C’è davvero il rischio una nuova Avignone del XXI sec. ? Gli attacchi di Trump e la risposta di Leone XIV: “Io non ho paura dell’amministrazione di Trump e continuerò a parlare a voce alta del messaggio del Vangelo”

di Chiara GRAZIANI

Doveva accadere ed è accaduto.

Papa Prevost, salutato all’elezione dalla diffidenza di chi lo vedeva “diverso” da Francesco, dopo un anno è in rotta di collisione con l’Impero della guerra globale, i nativi Stati Uniti. L’imperatore, il presidente Donald Trump, gli intima l’obbedienza o lo sfratto. Nulla di più e nulla di meno. Lo accusa, in quanto statunitense e vassallo che a lui dovrebbe il soglio pontificio, di lesa maestà, irriconoscenza, incapacità e debolezza. Non parla di tradimento ma poco ci manca. Ogni argine è saltato, alla fine. Trump ripete, intima anzi, “non voglio un Papa così”. La domanda è: il mondo vuole un Papa così?

Papa Francesco, premettiamo, era ‘cordialmente detestato’ a Washington, come a Tel Aviv, per la sua dottrina sociale dell’ecologia integrale, per aver sdoganato il termine tabù “genocidio”, per la sua battaglia a pubbliche parole e a politici fatti contro “i mercanti d’armi” e, non ultimo, per aver firmato nel 2019 un patto fra le religioni monoteiste per strappare il nome di Dio dalle mani di crociati, terroristi e guerrafondai della tecnofinanza.

Ma i tempi erano meno chiari. Meno apocalittici, verrebbe da dire, dove per apocalisse si intende il disvelamento, la rivelazione accecante di quel che non si vedeva ancora. Se infatti l’insofferenza per l’argentino traspariva, le forme andavano salvate in un contesto in cui il faro delle traballanti Nazioni Unite ancora lanciava il fioco segnale del diritto internazionale. Un giorno prima di morire, un anno fa, Francesco accettò di ricevere pochi minuti il vice presidente J.D.Vance, che attendeva all’uscio chiedendo intercessione per l’udienza. Bergoglio, che ne avrebbe fatto a meno, scambiò con lui due parole di cortesia a favore di telecamera, gli donò tre ovetti Kinder per i suoi bambini e così lo congedò. Francesco moriva a sorpresa poche ore dopo, e le cose erano già in movimento verso “l’apocalisse” odierna. La stagione di Francesco lasciava il testimone a quella di Leone che sorgeva “nuovissima”.

Non sono diversi tanto i due Papi, sono diversi i tempi che confrontano il Papa di Roma in maniera più evidente ed esistenziale. Tempi in cui, ha ricordato Leone nella recente veglia per la pace – la goccia che ha fatto traboccare il vaso della Casa Bianca – bisogna ubbidire a Dio e non agli uomini e prendere parola. Soprattutto se gli uomini potenti soffrono di paranoie “come in un incubo notturno popolato da nemici” e pretendono che “ogni ginocchio si pieghi” al loro volere ed ai loro imprevedibili sbalzi d’umore minacciando la famiglia umana, l’economia globale, le regole del diritto. Si legga bene uno dei passaggi del discorso per la veglia dell’11 aprile. Il mite Prevost, il papa delle lacrime, facile alla commozione e dal sorriso timido, così poco bergogliano nell’abbigliamento formale, ha mirato al bersaglio come Francesco avrebbe fatto.

“Abbiamo qui (nella preghiera, ndA) un argine a quel delirio di onnipotenza che attorno a noi si fa sempre più imprevedibile e aggressivo. Gli equilibri nella famiglia umana sono gravemente destabilizzati. Viene trascinato nei discorsi di morte persino il Nome santo di Dio, il Dio della vita. Scompare allora un mondo di fratelli e sorelle con un solo Padre nei cieli e, come in un incubo notturno, la realtà si popola di nemici. Ovunque si avvertono minacce, invece di chiamate all’ascolto e all’incontro. Fratelli e sorelle, chi prega ha coscienza del proprio limite, non uccide e non minaccia la morte. Invece, alla morte è asservito chi ha voltato le spalle al Dio vivente, per fare di sé stesso e del proprio potere l’idolo muto, cieco e sordo, cui sacrificare ogni valore e pretendere che il mondo intero pieghi il ginocchio”.

A ben leggere sono evidenti i richiami non solo al delirio di onnipotenza (“annienterò la civiltà iraniana in una notte” aveva minacciato Trump) ma anche alla paranoia da incubo notturno popolato di nemici, all’idolatria di se stesso, alla negazione di Dio, la pretesa che il mondo si pieghi all’imprevedibilità ed al capriccio di chi destabilizza la famiglia umana. Di fronte ai “tempi nuovissimi” che Leone è ben consapevole di dover affrontare, prendere parola è la missione della Chiesa che non può tacere neppure se minacciata, ridicolizzata, perseguitata. Leone, che lo ha già detto in più interventi lo ha ripetuto la sera dell’11 aprile, davanti ad una platea mondiale in preghiera.

