, che assomiglia un poco al caprone. Quella bestia ama pascolare tra i monti, e ha un corno in mezzo alla fronte: per il fatto di non avere che un corno, è chiamata unicorno. La bestia sa difendersi tanto bene, che nessun cacciatore la può catturare.

L’unico stratagemma per catturare l’unicorno, sempre secondo Gervaise (e ovviamente il precedente Physiologus), è quello di servirsi di una giovane vergine, che resta sola e tranquilla in un luogo deserto, mentre tutti gli altri se ne vanno. Solo allora l’animale le si avvicina e, attratto dal suo profumo, si corica sul suo grembo e la fanciulla lo tiene abbracciato. A quel punto, quando l’unicorno è addormentato, arriva il cacciatore, che lo cattura e lo porta dal re.

Segue a questo punto l’interpretazione allegorica secondo la quale l’unicorno rappresenta Cristo, la fanciulla la Vergine Maria e il re Dio Padre.

Se l’unicorno si ammansisce di fronte a una vergine, ecco che egli stesso diventa emblema di castità. Diventa allo stesso tempo simbolo di vita monastica, per via della sua predilezione per la solitudine e, in quanto fiero, orgoglioso e “cortese” con le donne, può essere avvicinato al perfetto cavaliere medievale.

A rievocare i trascorsi di questo emblematico quadrupede e i suoi legami con l’arte ci ha pensato la mostra Einhorn: Das Fabeltier in der Kunst (Unicorno. Il mitico animale nell’arte), che si è tenuta nel Museum Barberini di Potsdam (a poca distanza da Berlino) dal 25 ottobre 2025 al 1° febbraio 2026, organizzata in collaborazione con il Grand Palais di Parigi e il Musée de Cluny, e che proprio nel parigino Museo di Cluny, celebre per il ciclo di arazzi fiamminghi “La dama e l’unicorno” (XV secolo), proseguirà come seconda tappa con il titolo Licorne! dal 13 marzo al 12 luglio 2026.

3 Arazzo della serie La dama e l’unicorno. Museo di Cluny Parigi

Si tratta della più completa rassegna finora realizzata sul tema, con un vasto repertorio di dipinti e stampe, ma anche sculture, arazzi, manoscritti e opere d’arte applicata, datati dal II millennio a.C. ai nostri giorni e provenienti da oltre 80 musei e collezioni sparsi in tutto il mondo, tra cui l’Ashmolean Museum di Oxford, gli Uffizi di Firenze, il Metropolitan Museum of Art di New York, il Louvre di Parigi, il Prado di Madrid, il Rijksmuseum di Amsterdam, il Victoria and Albert Museum di Londra. Il mondo dell’unicorno viene esplorato da ogni angolazione, indagando come il suo significato si sia trasformato nel corso del tempo e in diversi contesti geografici e culturali, conquistando l’interesse di viaggiatori e medici, monaci e naturalisti, poeti come Rainer Maria Rilke e intellettuali come Umberto Eco, e ovviamente celebri pittori, tra cui Albrecht Dürer, Hans Baldung Grien, Maerten de Vos, Gustave Moreau, Arnold Böcklin, René Magritte.

L’unicorno, per quanto molto presente nell’arte occidentale, non è nato in Europa, ma in India, e da lì la sua fama si sarebbe diffusa in Cina, per giungere in Grecia attraverso la Persia e l’Egitto e acquistare ad ogni passaggio nuovi significati. Sarebbe stato il medico Ctesia, un greco di Cnido che visse per 17 anni alla corte persiana di Dario II, a descriverlo nel 416 a.C. negli Indikà, opera della quale sono rimasti solo alcuni frammenti:

In India vi sono asini selvatici grandi come cavalli e anche più. Hanno il corpo bianco, il capo rosso e gli occhi blu. Sulla fronte hanno un lungo corno di circa un piede e mezzo …”.

