Attualità del 25 Aprile; brevi cenni ad idee ed artisti perseguitati e ad una visione estetica senza compromessi.

di Sergio ROSSI

Il 25 Aprile non va dimenticato.

In questi oscuri tempi di guerra mi sembra più che mai attuale quanto scrissi proprio su questa rivista, nel 2020, e ripreso l’anno successivo e da quelle note voglio partire per ulteriori approfondimenti:

«Ormai da qualche anno, alla vigilia del 25 aprile, vengono avanzate le proposte più bizzarre per trasformare la festa della Liberazione in una melassa indistinta che ne cancelli l’originaria (e incancellabile) matrice antifascista. E invece è importante non dimenticare». 

E con questo spirito ero tornato ad occuparmi di due belle mostre bolognesi: Revolutija. Da Chagall a Malevich, da Repin a Kandinsky, tenutasi presso il Museo d’Arte di Bologna dal 12 dicembre 2017 al 13 gennaio del 2018 e La mostra sospesa. Orozco, Rivera, Siqueiros tenutasi a Palazzo Fava dal 19 ottobre 2017 al 18 febbraio del 2018. Entrambe, pur trattando argomenti molto diversi tra loro, avrebbero potuto recare come sottotitolo quello delle “rivoluzione tradite”: ovviamente la “rivoluzione d’ottobre” nel primo caso, quella cilena di Salvador Allende nel secondo, inducendomi a qualche osservazione preliminare che voglio ora riproporre.

fonte Realismo socialista a Villa Manin – TRIESTE.news

La prima è che la teoria del cosiddetto “realismo socialista”, diventata soffocantemente egemone nella Russia staliniana, sia stata un colossale fraintendimento, per non dire tradimento, dell’essenza stessa del pensiero marxiano relativo al concetto dell’arte come “rispecchiamento” della realtà sociale. Infatti, una volta accettato il principio che le categorie di sociale ed estetico non vadano considerate come qualcosa di separato o incommensurabile, va pure precisato che esse non sono meccanicamente derivanti l’una dall’altra, ma piuttosto reciprocamente interconnesse. E una volta che si sia riconosciuto il carattere non autonomo e astratto dell’opera d’arte resterà però da analizzare in concreto attraverso quale codice stilistico essa è stata realizzata e quali sono le sue specifiche qualità estetiche.

Galvano Della Volpe

In Italia, uno dei primi, e secondo me più riusciti tentativi di sottrarre l’estetica di tendenza marxista dalla sudditanza alle teorie del ‘realismo socialista’ si deve a Galvano della Volpe, colpevolmente emarginato e quasi messo all’indice dall’Intellighenzia ufficiale del Partito Comunista Italiano, il quale nella sua fondamentale Critica del gusto (1960) dimostra come l’artisticità di un brano letterario, musicale, pittorico non abbia nulla di misterioso o ineffabile ma risponda anzi a precisi criteri semantici e comunicativi.

Valgano gli esempi di due autori tra loro lontanissimi se non opposti, come Brecht e Montale che comunque raggiungono entrambi il loro culmine poetico introducendo semplicemente nei loro versi un non quando meno te lo aspetti.

Ecco Montale: «codesto solo oggi possiamo dirti/ciò che non siamo, ciò che non vogliamo». Abbiamo qui, come osserva della Volpe:

«La perdita della certezza del reale e di ogni fede, l’aridità del puro esistere, la stessa natura decomposta in allusioni, intellettuali, ironiche, e quindi un pathos secco e gelido eppur sottilmente “straziante” testimonianza di una poesia “autentica patita” della crisi».

Circa un decennio dopo, in pieno “terrore e miseria del terzo Reich” Bertolt Brecht esprime come meglio non si potrebbe il senso di smarrimento ed angoscia di fronte al possibile tradimento di tutti contro tutti in

Questo mi dissero: «Se incontri i tuoi genitori nella città di Amburgo o altrove/passagli accanto da estraneo/volta l’angolo, non conoscerli […] non mostrare, oh non mostrare il tuo viso/ma invece cancella le tracce!»

Eric Isenburger

Su Marx e la sua filosofia della storia e della società tornerò tra breve, ora intendo piuttosto rimanere nella Germania che Brecht ha dovuto precipitosamente abbandonare ricordando brevemente due artisti ebrei e perciò perseguitati, di grande qualità ma assai poco noti in Italia e da poco riscoperti anche nel loro Paese di cui mi occupavo proprio in quell’articolo.

Il primo è Eric Isenburger (Francoforte sul Meno 1902-New York 1994), la cui pittura tra l’altro non ha mai presentato alcuna connotazione politica, essendo dedicata prevalentemente alla moglie Jula (Augustow,1908 – New York 2000) sua musa ispiratrice, se non addirittura suo vero e proprio alter ego. In questo caso dunque la persecuzione e la fuga in America nel 1941 è stata determinata solo da assurde motivazioni razziali.

