di Claudio LISTANTI
L’Edizione 2025 del Festival Donizetti di Bergamo ha proposto quest’anno una serie di spettacoli di grande interesse orientando la lente di ingrandimento verso una produzione poco conosciuta del grande compositore bergamasco.
Accanto al delizioso dittico di opere in un atto, la farsa Il campanello e l’Opéra-comique Deux Homme et une femme frutto della vis comica del musicista, due attesissime riprese di altrettanti capolavori, Caterina Cornaro, della quale riferiremo in questa sede e Il furioso nell’isola di S. Domingo al quale dedicheremo un articolo specifico.
Caterina Cornaro è una delle opere emblematiche all’interno della produzione operistica di Donizetti soprattutto per le vicissitudini di carattere storiografico che ha incontrato all’epoca in relazione all’ambiente operistico e alla scelta dei soggetti teatrali da mettere in musica.

È una delle ultime opere di Donizetti, scritta in un periodo nel quale la fama del Maestro era ai massimi e, quindi, nella sua piena maturità artistica prima del tracollo fisico che qualche tempo dopo lo portò alla morte avvenuta nel 1848. La storia di Caterina Cornaro inizia nel 1842 sulla scia del successo di Linda di Chamounix opera semiseria andata in scena presso il Theater am Kärntnertor di Vienna, guidato all’epoca, per la parte italiana, da Bartolomeo Merelli, personalità di prestigio del mondo operistico di quei tempi, famoso anche per essere stato importante per l’inizio della carriera di Giuseppe Verdi.
Merelli, proprio per il teatro viennese, commissionò un’opera ispirata alla vita di Caterina Corner, grande personaggio storico che fu regina di Cipro dal 1474 al 1489. L’opera doveva basarsi su un libretto di Salvatore Cammarano. Impossibilitato a portare a compimento il progetto costrinse gli organizzatori a rivolgersi al giovane siciliano Giacomo Sacchero che produsse un testo sul quale Donizetti iniziò quasi subito a lavorarci. I lavori per la nuova opera procedevano spediti, anche grazie alla ‘velocità’ di Donizetti nel produrre capolavori, quando il teatro viennese decise di riprendere nel novembre 1842 un’opera andata in scena a Monaco nel 1841, la Catharina Cornaro di Franz Lachner, che nel teatro bavarese aveva ottenuto un buon successo. Siamo nella primavera del 1843 e, all’epoca, era buona norma non riproporre storie utilizzate da altri musicisti per cui Donizetti ripiegò su una nuova opera, la Maria di Rohan nata sulle basi di un vecchio libretto del Cammarano intitolato Il Conte di Chalais che andò in scena nel giugno dello stesso anno.

La composizione di Caterina Cornaro era comunque a buon punto e Donizetti che aveva un impegno con Vincenzo Flauto, impresario del San Carlo di Napoli, per una nuova opera da rappresentarsi entro la fine del 1843 su un libretto sempre del Cammarano e basata sulla tragedia di Victor Hugo, Ruy Blas. Anche in questo caso il Cammarano non riuscì ad onorare l’impegno e, Donizetti propose al San Carlo, che accettò, di ripiegare su Caterina Cornaro.
I contrattempi non finirono qui. Innanzi tutto diverse furono le modifiche richieste dalla censura borbonica, notoriamente tra le più feroci ed agguerrite quando si trattava di rappresentazioni al centro delle quali c’erano personaggi regali, come nella Cornaro con le gesta del Re di Cipro, nell’opera il personaggio di Lusignano. Inoltre Donizetti aveva richiesto al San Carlo una compagnia di canto di grande livello cosa che però non accadde.
Tutti questi ingredienti ai quali si aggiunse anche l’impossibilità di Donizetti, causa l’avanzare della sua malattia, a recarsi a Napoli per seguire la messa in scena, contribuirono a decretare un insuccesso alla prima assoluta del 12 gennaio 1844, fatto che il pubblico, all’oscuro dei problemi di salute del musicista, giudicò la sua assenza uno scarso riguardo nei propri confronti.
Ma a non vanificare il lavoro di Donizetti, concedendo al musicista una nuova opportunità, contribuì il baritono Felice Varesi che si adoperò per far rappresentare Caterina Cornaro al Teatro Ducale di Parma per il Carnevale del 1845. Per l’occasione vennero ripristinati alcuni brani tagliati a Napoli e prodotto un nuovo finale. L’opera ottenne un buon successo, nonostante la reiterata assenza dell’autore. A contribuire al successo furono le stelle che fecero parte della compagnia di canto, che prevedeva la presenza oltre che di Felice Varesi (noto per aver tenuto a battesimo grandi ruoli verdiani come Rigoletto, Macbeth e Germont della Traviata) nella parte di Lusignano, del soprano Marianna Barbieri-Nini (la prima Lady-Macbeth della storia) nel ruolo del titolo che però pretese di utilizzare il finale originario e del tenore Nicola Ivanoff, all’epoca grande interprete delle opere di Donizetti e di Verdi, nel ruolo di Gerardo.

