Britten e “Il Giro di Vite”. Successo all’Opera di Roma grazie alla regia di Deborah Warner ed una valida compagnia di canto.

di Claudio LISTANTI

The Turn of the Screw (Il Giro di Vite) di Benjamin Britten è stato recentemente rappresentato al Teatro dell’Opera di Roma. Il capolavoro di Britten mancava dalle scene del teatro lirico romano dal 1997 e per l’occasione è tornato in palcoscenico con la regia della ‘specialista’ Deborah Warner che con questa realizzazione ha proseguito nel progetto di mettere in scena i capolavori del compositore inglese ottenendo un indiscutibile successo che ha seguito le altre due performance romane nel campo dell’opera lirica britteniana di Billy Bad nel 2018 e Peter Grimes nello scorso 2024, entrambe salutate con il consenso di pubblico e critica.


Fig. 1 Una immagine del 1968 del compositore Benjamin Britten 1968.

The Turn of the Screw è una delle opere più significative dell’intera produzione operistica di Benjamin Britten. Fu rappresentata per la prima volta proprio in Italia al Teatro La Fenice di Venezia il 14 settembre 1954, inserita nell’ambito del XVII Festival Internazionale di Musica Contemporanea della Biennale di Venezia e, per l’occasione, diretta dallo stesso Britten alla guida dell’orchestra da camera The English Opera Group.

Britten musicò un libretto che la scrittrice Myfanwy Piper trasse dal racconto omonimo scritto da Henry James nel 1898. Il soggetto è frutto della poetica letteraria di James spesso rivolta a contenuti inerenti i temi della coscienza e della moralità, elementi che anche nella piena maturità dello scrittore erano sempre solide basi per i suoi scritti.

Fig. 2 Lo scrittore Henry James in un ritratto di John Singer Sargent.

Nell’opera si riverbera la trama presente nel racconto originale. C’è una giovane istitutrice che nel castello di Bly è chiamata a prendersi cura dei due bambini, Flora e Miles. Accolta dalla governante Mrs Grose inizia il suo lavoro con entusiasmo, felice di accudire i due bambini. Man mano che la vita a Bly procede l’istitutrice capisce che Flora e Miles, entrambi privi dei genitori, sono influenzati da una forza malefica prodotta dagli spettri di due personaggi che vissero a Bly, l’ex servo Quint e la precedente istitutrice Miss Jessel, entrambi morti ma l’istitutrice comprende che i due avevano un forte ascendente presso i ragazzi. Nel contempo, non risulta chiaro il rapporto tra le due coppie, Miles/Flora e Quint/Jessel. I contorni sono certamente sfumati e lasciati all’interpretazione e alla sensibilità del pubblico che rileva, però, l’esistenza di un rapporto morboso nel quale la sessualità ha una parte fondamentale pur se nascosta da quella moralità di stampo ‘vittoriano’ che caratterizza il racconto originario e che confluisce anche nella visione teatrale di Britten, tradizionalmente molto attento a porre in evidenza gli aspetti dell’infanzia e dell’adolescenza nel rapporto con gli adulti.

L’influenza malefica degli spettri del servo Quint e di Miss Jessel è sempre più evidente e l’istitutrice vuole lottare per sottrarli ad una evidente manifestazione del Male. Miles, infine, è invitato a confessare il furto di una lettera scritta dall’istitutrice. È combattuto tra la voce incalzante di lei e quella più allettante di Quint. Confessa ma, quasi istantaneamente, muore.

Fig. 3 The Turn of the Screw. Anna Prohaska (Istitutrice) e Ian Bostridge (Prologo-Quint) © Fabrizio Sansoni-Opera di Roma 2025

Britten ha concepito un’opera musicale in linea con l’ispirazione letteraria anche se ha adottando un significativo cambiamento, quello di far comparire in scena i due spettri, Quint e Miss Jessel, che nel racconto di Henry James sono solo evocati. Una operazione spesso criticata questa di Britten ma è un elemento che, a nostro avviso, soddisfa le necessità scenico-drammaturgiche dell’opera. La presenza dei due personaggi, musicalmente, produce una sorta di amplificazione di questo senso di terrore e di dramma interiore dei personaggi che rende senza dubbio affascinante la partecipazione del pubblico all’evoluzione di una storia che, comunque, conserva i contorni ‘gotici’ specifici dalla letteratura inglese dell’800.

Nell’insieme l’opera è snella e presenta felici elementi di sintesi. Strutturata in un Prologo e due atti con l’azione divisa in quindici variazioni e otto scene per atto. È proprio il susseguirsi delle scene che dona il carattere di sintesi. Solo se la si giudica superficialmente ogni scena può sembrare a se stante ma è proprio questa caratteristica che le dona una splendida unitarietà e ne esalta i contenuti misteriosi e fantastici. Il tutto valorizzato da una orchestrazione sapiente e raffinata.

Britten propone infatti una orchestra di stampo cameristico: violino primo e violino secondo, viola, violoncello, contrabasso, flauto e ottavino, oboe e corno inglese, clarinetto, clarinetto basso, fagotto, corno, arpa, pianoforte e celesta, timpani ed una serie importante di percussioni. Nel complesso sono impegnati quindici esecutori. Con questo organico propone una partitura basata sui dodici semitoni della scala; non un’opera di carattere dodecafonico come può sembrare in prima analisi ma molto più vicina alla serialità di una partitura come quella del Wozzek di Berg. Una musica che riesce a dare alla rappresentazione i caratteri del mistero e dell’ambiguità fino ad essere nell’insieme affascinante ed incalzante.