Lotte Laserstein

La seconda è Lotte Laserstein (1898-1993) la cui operazione di recupero è stata ancora più significativa, perché si tratta di una pittrice doppiamente “degenerata”, secondo l’aberrante logica hitleriana, in quanto giudaica ed omosessuale.

E si tratta soprattutto, al di là di ogni considerazione esteriore, di una splendida pittrice, la cui vita, tra difficoltà, successi, persecuzioni, sterminio dei parenti più cari, è già di per sé quasi un romanzo. E a proposito di romanzi vi è uno scrittore, che racchiude in sé tutti questi elementi: diaspora, razzismo, pregiudizi politici.

Mi riferisco a Franz Werfel (Praga, 1890 – Los Angeles 1945) uno dei tanti intellettuali ebrei di origine ceca affermatosi a Vienna, dove tra l’altro divenne il terzo marito di Alma Mahler.

Franz Werfel

Anche lui, come Isenburger, nel 1938 fu costretto ad emigrare in Francia e l’anno dopo, con una rocambolesca fuga attraverso il Portogallo riuscì a raggiungere l’America. Nel 1933 egli pubblicò I quaranta giorni del Mussa Dagh, racconto epico della resistenza armena e del genocidio di quel popolo da parte dei Turchi, ancor’oggi considerata una delle più riuscite testimonianze letterarie su quei drammatici avvenimenti scritte da un non armeno. Ma non è questo il libro cui mi riferivo prima: si tratta invece di Una scrittura femminile azzurro pallido (1941), che immagino che Isenburger avrebbe potuto illustrare in maniera perfetta.

Senza naturalmente volermi dilungare sul racconto, dirò in estrema sintesi che esso è ambientato a Vienna nel 1936 ed ha per protagonista Leonida, un alto funzionario di cinquantuno anni splendidamente portati e che deve la sua fortuna alla bellissima e ricchissima moglie. Ma egli nasconde anche un tragico segreto che di tanto in tanto delle missive vergate da una scrittura femminile azzurro pallido gli riportano, suo malgrado, alla memoria: un amore clandestino con una giovane ebrea, sedotta e abbandonata quando era già sposato e un bambino di cui ha sempre sospettato, ma volutamente ignorato l’esistenza e che è morto subito dopo la nascita. La donna si ripresenta ora, in procinto di abbandonare per sempre l’Austria, chiedendogli aiuto per il figlio di una sua amica, anch’egli ormai in pericolo per la sua origine “non ariana”. Aiuto che alla fine lui non le concederà.

Poco prima di quest’incontro, su una panchina, Leon si imbatte in un vecchio decrepito che in realtà ha la sua stessa età

«il suo doppio, dunque, il fratello gemello, l’altra possibilità della sua vita, quella a cui solo per un pelo si era sottratto».

E quella sera stessa, in un palco dell’opera, elegante e impeccabile come sempre, il protagonista avverte che ormai anche la sua faccia «è una grande radura inaridita. A poco a poco crescono alla rinfusa i sentieri, le carrarecce e le vie di accesso a questa solitaria radura. Che sia già la malattia della morte, quella malattia che altro non è se non misteriosa, logica conformità con la colpa della vita? Mentre continua a dormire sotto la cappa oppressiva di questa musica perennemente eccitata, Leonida sa con chiarezza indicibile che oggi gli è stata inviata un’offerta di salvezza, oscura, sommessa, irresoluta, come tutte le offerte di questo genere. Sa di non essere stato capace di raccoglierla. Sa che a questa non faranno seguito altre offerte».

E noi?

Noi che viviamo in un’epoca, sempre per dirla con Brecht «in cui parlare d’alberi è quasi un delitto, perché su troppe stragi si deve tacere», e che ormai temiamo che qualsiasi cosa diciamo possa essere inserita in quel tritacarne mediatico del politicamente corretto non dobbiamo però rinunciare ai nostri principi e alle nostre idee anche quando queste non sono più di moda. Ed è per questo che, almeno per quanto mi riguarda, ripubblicare ad oltre quarant’anni di distanza quello che nel 1980 era stato un autentico best seller con oltre mille copie vendute nel solo primo anno mi è sembrato un atto insieme di coerenza e di coraggio.