Caterina Cornaro, nonostante la sua scarsa fama, ha avuto comunque nel ‘900 diverse esecuzioni entrando nel repertorio di diverse grandi cantanti come Montserrat Caballé e Leyla Gencer mentre qui a Bergamo si ricorda ancora la ripresa dell’opera nel 1995 curata da Gianandrea Gavazzeni, altro bergamasco illustre; tutti hanno contribuito a creare un certo interesse intorno a quest’opera come dimostra anche la cospicua partecipazione del pubblico alle recite programmate presso il Teatro Donizetti di Bergamo.
Le caratteristiche di Caterina Cornaro e la realizzazione dello spettacolo
Caterina Cornaro, nonostante le vicissitudini che hanno caratterizzato il suo cammino soprattutto nei primi anni di vita, presenta una storia semplice e lineare seppur fantasiosa rispetto al personaggio storico di Caterina Corner. A sottolineare la vicenda c’è una parte musicale che è chiaramente il frutto dell’arte di Donizetti nella quale si riverbera senza dubbio la sua particolare cantabilità che emerge non solo nelle scene d’insieme ma anche nell’impostazione delle arie dei singoli personaggi. C’è però un altro elemento che emerge con una certa rilevanza, quello relativo all’utilizzo di un recitativo che spesso sconfina nel declamato che avvicina questo modo di vedere l’opera in senso ‘verdiano’, come espressione della personalità e dell’interiorità dei personaggi. Siamo negli anni che vanno dal 1842 al 1845; in quegli anni Verdi percorreva il mondo del teatro per musica muovendo i suoi, seppur timidi, passi verso un diverso modo di intendere l’opera per una maturazione dello stile rappresentativo che, come dimostra la Cornaro, possiede i prodromi proprio in Donizetti.

Caterina Cornaro ha inaugurato, giustamente, il Festival Donizetti 2025 e per l’occasione l’opera è stata portata in scena con una nuova e accurata edizione critica di Eleonora Di Cintio, studiosa e ricercatrice in Storia della Musica presso l’Istituto storico germanico di Roma. Pubblicata da Casa Ricordi di Milano l’edizione critica è stata improntata con lo scopo di giungere qui a Bergamo alla Prima rappresentazione moderna secondo la volontà del compositore. La Fondazione Teatro Donizetti ha presentato l’opera con un nuovo allestimento della Fondazione Teatro Donizetti coprodotto con il Teatro Real di Madrid.
Per quanto riguarda la realizzazione dello spettacolo occorre iniziare dalla realizzazione scenica, elemento che purtroppo, e troppo spesso, è croce e delizia di ogni messa in scena dei teatri lirici.
Caterina Cornaro, come accennato si basa su una storia semplice e allo stesso tempo piuttosto lineare. In estrema sintesi ci sono due personaggi, Caterina e Gerardo, che stanno per sposarsi. Ma ragioni di stato fanno annullare il matrimonio: Caterina deve salvaguardare gli interessi della Serenissima sposando Lucignano, il re di Cipro. Nonostante l’imposizione Caterina si affeziona al marito. Anche Gerardo, che è stato salvato dai sicari dal re intervenuto in incognito, ne riconosce la nobiltà perdonando anche Caterina per la scelta operata sotto ricatto rimandone sempre innamorato. Ma il famigerato Consiglio dei Dieci, per mano di Mocenigo, vuole la testa di Lusignano che viene avvelenato. Termina con una battaglia dove i ciprioti conquistano la vittoria ma con provando l’amarezza per la morte di Gerardo e Lusignano.

