Beato Angelico e Mark Rothko. L’Euristica Anacronica : “Una delle più innovative pratiche espositive della contemporaneità”

di Dominique LORA

Beato Angelico e Mark Rothko

Tra il 2025 e 2026 la Fondazione di Palazzo Strozzi a Firenze ha presentato di seguito due mostre dedicate rispettivamente a Beato Angelico (1395-1455) e Mark Rothko (1903-1970), quest’ultima ancora in corso fino al 14 Agosto.

Figg 1 e 2. Beato Angelico, Pala dei Santi Cosma e Damiano, 1439, Museo di San Marco, Firenze

Figg. 3 e 4, Mark Rothko a Palazzo Strozzi, Firenze 2026

Una scelta storico artistica diacronica che, come dimostrato dall’allestimento del maestro americano in Palazzo Strozzi (e in particolare dell’ultima sala dedicata ai lavori su carta), ma soprattutto dal progetto di comunicazione, che integra al percorso espositivo del museo la visita alla sala del Beato Angelico al complesso di San Marco, si sviluppa lungo un itinerario culturale “diffuso”, generando una relazione diretta ed atemporale fondata sullo spiritualismo luministico e cromatico che ha contraddistinto l’opera dei due grandi maestri nelle loro epoche rispettive.

In questi ultimi due decenni, diversi musei e fondazioni italiani hanno presentato mostre volte a creare ciò che Walter Benjamin descriveva come corto circuiti anacronici, ovvero sfasature artistiche tra passato e presente esplorati quali dispositivi di investigazione e di produzione odierna di pensiero.

L’arte contemporanea non è più solo ospitata in musei dedicati alle espressioni artistiche del passato con mostre ad hoc, ma entra a far parte dell’allestimento stesso del museo generando modalità anacroniche, fondate sul dialogo tra temporalità multiple, è una delle più innovative pratiche espositive della contemporaneità”.[1]

L’euristica anacronica benjaminiana è un approccio critico applicabile a diversi rami della cultura e che utilizza l’anacronismo come strumento di ricerca e di riferimento imprescindibile per svelare significati celati in cui

ogni presente è determinato da quelle immagini che gli sono sincrone: ogni adesso è l’adesso di una determinata conoscibilità […]. Non è che il passato getti la sua luce sul presente o il presente la sua luce sul passato, ma immagine è ciò in cui quel che è stato si unisce fulmineamente con l’adesso in una costellazione.”[2]

L’anacronismo non è più interpretato come un errore ma come un processo cognitivo volto a generare dibattiti originali e spesso sorprendenti accostando elementi apparentemente distanti e appartenenti a epoche diverse. In altre parole, non solo una rilettura del passato ma una sua integrazione attiva con il presente che permette di comprendere il potenziale inespresso dell’arte presente o passata che sia, analizzandola e sperimentandola con uno sguardo diverso e più “aperto”, per fare eco al pensiero di Umberto Eco. Anche Salvatore Settis sostiene che tra antico e contemporaneo non vi sia netta frattura, ma che esista una perpetua tensione che continuamente si riarticola nel fluire dei linguaggi critici e del gusto, al punto tale che

il filo della tradizione non si è spezzato ma si è consolidato, travestendosi in nuove forme e modalità che chiedono di essere conosciute e chiamate per nome.” [3]

Beato Angelico

Le opere di Frà Angelico esposte nel chiostro della Basilica di San Marco a Firenze – luogo unico al mondo per il numero di opere del frate domenicano conservate in un solo luogo –  costituiscono un’esperienza immersiva a tutto tondo nell’universo religioso e culturale quattrocentesco, quando gli artisti si adoperavano ad illustrare, e dunque a spiegare, l’esegesi del cristianesimo, i suoi precetti, le sue regole e l’idea di divinità attraverso la pittura e la scultura, resi in tal modo accessibili ad un pubblico per lo più analfabeta. Come fumetti moderni queste composizioni, e in special modo le predelle che raccontano le storie del vangelo, concentravano in una sola immagine vari momenti e vari spazi.

Al di là della composizione che, seguendo le norme dell’Alberti, richiedeva una costruzione geometricamente fondata su di un unico punto di fuga, le opere del Beato Angelico si distinguono per la scelta dei colori rosa/rosso, l’azzurro, il bianco e l’oro, applicati all’interno di campiture secondo la tecnica della “velatura” con colori fluidi stesi su strati di colore già asciutti al fine di creare profondità ed effetti vibranti. Caratteristica del monaco, inoltre, era il naturalismo paesaggistico e la dolcezza dei gesti e dei volti dei suoi personaggi che, stagliati su fondali o ornati da aureole dorate, svelavano la natura terrena del divino facendo della luce stessa un veicolo di spiritualità.