Dalle Botteghe alle Accademie. Artisti e società a Firenze e Roma dal Trecento a Caravaggio, copertina

Mancano infatti ormai pochi giorni all’uscita in libreria del mio Dalle botteghe alle accademie. Artisti e società a Firenze e Roma dal Trecento a Caravaggio, edito dall’Istituto Poligrafico Europeo di Palermo. Si tratta della seconda edizione, completamente ampliata e rivisitata, del mio Dalle botteghe alle Accademie. Teorie artistiche e realtà sociale a Firenze dal XIV al XVI secolo, edito da Feltrinelli nel 1980 e andato subito esaurito, che aveva costituito all’epoca e costituisce ancora la più importante novità storiografica sull’argomento in questione e l’unico tentativo mai proposto di ancorare struttura e sovrastruttura, teorie artistiche e realtà sociale partendo da una rilettura del Marx “teoretico” e della sua “filosofia della storia e della società”, secondo l’acuta definizione di Arnold Hauser, in base alla quale ci si può professare marxisti nel senso di condividere questa filosofia come filosofia della storia e della società senza essere un marxista da un punto di vista politico-attivista. Ed è stato un ostinato e sostanziale ostracismo nei confronti del mio libro del 1980 proprio da parte di molti storici dell’arte sedicenti di sinistra, o meglio dell’allora P.C.I, oltre alle pressioni di numerosi amici e colleghi, che mi hanno indotto a decidermi finalmente a curarne una seconda versione ma che di quel volume mantiene l’impianto originale, la visione filosofica di fondo e interi capitoli, che ritengo anche ora attualissimi ad oltre quarant’anni di distanza.

E a proposito di ostracismo, voglio qui ribadire una mia radicata convinzione, e cioè che

la presunta egemonia culturale della sinistra, di cui tanto si parla, non c’è e non c’è mai stata. Infatti, e da uomo di sinistra lo dico con cognizione di causa, molti tra i migliori intellettuali e artisti di sinistra sono stati emarginati non tanto dalla destra, che nel campo della cultura in Italia ha sempre contato poco o niente (salvo effimeri momenti come quello attuale) quanto piuttosto proprio dalla sinistra, dai tempi del P.C.I togliattiano fino al P.D. attuale, che hanno sempre preferito alle menti veramente libere gli opportunisti di turno.

Ma del mio volume si parlerà per esteso in un prossimo numero di About Art, ora voglio invece segnalare la appassionata e appassionante Postfazione che mi ha “regalato” l’amico Roberto Carlon, di cui riporterò alcuni brani. Essa ha per titolo Accademie come scuole di pace, certamente utopistico: ma è proprio di una sana utopia ciò di cui abbiamo bisogno in questi tempi di guerra e auspicare che le Accademie di Belle Arti possano un giorno (spero non lontano) diventare autentiche scuole di pace non può trovare un giorno migliore del 25 aprile per essere affermato.

«La sfida si caratterizza sempre per essere lotta, quindi assenza di pace, e raccogliere la sfida per abolire la sfida piò sembrare un paradosso, ma, per dirla con spirito “spinoziano”, credo risponda ad un criterio di necessità storica.

In un mondo in cui le parole sembrano vanificarsi di fronte al dilagare della violenza e della distruttività umana, c’è quindi la necessità di far chiarezza, e le parole possono essere strumenti formidabili purché se ne faccia buon uso e, soprattutto, siano finalizzate ad affermare le giuste azioni che possono cambiare “lo stato presente delle cose” per restituirgli un volto umano. “Sistemare la visione della Storia dell’arte” si potrebbe intitolare questo bel saggio di Sergio Rossi, che ha il grande pregio di rimandare direttamente a problematiche sempre più attuali e urgenti.

Per entrare nello specifico evidenzia in primis come sia importante, sempre, contestualizzare: «qualunque forma di società è il prodotto della azione reciproca degli uomini» chiarisce Marx. Anche per il mondo dell’arte e per la produzione artistica ne deriva quindi che, essendo ogni forza produttiva il prodotto della attività anteriore, gli stessi artisti non sono liberi di scegliere le proprie forze produttive, ed è proprio il modo in cui si determina il passaggio dalla bottega all’accademia che determina a sua volta e fa da specchio ad un nuovo modo di relazionarsi tra produttori e fruitori […]Come dire: la controparte diventa invisibile, e la supposta libertà si lega e si piega in realtà a questa nuova forma di subordinazione, al potere del denaro ed al suo indistinto possessore.