Fig. 4 Anna Prohaska (Istitutrice) e Ian Bostridge (Prologo-Quint) in un momento di The Turn of the Screw © Fabrizio Sansoni-Opera di Roma 2025.

La realizzazione di Deborah Warner tiene in considerazione tutti questi elementi costruendo una rappresentazione del dramma del tutto efficace teatralmente per raggiungere la finalità di rendere intelligibile l’azione con tutti i suoi contorni misteriosi, occulti, oscuri ed enigmatici, soprattutto in relazione al tema dell’infanzia violata che è considerato uno dei cardini di quest’opera che si materializza con un verso del poeta William Butler Yeats tratto dal suo poema Second Coming : “la cerimonia dell’innocenza è morta” inserito nel testo del personaggio Quint.

Tutte le scene erano realizzate come un ‘flash’ proprio come previsto nel libretto di Myfanwy Piper e dare così il necessario senso di unitarietà che si giovava anche dei costumi rispettosi dell’epoca ‘vittoriana’ nel quale l’azione è ambientata, con una estrema cura dei movimenti e della recitazione per tutti i personaggi. In particolar modo, per i due ragazzi in scena Miles e Flora, ai quali è riuscita a dare quel senso di innocenza anche se filtrata da eventi terribili e, al contempo, misteriosi. Sul palcoscenico le scene erano ridotte al minimo con l’unica presenza di elementi e video utili per una maggior comprensione di quanto accade nello sviluppo dell’azione.

Questo grazie alla collaborazione di Justin Nardella per le scene, di Luca Costigliolo per i costumi, di Jean Kalman per le luci (fondamentali per un allestimento di queste caratteristiche) e di Johann O’Keeffe per i movimenti di scena.

Per quanto riguarda gli interpreti vocali si sono tutti dimostrati ideali per una vocalità come quella concepita di Britten che è caratterizzata da un costante recitativo con pochi spunti melodici ma senza dubbio efficace per realizzare opere ci questo contenuto ponendo attenzione allo sviluppo serrato del dramma ed alla intelligibilità dell’azione.

Fig. 5 The Turn of the Screw. Zandy Hull (Miles), Ian Bostridge (Prologo-Quint), Anna Prohaska (Istitutrice) © Fabrizio Sansoni-Opera di Roma 2025.

Tra tutti ha giganteggiato il tenore Ian Bostridge cantante del tutto idoneo per la realizzazione dell’arte musicale di Britten che, come è noto, produceva le parti fondamentali per Peter Pears, compagno di arte e di vita del musicista. Trovò in quella vocalità l’elemento pulsante per la realizzazione del suo stile musicale in riferimento ai contenuti teatrali e drammaturgici delle sue opere. In The Turn of the Screw Britten riservò per Pearce due parti, il Prologo e Quint. Del tutto orientata verso il parlato la prima e completamente asservita al lungo e, quasi piacevolmente infinito, verso il declamato la seconda, per impegnare un interprete-cantante che debba possedere valide doti attoriali e vocali. Bostridge ha dimostrato di avere queste doti interpretando i ruoli a lui destinati in maniera del tutto ineccepibile anche grazie ad una recitazione di straordinaria intensità. Tutti elementi che lo hanno condotto ad ottenere un successo personale di grandi dimensioni.

Fig. 6 The Turn of the Screw. C. Rice (Miss Jessel), C. Balmforth (Flora), E. Bell (Mrs Grose), A. Prohaska (Istitutrice) © Fabrizio Sansoni-Opera di Roma 2025

Successo personale di grandi dimensioni anche per gli interpreti delle due parti giovanili scelti dopo attenta selezione tra vari cantanti. Qui a Roma hanno trionfato Zandy Hull come Miles e Cecily Balmforth come Flora, due voci bianche di rilievo in possesso di una spigliatezza scenica di grande efficacia che grazie alla impostazione registica concepita per ognuno di loro, hanno interpretato con grande disinvoltura le gesta dei personaggi loro assegnati. Inoltre, entrambi, hanno mostrato una inequivocabile musicalità che ha consentito loro di rendere i personaggi in maniera prorompente e determinante. Per loro successo folgorante al termine dello spettacolo

Fig. 7 The Turn of the Screw. Cecily Blamforth (Flora), Zandy Hull (Miles), Anna Prohaska (Istitutrice) © Fabrizio Sansoni-Opera di Roma 2025

Anche per il resto della compagnia tutti interpreti di grande livello. A partire da Anna Prohaska una Istitutrice (Governess) sempre in linea con l’azione e con la peculiarità del personaggio a lei affidato alla quale si sono accompagnate anche le convincenti prove delle altre due cantanti femminili, Emma Bell nella parte, per certi versi solare, di Mrs Grose e Christine Rice per quella più misteriosa ed ambigua di Miss Jessel.

Ben Glassberg ha diretto con cura, sicurezza e attenzione questo grande capolavoro del ‘900 grazie anche alla partecipazione dei diversi strumentisti che nella serata componevano l’Orchestra del Teatro dell’Opera, riuscendo a dare all’esecuzione quei necessari caratteri unitari scaturenti dalla fusione tra la parte strumentale e quella vocale.

Esecuzione intensa quindi, anche se i caratteri innegabili di opera da camera della partitura possono, forse, contrastare con le dimensioni (platea e palcoscenico) di una grande sala come quella dell’Opera di Roma. Comunque lo spettacolo ha ottenuto un notevole successo tributato da un pubblico convenuto numeroso alla recita del 28 settembre alla quale abbiamo assistito. Ci associamo a questa successo ma augurandoci che questo trinomio (Britten/Opera di Roma/ Deborah Warner) aggiunga altre tappe significative al percorso comune intrapreso.

Claudio LISTANTI  Roma 5 Ottobre 2025