Credo sia importante sottolineare l’importanza che i decori assumono nelle composizioni dell’Angelico. Nei suoi dipinti troviamo spesso elementi decorativi come marmi policromi, tappeti orientali, lunette colorate (che ricordano le Ninfee di Monet!) che il maestro fiorentino eseguiva, a differenza di paesaggi e personaggi, in maniera quasi impressionista.

Mark Rothko

Se consideriamo la tela stessa come una campitura, tale descrizione si può applicare, a sei secoli di distanza, a molte opere realizzate da Mark Rothko. Vi è una similitudine di intenti tra i due maestri che comincia con una comune ricerca di divinità e spiritualità intrinseche all’animo umano. Se l’Angelico inizia con rappresentazioni dal gusto tardo trecentesco, eredi delle icone bizantine in due dimensioni e caratterizzate da sfondi color oro, gli inizi di Rothko sono segnati dalle novità avanguardistiche europee della prima metà del secolo diciannovesimo che lo porta ad esplorare forme di astrattismo e di surrealismo legate a maestri come Picasso, Klee, Kandinsky, Mirò e Matisse, per citarne alcuni. Una sorta di vassallaggio artistico di cui si libera solo a seguito della sua visita a Firenze nel 1950, dopo aver osservato le opere di Beato Angelico. Per quanto ispirato ancora una volta da opere di provenienza europea, Rothko si libera dalle catene di avanguardie che non corrispondono alla sua realtà e alla sua storia personale per definire una sua cifra stilistica unica ed inconfondibile basata sull’indagine del sacro e della spiritualità nell’arte, esplorando una forma e un contenuto essenziali e potentissimi.

Grandi tele che liberano la forza del colore e della luce e generano veri e propri portali tra universi paralleli, tra terreno e ultraterreno, tra figura e astrazione, e se contemplati con la dovuta pazienza, che usano la fluidità del tempo e dello spazio per nutrire l’immaginazione dell’osservatore, al punto in cui, come il Piccolo Principe, riescono a vedere la pecora attraverso i tre buchi della scatola. È il momento in cui Markus Yakovlevich Rothkowitz diventa Rothko.

Fig. 5 e 6, Mark Rothko a Palazzo Strozzi, Firenze 2026

In generale, i pittori quattrocenteschi come Masaccio, Piero della Francesca, Beato Angelico o Filippo Lippi hanno esercitato una durevole influenza e un dialogo ininterrotto con la produzione artistica che dal Rinascimento arriva fino ai nostri giorni. Dai Preraffaeliti inglesi a Edgar Degas e Henri Matisse, da Paul Klee a Rothko, Richard Hamilton a Giulio Paolini. Artisti la cui ricerca riconosce relazioni strutturali che ne caratterizzano la complessità e in cui ritroviamo elementi che determinano specifiche relazioni significanti a partire da “condensazioni temporali che, come scritto da Angela Mengoni:

non sono frutto della mera legittimazione diacronico-filologica, ma sono attivate dall’oggetto stesso ed in esso inscritte”.[4]

Richard Hamilton sperimenta con opere volte a placare e al contempo acuire l’incertezza dell’esistenza attraverso la qualità luminosa dell’opera, ispirata ai pittori del XIV secolo.

Fig. 7 Richard Hamilton, The Annunciation, 2005, © Richard Hamilton

Ma se per Rothko l’opera d’arte rappresentava una porta dell’anima volta all’introspezione e all’esplorazione della spiritualità interiore che giace dormiente in ognuno di noi, il fotografo americano si spinge più lontano con l’opera “The Annunciation” del 2005 invitandoci a praticare rituali secolari di venerazione, che al pari del frate domenicano sono intesi per gli spettatori; un’esortazione ad inginocchiarsi davanti all’immagine sacra (imitando San Gabriele) mentre recitano l’Ave Maria.

Anche Giulio Paolini si è confrontato di recente con l’Angelico dando luogo a uno degli incontri più sorprendenti tra Rinascimento e arte concettuale.