Nel Medioevo nessuno ha mai dubitato dell’esistenza dell’unicorno, che oltretutto era persino menzionato più volte nella Bibbia, perché l’ebraico Re,em, che indicava un animale forte e possente ma sconosciuto, era stato tradotto dai Settanta con monòkeros (un solo corno). Si riteneva che il suo corno fosse depositario di miracolosi poteri medicinali (come quello di antidoto contro i veleni, per via di una leggenda raccontata nel Physiologus), tanto che molti speziali lo inserivano nelle loro insegne e talvolta era esposto nelle chiese e nelle Wunderkammer (camere delle meraviglie). Solo nel XVII secolo i naturalisti avrebbero dimostrato che quel corno lungo, bianco, a forma di spirale con un’estremità appuntita, era in realtà una zanna di narvalo (un cetaceo di circa 5 m di lunghezza), ma nemmeno questa scoperta sminuì il fascino della leggendaria creatura. Ha dichiarato il curatore della mostra Michael Philipp:

Sebbene non si trovi in nessuno zoo, l’unicorno è ovunque: nella cultura pop, nella pubblicità e nelle stanze dei bambini. Come animale mitologico è un segno stratificato e denso di molteplici significati, carico di una straordinaria energia associativa. Il corno unico sulla fronte, che non condivide con nessun altro quadrupede, fa di lui una creatura eletta, un essere straordinario che appartiene a un altro mondo”.

Tra le opere d’arte esposte (circa 150) spicca il monumentale dipinto del fiammingo Maerten de Vos (olio su tavola, 1572, Staatliche Schlösser, Gärten und Kunstsammlungen Mecklenburg-Vorpommern, Schwerin), in cui l’unicorno in primo piano è visto come un potente e combattivo cavallo monòkeros, ma con zampe più simili a quelle dell’elefante, mentre sullo sfondo si intravedono dei cacciatori africani armati di lance, che cercano di cacciare altri unicorni in un contesto naturalistico di grande fascino.

4 Maerten de Vos, Unicorno, 1572, Staatliche Schloesser, Schwerin
4 bis, particolare

Una scultura esotica proveniente da un tempio buddista tibetano (lega di rame dorata a fuoco, XVIII secolo, Museum Rietberg, Zurigo) lo raffigura, invece, più simile a una gazzella e inginocchiato. Una piastrella persiana del XIII secolo (Staatliche Museen zu Berlin, Museum für Islamische Kunst) mostra l’unicorno che combatte contro un elefante, mentre su un arazzo del 1625 circa combatte contro un leone e una pantera (Adornes Estate, Bruges) e in un dipinto di Francisco Fernandez del 1650 (Szépmüvészeti Múzeum, Budapest) aiuta il cavaliere san Giorgio, che lo cavalca, a sconfiggere il drago.

5 Unicorno che combatte contro un elefante, ceramica persiana XIII secolo

Ma l’unicorno stesso può anche essere la preda: in un manoscritto del XIII secolo (Staatliche Museen zu Berlin, Kupferstichkabinett) Alessandro Magno combatte contro un intero branco di unicorni, e su una pala d’altare del 1480 circa (Cattedrale di Erfurt, Altare del transetto) è l’arcangelo Gabriele che insegue l’unicorno fino ad arrivare davanti alla Vergine Maria.

Questo dipinto è particolarmente interessante, perché sembra rifarsi all’allegorica “caccia sacra”, descritta dai trattati medievali, che diventa una Annunciazione. Gabriele, raffigurato con lancia e corno da caccia, è accompagnato da quattro cani, indicati con i termini Veritas, Justitia, Misericordia e probabilmente Pax (quest’ultimo non leggibile), che lo guidano verso la Vergine, che accoglie l’unicorno sulle ginocchia accarezzandone il corno, mentre in alto l’immagine di Dio Padre invia il Bambin Gesù, che fluttua con una croce verso Maria. La Vergine è inserita in un hortus conclusus, simbolo di castità, entro cui sono inserite altre figure, tra cui un giovane cavaliere orante e un uomo con le corna, che allude a Mosè, non lontano dall’arca dell’Alleanza e dall’urna dorata con la manna piovuta dal cielo, secondo il racconto biblico dell’Esodo.