“La Chiesa è un grande popolo a servizio della riconciliazione e della pace, che avanza senza tentennamenti, anche quando il rifiuto della logica bellica può costarle incomprensione e disprezzo. Essa annuncia il Vangelo della pace ed educa a obbedire a Dio piuttosto che agli uomini, specie quando si tratta dell’infinita dignità di altri esseri umani, messa a repentaglio dalle continue violazioni del diritto internazionale”.

Se qualcuno ancora dubitava dello scoop di Mattia Ferraresi – l’amministrazione Usa a gennaio avrebbe minacciato il Papa una nuova cattività avignonese, ossia di finire prigioniero della potenza egemone a meno non fosse rientrato nei ranghi – i fatti parlano da soli e confermano le intenzioni malevole dell’amministrazione Usa. Il post su Truth, nelle intenzioni di chi minaccia, è infatti una lettera di licenziamento, un preavviso di cattura. Del resto lo stile dell’uomo – padrone assoluto, abituato a licenziare i suoi e ad assassinare i capi di stato stranieri – quello è. Non voglio un Papa così, ripete. Un Papa che ignora la valanga di voti che mi ha riconfermato, scrive con isterici caratteri maiuscoli (di Hitler si narrava che mordesse i tappeti quando lo si contraddiceva), che vuole la bomba atomica in mano all’Iran, che ignora i miei successi planetari nella finanza e nella lotta al crimine.

Manca solo la solita rivendicazione di avere messo fine ad otto guerre, a lui solo note. Ma forse neppure a lui è bastato il coraggio, visti gli sviluppi attuali. Il magico mondo di Trump somiglia sempre più all’”incubo notturno popolato da nemici” che Prevost gli ha voluto ricordare l’11 aprile. E l’arcinemico, fra i tanti interni, sta a Roma.

Ma non è solo la guerra, e la sua messa in stato d’accusa da parte del Papa, a scatenare Trump che cerca di ridurre l’altro statunitense al ruolo di vassallo. Altro nodo esistenziale, per tutti e due, è la questione migrazioni. I vescovi Usa, ed in genere la Chiesa statunitense, si sono ricompattati al di là delle divisioni conservatori-progressisti, attorno alla difesa dei diritti umani delle persone e attorno al Papa che la ricorda incessantemente. Non solo.

E’ sempre più frequente il richiamo della Chiesa all’obiezione di coscienza, per civili e militari, che è il vero nodo dolente. La messa in discussione della legittimità di ordinare la guerra, il massacro dei civili, la caccia allo straniero immigrato, i blocchi navali, è il boccone di chiodi in gola a Trump. Non bastasse il Papa (la sera in cui Trump minacciò nei fatti di cancellare l’Iran con l’atomica) si è rivolto anche ai suoi concittadini: scrivete ai vostri rappresentanti eletti, chiedete tutti insieme la fine della guerra. Ed ha infranto un tabù di diamante: il Vescovo di Roma che dà indicazioni di voto (anche) a cittadini statunitensi nel nome del diritto dei popoli a vivere in pace.

Stamani 13 aprile il Papa è in partenza per l’Africa, prima tappa Algeri, nella terra del padre Sant’Agostino.

Ai giornalisti in aereo si è presentato rilassato, sorridente con un  cordiale “welcome aboard!”.

Sollecitato su Trump, ovviamente, ha risposto:

“Io non sono un politico, non voglio entrare in dibattito con lui. Non penso che il messaggio del Vangelo possa essere abusato e continuo a parlare forte contro la guerra promuovendo il dialogo ed il multilateralismo con gli Stati per cercare soluzione ai problemi. Troppa gente sta soffrendo, troppi innocenti sono stati uccisi e credo che qualcuno debba alzarsi e dire che c’è una via migliore. Lo dico per tutti i leader, non solo per lui, basta con la guerra, promuoviamo pace e riconciliazione”.

Gli chiedono se teme le minacce di Washington.

“Io non ho paura dell’amministrazione di Trump – dice – e continuerò a parlare a voce alta del messaggio del Vangelo, quello per cui la Chiesa lavora”.

Trump un effetto l’ha ottenuto, ma non quello che si attendeva. Leone vola verso le contraddizioni e le ferite dell’Africa e del mondo, in un lunghissimo viaggio fra Algeria, Angola, Camerun, Guinea equatoriale. Va da “avvocato” dei diritti di ogni uomo, diritti che fanno parte integrante del messaggio cristiano.  La Chiesa, ha spiegato più volte “è un’arca di salvezza per tutta l’umanità” che prende tutti a bordo nel caos, a prescindere da religione, etnia, stato sociale. Da oggi ha anche, per contrappasso, l’investitura formale di Trump a portavoce della narrazione di salvezza opposta a quella dei vari Board of Peace. Perchè non è difficile da affermare, né da credere. Non sappiamo se tutto il mondo voglia un Papa così. Ma di certo ne ha bisogno.

Chiara GRAZIANI  Roma 13 Aprile 2026