di Nica FIORI
“Di tutti i bestiari antichi e moderni, il più prezioso è senza dubbio quello firmato da Louis Cartier: zoo di gemme che non esclude né la tigre né l’alligatore, né la tartaruga né la coccinella, ma è dominato dalla pantera”.
Così scriveva nel 1988 Gilberte Gautier, storiografa di Cartier, nel suo articolo “Il lusso è una pantera” (in FMR, n. 58).
A partire da quando, nel 1914, la pantera realizzata a chiazze di brillanti e onice compare per la prima volta in un orologio da donna di Cartier, le donne eleganti dell’epoca si entusiasmano per questo bell’animale esotico, riconoscendo in esso la loro natura felina di cacciatrici, e il motivo diventa iconico sotto l’impulso di Jeanne Toussaint, direttrice creativa dal 1933 al 1970.
La pantera, così come la tigre e il leopardo, nelle raffigurazioni antiche è associata a Dioniso, dio del vino, dell’ebbrezza e della liberazione dei sensi. Spesso accompagna il dio, la sua sposa Arianna, e talvolta i satiri e le menadi del suo corteo. All’Animalium Historia di Aristotele (IV secolo a.C.) si deve il fortunato topos dell’alito profumato che la belva usa per attirare le sue prede, mentre la sua presenza nel tiaso dionisiaco è giustificata dal fatto che la sua pelle maculata simboleggerebbe la varietà di atteggiamenti presenti nelle persone ubriache. Della pantera si diceva anche che, per catturarla, bisognasse attirarla con aromi o vino, ai quali non poteva resistere, ed è per questo che la Maison Cartier ha creato anche l’emblematico profumo La Panthère.


Dal 14 novembre 2025 al 15 marzo 2026 possiamo ammirare alcuni gioielli con la seducente pantera, insieme a molte altre preziose creazioni della celebre maison francese nella mostra “Cartier e il Mito ai Musei Capitolini”. Quest’esposizione esplora per la prima volta, nonostante le mostre di Cartier siano state numerosissime, il legame con l’antichità classica, e in particolare con Roma, che ha ispirato le creazioni di Cartier dall’Ottocento fino alla contemporaneità.
La mostra, curata dalla storica del gioiello Bianca Cappello, dall’archeologo Stéphane Verger, dal Sovrintendente Capitolino Claudio Parisi Presicce, è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, in collaborazione con la Maison Cartier e con il supporto di Zètema Progetto Cultura. Il progetto di allestimento è a cura di Sylvain Roca, con uno straordinario contributo creativo dello scenografo Dante Ferretti.

Il percorso espositivo si snoda all’interno del Palazzo Nuovo, detto un tempo Museo Capitolino, il primo museo pubblico nel senso moderno del termine, creato nel 1733 da Clemente XII in seguito all’acquisto di 416 sculture della collezione del cardinale Alessandro Albani, che vennero sistemate nel Palazzo Nuovo. Parte del merito va all’antiquario e museologo Alessandro Gregorio Capponi che aveva convinto il papa a rilevare l’importante collezione per evitare che le statue romane andassero disperse all’estero, visto che una parte era stata già venduta al principe di Sassonia. Ricordiamo che la fondazione dei Musei Capitolini (costituiti attualmente dal Palazzo dei Conservatori, dal Palazzo Nuovo e da altri edifici adiacenti) si fa risalire in realtà al 1471, quando Sisto IV donò al popolo romano i cosiddetti “Bronzi Lateranensi” (comprendenti la Lupa capitolina, i frammenti della colossale statua bronzea di Costantino, lo Spinario, il Camillo), e in seguito altri pontefici ampliarono le raccolte.

Come ha ricordato la responsabile della Gestione mostre dei Musei Capitolini Eloisa Dodero, la “modernità” del Museo Capitolino era dovuta al fatto che le strutture museali diventano protagoniste di spazi architettonici, concepiti ad hoc per dare risalto alle sculture, e oltretutto il museo era aperto, liberamente accessibile, come evidenziò in una sua lettera del 1755 Johann Joachim Winckelmann:
“Qui è il Tesoro delle antichità di Roma e qui ci si può trattenere in tutta libertà dalla mattina alla sera”.
Ora per la prima volta il Museo Capitolino, la cui sistemazione settecentesca è rimasta quasi immutata nel tempo, si rinnova grazie a questa mostra, vivendo il suo maggiore momento di vitalità grazie a un allestimento immersivo che fa uso di proiezioni, luci e profumi inebrianti per creare una particolare atmosfera onirica, a partire già dalla scalinata, sulle cui pareti vengono proiettate immagini tratte da alcuni film, come Il nome della rosa di Jean-Jacques Annaud con il suo labirinto verticale e Medea di Pier Paolo Pasolini, la cui protagonista Maria Callas indossa una straordinaria parure in oro e ambra, che sembra alludere alla sua discendenza dal dio Sole.
L’allestimento, pur con qualche pecca (in particolare la guaina nera sopraelevata collocata sul pavimento, sui cui bordi è facile inciampare), non incide sul “Tesoro di antichità”, costituito da opere talmente pregevoli da essere raffigurate in tutti i manuali di Storia dell’arte. Sono proprio alcuni di questi capolavori, insieme a una selezione di preziosi reperti antichi provenienti dalla Sovrintendenza Capitolina, da prestigiose istituzioni italiane e internazionali e da collezioni private, a entrare in dialogo con i preziosi gioielli, orologi e oggetti vari, oltre a disegni e calchi in gesso, per lo più provenienti dal Cartier Collection heritage.