6 Annunciazione come Allegoria della caccia all’unicorno, Cattedrale di Erfurt

Questo tipo di raffigurazione suscita in noi una domanda: come è possibile che la Vergine Maria si presti a ingannare il Cristo-unicorno? Evidentemente qualcosa della leggenda originaria è stata deliberatamente modificata nel tempo. Inizialmente la fanciulla veniva descritta nuda e legata a un albero e vi era forse una connotazione erotica, come per esempio nel Bestiaire divin di Filippo di Thaun (XI-XII secolo), il quale afferma che l’animale è attratto dall’odore del seno della fanciulla, mentre Richard de Fornival nel suo Bestiaire d’amour (una sorta di corteggiamento che trae spunto dal linguaggio degli animali, risalente alla metà del XIII secolo) fa dire all’innamorato:

E fui catturato anche per mezzo dell’odorato, come l’unicorno che si addormenta al dolce profumo della verginità di una damigella … E Amore, che è cacciatore avveduto, pose sul mio cammino una fanciulla, alla cui dolcezza mi sono addormentato, e sono morto della morte che è propria di Amore, cioè di disperazione senza speranza di grazia”.

Sono proprio le immagini che accostano l’unicorno a una giovane donna quelle più frequenti nell’iconografia occidentale del XV e XVI secolo, che, al di là del simbolismo mariano, possono idealizzare sentimenti quali la cura materna, la seduzione, la castità prematrimoniale, la fedeltà coniugale. Citiamo tra le altre opere Il ritratto di Caterina Corner come Allegoria della Castità, attribuito a Dario di Giovanni (1467/68, tempera su legno, Keresztény Mázeum / Christian Museum, Esztergom), scelto come copertina del catalogo. Ricordiamo che la veneziana Caterina Corner o Cornaro è stata regina consorte di Cipro per via del suo matrimonio con Giacomo II, poi reggente durante la breve vita del figlio Giacomo III e infine regina regnante di Cipro.

Dario Di Giovanni, Ritratto di Caterina Corner come Allegoria della Castità, Keresztény Mázeum

Pure italiane sono diverse opere, tra cui il Medaglione di Cecilia Gonzaga (Allegoria della Castità), di Pisanello (bronzo, 1447, Musée du Louvre, Parigi), una terracotta policroma di Giovanni della Robbia (post 1490, Musée Beauvoisine, Rouen), i pannelli di una cassa da matrimonio con vari Trionfi attribuiti a Girolamo da Cremona (attivo nella II metà del XV secolo), conservati nel Denver Art Museum, i due tondi nello stile di Bartolomeo Montagna (ca.1450-1523) con Il trionfo della Castità e Minerva (o Atalanta) sul trono, dal Landesmuseum di Mainz.

8 Giovanni della Robbia, Donna con unicorno, Musee Beauvoisine, Rouen
9 Due tondi nello stile di  Bartolomeo Montagna, Landesmuseum Mainz
10 Luca Longhi, Giovane donna con unicorno, Castel Sant’Angelo Roma

Ricordiamo anche la Giovane donna con unicorno di Luca Longhi (1535-40, olio su tavola, Castel Sant’Angelo, Roma), che, secondo un’ipotesi attendibile, raffigurerebbe, post mortem, la bella Giulia Farnese (1475-1524), sorella di Alessandro Farnese (poi papa col nome di Paolo III dal 1534 al 1549), accanto al mitico animale che era un emblema della sua famiglia.

Si differenzia per il suo diverso simbolismo l’Apologo dell’unicorno, uno straordinario rilievo del XIII secolo in calcare, realizzato da un’anonima maestranza campionese e conservato nel Museo della Cattedrale di Ferrara. La scultura si riferisce a una parabola medievale, spesso associata alla leggenda dei santi Barlaam e Iosafat, che simboleggia la fragilità della vita umana e la natura transitoria dei piaceri mondani.

11 Apologo dell’unicorno, Museo della Cattedrale, Ferrara, foto Francesca Licordari

Racconta di un uomo che, inseguito da un feroce unicorno che vuole divorarlo, crede di trovare rifugio su un piccolo albero (la vita), ma, preso dalla visione della bestia (la paura della morte), non si accorge che due topi (il giorno e la notte) stanno rosicchiando l’arbusto, facendolo precipitare nelle fauci di un mostro.

Alcune volte l’unicorno compare insieme ad altri animali nelle descrizioni dei quattro continenti, come nel piccolo dipinto di Jan van Kessel il Vecchio del 1660 (olio su rame, Museo del Prado, Madrid), come pure nelle raffigurazioni del Giardino dell’Eden (ad esempio in un dipinto del 1533 di Hans Baldung Grien, conservato a Erfurt, Angermuseum) e dell’Arca di Noè (Uscita dall’Arca di Noè, 1588, di Kaspar Memberger il Vecchio, Residenzgalerie Salzburg).