Ne consegue che il destino dell’opera d’arte è quello di diventare merce, come qualsiasi altra merce. Appare allora incontrovertibile la spinta data dalla competizione nel portare ad ulteriori particolari forme di evoluzione delle tecniche. Il tutto risulta parte della dinamica appunto necessaria, allo stesso modo che più in generale si determina lo sviluppo scientifico e tecnologico, che investe comunque anche il mondo dell’arte che sempre più ne subisce le contaminazioni. Che senza un salto di coscienza le scoperte scientifiche non avrebbero migliorato la condizione dell’uomo, lo aveva già visto molto bene Giordano Bruno: «la scienza senza la Sapienza è cieca. La Sapienza senza la scienza è vuota» (De la Causa, Principio et Uno – Dialogo V) … Questa visione che ci offre Sergio Rossi costituisce quindi stimolo ad assumere coscienza e dare senso al presente, per cominciare ad imprimere un assetto al futuro possibile. Non me ne vogliano i “puristi” di formazione marxiana, ma ritengo che associare un assunto “etico” che ci rimandi al presente senza limitarsi alla critica della economia politica sia particolarmente importante in momenti come quello attuale che fa presagire orizzonti sempre più distopici. Come dire: trovare la strada … Anche per quanto riguarda le accademie, così come per tutti i luoghi di “formazione” si tratta di “consapevolezza”. […] Se intendiamo l’arte come massima espressione di libertà, è facile vedere il paradosso che costringe l’artista ad una esposizione che lo condiziona pesantemente e lo mette in conflitto con sé stesso, negandogli in concreto quella libertà che non può limitarsi alla libertà espressiva… Perché si afferma che l’arte sia necessaria? È la mancanza di libertà vera che la rende necessaria.

Anche la letteratura più illuminata ci può aiutare a una presa di coscienza: «viviamo in una società grigia; riuscire, ecco l’insegnamento instillato dalla corruzione dominante. Sia detto alla sfuggita. Il successo è una cosa piuttosto lurida, la sua falsa somiglianza col merito inganna gli uomini. Per la folla, la riuscita ha quasi lo stesso profilo della supremazia. il successo,  sosia della capacità, sa ingannare per bene la storia» (Victor Hugo, I miserabili).

[…] “La libertà, per operare in positivo, deve fare uno sforzo di disalienazione” asseriva Franz Fanon. Deve essere chiaro a tutti che la libertà non può essere associata alla oppressione e allo sfruttamento, che anzi ne costituiscono con evidenza la negazione. Sorgono alcune domande. Questa consapevolezza può liberare l’umanità dalle sue catene? più nello specifico, per riprendere un aspetto della tematica cara a Sergio Rossi: di fronte agli scenari distopici che abbiamo sotto gli occhi, possono le accademie rappresentare il potenziale di vere scuole di pace? La vera libertà si deve necessariamente associare alla responsabilità e al senso della propria dignità e della dignità di ogni essere umano. Non deve lo strumento dominare l’uomo. Credo sia fattore non trascurabile l’ideologia del capitale che, se da una parte spinge a creare apparente benessere, da un’altra crea distanza psicologica oltre che materiale, a cui consegue la crescente frammentazione sociale. Il tragico effetto della parcellizzazione crescente è un mondo di solitudini, composta da “uomini ad una dimensione”, per dirla con Marcuse.

[…] Coltivare l’utopia è sempre più necessario. Scuole di pace, quindi. Non più accademia come attività separata, finalizzata all’apprendimento di tecniche preesistenti, e promozione di ricerca di tecniche nuove. Non si tratta di esserne contrari per principio, sia chiaro. È la finalità che va messa in discussione. Spogliarla del carattere e della funzione di formazione di forza-lavoro più o meno qualificata da asservire al capitale è prioritario. Così come non si possono “formare” ribelli violenti, destinati a soccombere di fronte alla reazione.

Accademia come formazione di individui ribelli in quanto pienamente liberi, con piena coscienza di sé, e responsabili in quanto consapevoli. Capaci quindi di produrre istanze di relazione tali da poter pianificare e produrre un modello di cultura e di economia politica che soddisfi le esigenze fondamentali di tutti e di ognuno, la cui base non può essere la libera concorrenza ma la cooperazione e la solidarietà.

[…] Solo la consapevolezza che, liberando, genera solidarietà può superare i dualismi e abolire i mercati che reificano tutti gli aspetti della nostra esistenza. Ciò che può costituirsi come veicolo all’interno delle accademie è questa consapevolezza, ma occorre fondare validi presupposti, come si può intuire. Non possiamo, più, aspettare che quello che resta nel vaso di Pandora, la ormai scarsa residua speranza, si concretizzi ad opera di altri, perché li deleghiamo a rappresentarci. Ognuno è chiamato ad essere responsabile di sé stesso e dell’umano che è in sé… Le accademie d’arte devono trasmettere in primis l’arte della pace, ed è quindi necessario che gli educatori siano educati. Se i problemi dell’umanità sono da riferire all’azione reciproca degli umani, il futuro distopico che appare ineluttabile si può trasformare solo nei termini di consapevolezza e di libertà autentica. Anche una sola isola di pace, per cominciare, può espandersi all’esterno fino a costituire rete e diventare… virale».

Sergio ROSSI  Roma 25 Aprile 2026