Fig. 8 Giulio Paolini, “Noli me tangere”, Convento di San Marco, 2022

Un incontro che si è espresso con installazione dell’opera “Noli me tangere”, un collage su cavalletto bianco, che il maestro ha presentato nel 2022 all’interno della cella n. 39 del convento di san Marco, affrescata proprio dall’Angelico tra il 1440 e il 1442.  L’opera di Paolini, che porta lo stesso titolo del celebre affresco, instaura un dialogo muto sul tempo e sulla visione che risulta in una riflessione sulla memoria in cui presente e passato magicamente si allineano.

Tornando a Palazzo Strozzi, il dialogo tra Beato Angelico e Rothko è particolarmente evidente nell’ultima sala, allestita come una cappella semi circolare con una collezione di opere su carta dai toni che fanno eco alle composizioni di Beato Angelico; il bianco, il rosa, l’azzurro.

Figg. 9, 10 e 11 Mark Rothko a Palazzo Strozzi, Firenze 2026

Opere diafane e vibranti che catturano la luce soffusa e ispirano alla meditazione. Il formato ridotto, rispetto ai giganti delle sale precedenti ci riporta alla dimensione umana che da contemplativa diventa di raccoglimento, al singolare.

La disposizione d’animo o il sentimento segnano l’ingresso del fattore umano nel dipinto, un tentativo di legare la rappresentazione dell’emotività individuale ai termini delle emozioni universali.

Rothko e Beato Angelico condividono nella loro opera una “convergenza del tragico”, ovvero l’idea che la sofferenza sia uno strumento di salvezza e che la pittura, la luce e il colore costituiscano veicoli essenziali per esprimere l’esperienza dell’anima, fornendo, attraverso la rappresentazione pittorica, un’unità di misura che conferisce alla tragedia, alla sofferenza un carattere eroico. Per citare Nietzche:

“La funzione complessiva dell’arte è quella di fornire una base intelligibile per la sopportazione dell’instabilità umana.”[5]

Figg. 9 e 10, Beato Angelico, Storie dell’infanzia di Cristo, La strage degli innocenti, Armadio degli Argenti, 1450-53, Museo di San Marco, Firenze e Mark Rothko a Palazzo Strozzi, Firenze 2026

La necessità e il desiderio ardente del mito sono qui ravvivati dall’artista americano che si riappropria della ricerca del mito, esprimendo la perenne insoddisfazione di verità parziali e del desiderio di immergersi in una verità omnicomprensiva.[6]

In conclusione, la particolarità e la forza della Fondazione Palazzo Strozzi in questi ultimi anni è stata quella di trasformare un palazzo rinascimentale già di per sé fortemente caratterizzato in uno spazio fluido e adattabile in cui il dipartimento incaricato degli allestimenti propone percorsi sempre diversi rispettando l’architettura e le decorazioni di origine, creando un dialogo spaziale e temporale in continua metamorfosi e in grado di dialogare con tutte le fasce di pubblico.

Dominique LORA  Roma 7 Giugno  2026

NOTE

[1] L. Corrain, M. Vannoni, “L’ellissi riflessa. Le fatali attrazioni nel vuoto di Eco e Narciso” in: Antinomie, Scritture e Immagine, 21/03/2021, https://antinomie.it/index.php/2021/03/21/lellissi-riflessa-le-fatali-attrazioni-nel-vuoto-di-eco-e-narciso/
[2] W. Benjamin, “I Passages di Parigi”, 2 voll., Einaudi, Torino 2000, 518-519.
[3] Settis, S., “Incursioni. Arte contemporanea e tradizione”, Feltrinelli, Milano, 2020, p.
[4] L. Corrain, M. Vannoni, “L’ellissi riflessa. Le fatali attrazioni nel vuoto di Eco e Narciso” in: Antinomie, Scritture e Immagine
[5] C. Rothko, “Mark Rothko, L’artista e la sua realtà, Filosofie dell’arte”, Ed. Skira, 2007, pp.84-85
[6] Ibidem, p 87

Bibliografia

  1. Benjamin, I “Passages” di Parigi, 2 voll., Einaudi, Torino 2000
  2. Rothko, “Mark Rothko, l’artista e la sua realtà, Filosofie dell’arte”, Ed. Skira, 2007,
  3. Corrain, M. Vannoni, “L’ellissi riflessa. Le fatali attrazioni nel vuoto di Eco e Narciso” in: Antinomie, Scritture e Immagine, 2021
  4. Settis, S., 2020, “Incursioni. Arte contemporanea e tradizione”, Feltrinelli, Milano.