12 Jan van Kessel il Vecchio, Unicorno e altri animali, Museo del Prado, Madrid
13 Kaspar Memberger il Vecchio, Uscita dall’Arca di Noè, Residenzgalerie Salzburg

Nel 1650 Paulus Potter lo ha inserito nella leggenda di Orfeo, che con la sua musica incanta gli animali selvatici (Rijksmuseum, Amsterdam). Gli unicorni sono presenti anche nelle illustrazioni a stampa di alcuni resoconti di viaggi e negli studi di alcuni scienziati, come quelli di Conrad Gessner (Historiae animalium, Zurigo 1551, Staatsbibliothek Berlin – Preußischer Kulturbesitz).

14 Conrad Gessner, Unicorno, in Historiae Animalium , Zurigo 1551

Tra le curiosità della mostra vi è anche il presunto corno di unicorno proveniente dalla chiesa di Saint-Denis a Parigi, famoso tra i pellegrini nel Medioevo (Musée de Cluny, Parigi), insieme a vasi storici da farmacia contenenti polvere medicinale di unicorno (Germanisches Nationalmuseum, Norimberga; Deutsches Apotheken-Museum, Heidelberg).

15 Elias Geyer, Unicorno marino con Nettuno, foto Francesca Licordari

Nel XVI e XVII secolo preziosi recipienti in avorio o argento, provenienti dalle Kunstkammer (camere d’arte) principesche, celebrano la bellezza dell’unicorno, come nello splendido recipiente per bere in argento dorato, realizzato da Elias Geyer (ca. 1560-1634), che raffigura un unicorno marino, trainato da un Nettuno con tridente su un carro formato da una conchiglia, secondo la moda di abbinare naturalia e artificialia (ca. 1600, Staatliche Kunstsammlungen Dresden).

Dal XIX secolo, l’unicorno riappare nell’immaginario creativo di diversi artisti, come dimostrano le opere intrise di mistero di Arnold Böcklin (Bayerische Staatsgemäldesammlungen – Sammlung Schack, Monaco di Baviera; Muzeum Narodowe w Poznaniu, Poznan), di Arthur B. Davies, cui si deve un paesaggio fiabesco con quattro unicorni (1906 ca., The Metropolitan Museum of Art, New York), e altri artisti che vanno da Alfred Kubin (Kunstforum Ostdeutsche Galerie Regensburg) e René Magritte (collezione privata) a Rebecca Horn (Tate, Londra). Tra le opere contemporanee, sono di grande impatto le fotografie di Marie Cécile Thijs, le video opere di Maïder Fortuné e le sculture di Olaf Nicolai.

16 Renè Magritte, La Meteora, 1964, collezione privata
17 Olaf Nicolai, La lotta, 2006 in mostra nel Museum Barberini a Potsdam, Foto Francesca Licordari

Nelle nove sale del Museo Barberini di Potsdam, la cui facciata s’ispira a quella di Palazzo Barberini di Roma, il tema dell’unicorno è stato indagato con una profondità senza precedenti, aprendo nuove prospettive storico-artistiche e mettendo in luce connessioni iconografiche e trasformazioni storiche che finora avevano ricevuto scarsa attenzione. Per ogni sezione sono state selezionate, tradotte e interpretate fonti letterarie che spaziano dagli scrittori antichi ai teologi cristiani, agli scienziati e ai medici del primo periodo moderno, fino ai letterati contemporanei, al fine di far luce sul contesto storico delle opere d’arte e sulle connessioni tra di esse. Questa raccolta di fonti è inclusa nel catalogo di 400 pagine (Prestel Verlag, Monaco di Baviera), che contiene le schede delle singole opere e i saggi di Adrien Bossard (Nizza), Béatrice de Chancel-Bardelot (Parigi), Barbara Drake Boehm (New York), Michael Philipp (Potsdam), Annabelle Ténèze (Lens) e Stefan Trinks (Berlino).

Nica FIORI  Roma  8 Febbraio 2026