A partire dalla sua fondazione nel 1847 a Parigi, ad opera di Louis-François Cartier, la celebre maison ha studiato, tratto ispirazione e reinterpretato il repertorio estetico e simbolico della classicità greca e romana, trasformando motivi decorativi antichi in gioielli dal carattere unico.
La prima sezione è dedicata al gioiello archeologico tra Roma e Parigi nel XIX secolo, promosso dai Castellani, una famiglia di orafi e collezionisti romani, cui si deve la realizzazione di gioielli all’antica, che tanta fortuna avrebbero avuto presso l’aristocrazia e l’alta borghesia del tempo, prediletto anche dalle corti europee, che aspiravano a trasmettere un’estetica di splendore regale.
Il primo laboratorio artigiano fu aperto a Roma nel 1814 da Fortunato Pio Castellani e l’attività fu proseguita dai figli Alessandro e Augusto. Il successo dello stile neo-archeologico in Francia è legato all’acquisizione, da parte di Napoleone III, della collezione del marchese Giovanni Pietro Campana per il Museo del Louvre nel 1861, precedentemente restaurata e studiata dalla famiglia Castellani. Anche la Maison Cartier, che figura tra i fornitori della corte di Napoleone III, adottò questo gusto neo-archeologico, che faceva uso di tecniche antiche, quali la granulazione e la filigrana, e di pietre colorate semipreziose.

La prima scultura che introduce alla sezione è il ritratto di Livia, la moglie di Augusto, in veste di Cerere. La sua corona di rami e spighe di grano, simbolo di prosperità, può essere accostata a numerose ghirlande e tiare che diventano di moda in epoca moderna già alla corte di Napoleone I, grande amante del mito di Roma.

Nella seconda metà dell’Ottocento, le donne indossavano corone a ghirlanda in oro giallo copiate dai modelli archeologici, mentre nei primi anni del XX secolo Cartier propone la tiara e la corona a ghirlanda, utilizzando in modo innovativo il platino e illuminandole con diamanti. Un luminoso splendore che si era reso possibile grazie agli imperi coloniali che permettevano lo sfruttamento di miniere africane e asiatiche. La gioielleria per Cartier diventa così l’arte di montare le gioie, cioè le gemme, mentre per le creazioni ottocentesche dei Castellani era stata più importante la lavorazione dell’oro.
Lo “stile ghirlanda” di Cartier è caratterizzato da raffinati motivi ispirati alle volute vegetali stilizzate.


Compare anche il fiore con i suoi petali che ruotando esprime il tempo ciclico, generativo e armonico della natura. I motivi classici utilizzati in chiave moderna sono in parte mutuati dall’estetica dell’antico trasmessa dai pittori del Rinascimento, e in particolare da quelli chiamati da Francesco I in Francia a decorare il castello di Fontainebleau nel XVI secolo e poi ancora nel XVII secolo dagli artisti che si recavano a Roma per il loro viaggio di studio.
Già nel 1898, con l’arrivo di Louis Cartier (1875-1942) alla direzione della Maison parigina al fianco di suo padre Alfred, l’ispirazione all’antichità viene inserita in un più aggiornato e moderno linguaggio che voleva captare l’armonia e la bellezza dei motivi antichi. Uno straordinario esempio è la spilla il cui modello iconografico è il mosaico delle colombe di Plinio, così chiamato per la descrizione fatta da Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia (XXXVI, 184) di un mosaico risalente al II secolo a.C. realizzato dall’artista Sosos di Pergamo:
“C’è una stupenda colomba che beve ed oscura l’acqua con l’ombra del capo, mentre altre prendono il sole e si grattano sul bordo di un cantaro”.
Nel Museo Capitolino ammiriamo una sua copia romana ritrovata a Villa Adriana, la cui finezza esecutiva crea un effetto pittorico sorprendente.