Ma qui a Bergamo a questa storia ne è stata abbinata una parallela frutto del lavoro del regista Francesco Micheli che ha realizzato scenicamente una drammaturgia di Alberto Mattioli al quale è stato affidato il moderno ruolo di ‘dramaturg’. Il Mattioli ha operato partendo da un presupposto, quello di vedere la figura di Caterina Cornaro su tre livelli: quello vero e storico, quello verosimile evidenziato nel libretto di Giacomo Sacchero e quello di oggi al quale il ‘dramaturg’ ha donato dei contorni precisi con la sua storia creata ex-novo e parallela a quella dell’originale dell’opera.
Questa nuova storia parte dalla vista di una donna incinta, che era stata in viaggio di nozze a Venezia ed era rimasta affascinata dalla figura di Caterina. Al momento si trova in un ospedale dove assiste il marito gravemente malato. In questi momenti di sofferenza, però, sogna una storia di passione per l’attrazione verso per un giovane medico chirurgo che tenterà di salvare il marito con un intervento complicato e difficile che finisce con la morte del paziente. Tutto cade intono a lei ma le rimane un figlio al quale dovrà badare da sola.
La storia parallela inizialmente prometteva di rimanere ai margini della storia narrata dall’opera ma, drammaticamente, con il procedere dello spettacolo le due storie convergevano creando anche alcuni momenti di una certa ilarità con personaggi che agiscono nella seconda metà del ‘400 del libretto che si inseriscono su quanto accade in una anonima anticamera di ospedale del primo quarto del terzo millennio con contrasti che è facile immaginare. Inoltre la storia complementare oltre ad essere avulsa dal contesto comprometteva non poco la concentrazione dello spettatore falsando così irrimediabilmente l’effetto teatrale voluto da Donizetti che, se ragioniamo in senso artistico e teatrale, era musicista molto attento all’evoluzione del dramma e, in special modo, per la sintetizzazione dell’azione.

Per concludere il discorso sulla parte visiva, c’è da citare l’impianto scenico di Matteo Paoletti Franzato realizzato sapientemente con un elemento scenico unico e ‘bifronte’, orientato a seconda delle necessità della storia che la regia ha scelto di mettere in evidenza, quella di Donizetti o quella del ‘dramaturg’.
Per completare la parte visiva i costumi risultavano aderenti alla realizzazione nel suo complesso, curati da Alessio Rosati. Apparivano eleganti, elaborati e raffinati quelli relativi all’ambientazione quattrocentesca facilmente immaginabili quelli relativi all’ambiente ospedaliero di oggi che incorniciava la storia parallela.
L’esecuzione musicale
Concludiamo riferendo della realizzazione musicale. Come accennato prima, nella ripresa del 1845, Caterina Cornaro fu eseguita, nelle tre parti principali, da tre stelle del canto dell’epoca, cosa che rende l’esecuzione impegnativa per i cantanti.