Tra i motivi classici che vengono rielaborati ci sono il meandro, o greca, l’onda, il racemo vegetale. Il successo di questi decori, onnipresenti anche negli antichi vasi greci in ceramica, fu all’origine di una vera e propria mania che aveva investito l’Europa a partire dal XVIII secolo, grazie alla diffusione di stampe illustrate raffiguranti i vasi appartenenti a collezionisti britannici, come Lord Hamilton. Dal 1909, lo stile geometrico delle decorazioni vascolari si fuse nell’immaginario moderno con i prorompenti Balletti Russi, riproposti nelle riviste di moda con illustrazioni a colori. Anche l’architettura classica, con le sue colonne, gli archi e le edicole, costituì un’ulteriore fonte di ispirazione per i disegnatori di Cartier. Queste suggestioni classiche contribuirono, nel primo trentennio del XX secolo, allo sviluppo del cosiddetto “stile moderno” della maison.


Un ampio focus espositivo è dedicato ai miti come allegorie dell’amore: troviamo in particolare le perle di Afrodite, a lei collegate in quanto alludono alla sua nascita dal mare. Questi gioielli dialogano in particolare con la Venere Capitolina, una copia romana da un originale greco del II secolo a.C. che raffigura il tipo della Venus pudica, derivante dall’Afrodite cnidia di Prassitele.
Troviamo anche le frecce di Eros/Cupido, dio dell’Amore, riproposte in diverse spille, le ali di Ermes/Mercurio, messaggero degli dei, che venivano fissate sulla testa, e il nodo di Eracle/Ercole, simbolo di amore indissolubile in quanto formato da due corde che, così annodate, non possono più liberarsi.
“Il senso della classicità della donna moderna” è il titolo di una sezione che ruota intorno alla statua di Elena Augusta, la madre dell’imperatore Costantino, che sarebbe stata poi santificata dalla Chiesa. In questo caso non sono i gioielli, ma il panneggio del suo abito ad aver ispirato la maison con gioielli caratterizzati da sfere d’oro e drappeggi armoniosi. Elena, raffigurata seduta, appare ora assorta nella visione di un filmato che mostra la danzatrice Isadora Duncan, con abbigliamento e gioielli ispirati all’antico. Accanto è esposto un abito Delphos di Mariano Fortuny, ispirato alla statua bronzea dell’auriga di Delfi (V secolo a.C.).

Tra le altre sezioni ricordiamo “Kakon kalon: Pandora, il dono più pericoloso degli dèi”, “Kosmos: il gioiello come riflesso dell’ordine del mondo” e “La proporzione aurea: la filosofia antica alla base della bellezza senza tempo”, giustamente collocata nella sala dei filosofi e introdotta dal presunto ritratto di Pitagora. D’altra parte il nostro rapporto con gli antichi si è costruito su un lungo processo di trasmissione intellettuale grazie ai pensatori greci che per primi hanno affrontato lo studio della Natura e delle figure geometriche perfette, che diventano sinonimo di Bellezza.

“Kronos: il controllo del tempo” è un’ulteriore sezione dedicata soprattutto agli orologi, tra i quali figurano quelli con i segni zodiacali, riprodotti fedelmente sul modello delle meridiane zodiacali romane. In un orologio del 1920, denominato Cometa, le lancette sembrano raffigurare delle stelle in movimento che si stagliano su una costellazione di stelle fisse, evocando l’antica concezione delle sfere celesti concentriche. In una creazione Cartier del 1960, invece, l’orologio è custodito all’interno di un uovo d’oro, richiamo all’uovo primordiale da cui, secondo le cosmogonie orfiche, ebbe origine l’universo.


Proseguendo lungo il percorso espositivo incontriamo Efesto, il dio artigiano che plasma il metallo con arte, la dea della Terra Gaia con le sue pietre e le preziose gemme, provenienti dai paesi più disparati, Orfeo, Demetra e Persefone con i loro miti relativi all’Oltretomba, Zeus con la sua regalità divina, Apollo associato alle foglie di alloro, la Gorgone Medusa con il suo sangue associato al corallo, Medea che si vendica insanamente per il tradimento di Giasone uccidendo i propri figli, e ovviamente il già citato Dioniso con le sue pantere e i fauni danzanti.
Oltre a questi miti greco-romani, ci colpisce anche la presenza della dea Iside (una raffigurazione originale egizia in faïence azzurra) in uno splendido gioiello, giustamente esposto in una sala dove è collocata una grande statua della dea egiziana, che ha avuto il suo primo culto a Roma proprio sul Campidoglio, prima che le venisse dedicato il grande Iseo campense. E, per finire, scopriamo che anche la statua del Galata morente, caratterizzata dal rigido collare chiamato torque, è messa a confronto con alcune produzioni recenti della Maison Cartier che ripropongono il monile.
Nica FIORI Roma 16 Novembre 2025
“Cartier e il mito ai Musei Capitolini”
Musei Capitolini – Palazzo Nuovo, Sale al primo piano. Piazza del Campidoglio, 1 – 00186 Roma
Orari: Tutti i giorni ore 9.30 – 19.30. Ultimo ingresso un’ora prima della chiusura
Per maggiori informazioni:
tel. 060608 (tutti i giorni ore 9.00 – 19.00) – www.museicapitolini.org