Carmela Remigio nel ruolo di Caterina Cornaro ha evidenziato una vocalità del tutto inerente alla parte ed alle caratteristiche peculiari della linea di canto ottocentesca della Barbieri-Nini che possiamo immaginare dagli scritti e delle testimonianze della sua epoca. Possiede una voce certamente robusta e ampia, ideale per le eroine donizettiane che nella sua carriera ha più volte interpretato. In questa occasione ci è parsa soffrire un poco le emozioni del momento, soprattutto nella prima parte dello spettacolo, con note centrali poco incisive e una certa stanchezza negli acuti. La sua interpretazione di canto è però decollata con il procedere dell’opera evidenziando con sempre maggiore efficacia, padronanza e intensità nelle emissioni, offrendo una linea di canto veramente pregevole e utile per centrare tutto il personaggio abbinando al canto anche una convincente recitazione. Per lei diversi applausi a scena aperta e applausi trionfali al termine della recita.
A Vito Priante la parte di Lusignano come detto prima affidata nell’800 a Felice Varesi, grande interprete verdiano soprattutto di personaggi cardine per l’interpretazione operistica come Rigoletto e Macbeth. Lusignano può essere considerato un precursore di questo modo di canto e Priante ha messo a sua disposizione una linea di canto nobile e regale con un fraseggio controllato ed efficace prestando cura anche ai numerosi sconfinamenti nel registro acuto senza mai sacrificare l’intelligibilità del testo e la recitazione. Anche per lui meritato trionfo.

Nella parte di Gerardo c’era Enea Scala. Tenore di lunga esperienza nel belcanto con una carriera che ha compreso prestigiose tappe nel belcanto di Rossini come in diversi personaggi significativi del repertorio donizettiano. Lo ricordiamo convincente Gennaro nella Lucrezia Borgia a Roma nello scorso febbraio. La linea vocale che Donizetti ha affidato a Gerardo, che all’epoca fu interpretato da Nicola Ivanoff un tenore votato al virtuosismo spinto come dimostra il fatto che Verdi scrisse per lui l’aria alternativa al finale secondo di Ernani. Scala ha dimostrato di avere grandi qualità nel registro acuto e, di conseguenza per la parti da tenore dell’ultima fase della carriera operistica di Gaetano Donizetti come questa della Cornaro. Evidenzia acuti sicuri, anche se a volte un poco metallici, elemento che ci auguriamo stimoli il cantante a migliorare questo aspetto dimostrando di avere le qualità per la riuscita. Buon fraseggio nel canto spianato e incisività negli spiccati spunti melodici che Donizetti inserisce nelle sue opere e, copiosamente anche in questa. Anche per Enea Scala notevole successo personale anche se non fragoroso come per i primi due personaggi ma particolarmente significativo per il gradimento di una parte del pubblico, quello più attento all’essenzialità delle interpretazioni vocali.
Nelle altre parti tutti soddisfacenti gli interpreti scelti: Riccardo Fassi Mocenigo, Fulvio Valenti Andrea Cornaro, Francesco Lucii Strozzi/Un cavaliere del re e Vittoria Vimercati Matilde. Salvo Sgrò ha diretto il Coro dell’Accademia Teatro alla Scala molto efficace nei vari interventi in special modo quelli di carattere eroico.

Riccardo Frizza, direttore artistico del Donizetti Opera Festival, ha diretto l’Orchestra Donizetti Opera dall’alto della sua grande esperienza in campo donizettiano che lo ha visto protagonista di numerose esecuzioni e di numerose riproposte di opere del compositore bergamasco, rivitalizzate da contigue edizioni critiche che hanno giovato e continuano, come in questo caso, a giovare alla riscoperta ed alla valorizzazione più precisa e puntuale di questi grandi capolavori.
Nella recita alla quale abbiamo assistito (22 novembre) ha offerto una esecuzione del tutto convincente nell’insieme sia per l’interpretazione delle diverse parti corali sia per la preparazione e l’accompagnamento delle parti soliste. Se escludiamo qualche scelta non condivisibile dei tempi soprattutto nella parte iniziale, l’interpretazione generale è risultata del tutto intensa e coinvolgente. Notevole successo personale anche per lui.
Claudio LISTANTI Bergamo 30 Novembre 2025
