di Carla GUIDI
PRESENTAZIONE
Mercoledì 13 maggio ore 18
“Arte criminale. Vite spericolate tra genio, eros e follia”
di Vania Colasanti e Sergio Rossi
Baldini+Castoldi ed. 2026
LIBRERIA SPAZIO SETTE, VIA DEI BARBIERI, 7 – ROMA
Dialoga con gli autori con Claudio Strinati
Letture di Francesco Pannofino e Emanuela Rossi
“ARTE CRIMINALE” O CRIMINI NELL’ARTE? Questi ed altri interrogativi, tra genio, eros e follia
Gli autori di questo libro (uscito ad aprile 2026 per i tipi di Baldini+Castoldi nella collana Le formiche) hanno costruito insieme una sinergia di notazioni e narrazioni che si intrecciano in modo documentabile, creando interrogativi e soprattutto emozioni; non fine a se stesse si badi, ma adatte all’intelligenza di una lettura stimolante che penetra nel complesso repertorio culturale dello Storico del’Arte Sergio Rossi, già docente alla Sapienza Università di Roma, mediato dalla formidabile scrittura giornalistica di Vania Colasanti, scrittrice ed autrice Rai.
PRESENTAZIONE
Mercoledì 13 maggio ore 18 “Arte criminale. Vite spericolate tra genio, eros e follia”
di Vania Colasanti e Sergio Rossi
Baldini+Castoldi ed. 2026
LIBRERIA SPAZIO SETTE, VIA DEI BARBIERI, 7 – ROMA
Dialoga con gli autori con Claudio Strinati
Letture di Francesco Pannofino e Emanuela Rossi
Partendo da quanto si legge nell’introduzione ed in retrocopertina:
“Dietro il celestiale volto di una Madonna può nascondersi la mano di un pittore assassino o di uno stupratore? Autori che con i loro crimini hanno macchiato l’arte, ma le cui vicende nulla hanno tolto alla loro grandezza.”
Capiamo subito (o indotti anche dalla loro autorevolezza) che agli autori non basta stendere questa piccola trappola per catturare l’attenzione del lettore. Siamo ormai abituati a schivare la cattura degli algoritmi, magari abbandonandoci all’indifferenza, se non all’anestesia del sentire e del vedere, disertando infine il fascino e la complessità della lettura meditata, ma sfogliando i libri con la tecnica del volo radente, etichettando per esempio Caravaggio o Cellini, ormai noti a tutti, come autori di efferati delitti.
Jean Baudrillard in “Simulacri e simulazione”, aveva già introdotto il concetto secondo cui il Reale o il principio di “realtà” viene cortocircuitato dall’intercambiabilità dei segni in un’era i cui gli atti comunicativi e semantici sono dominati dai media elettronici e dalle tecnologie digitali. Il risultato è un’era della simulazione, la “scomparsa della storia” e una nebulosa onnicomprensiva nella quale affiorano eventi e personaggi come “fantasmi della seduzione”. Ebbene questi personaggi che qui vengono narrati, non sono solo “fantasmi della seduzione”, i grandi nomi o gli insospettabili miti come Raffaello o l’artista frate Filippo Lippi.
Qui c’è la storia dell’epoca, l’ambiente con le sue idiosincrasie, i committenti delle opere ed il potere, ci sono soprattutto gli artisti con i loro corpi e le loro sofferenze, le loro debolezze, il loro coraggio, le loro patologie, non solo le loro … anche quelli delle vittime oltre i loro aguzzini, e soprattutto delle donne, non solo modelle o rare artiste come Artemisia Gentileschi, violentata da Agostino Tassi ma sottoposta a tortura dal tribunale per verificare la veridicità delle sue accuse!
Alcuni episodi appartengono al repertorio di fatti giudiziari, altri alla tradizione biografica antica, altri ancora si riferiscono ad interpretazioni datate in cui salute mentale, abuso di alcol, relazione tossica e costruzione del mito novecentesco hanno finito per sovrapporsi, per non citare appunto il noto binomio “genio e sregolatezza”, cardine della cultura romantica, che elevava l’artista a un ruolo quasi divino, svincolato dalle regole sociali ed artistiche.
Attualmente viene letto, dal punto di vista psicoanalitico, come l’espressione estrema dell’Io creativo, spesso in bilico tra sublimazione e patologia, allora notiamo che questo libro, assai meditato e costruito con un progetto non scontato, costringe a una disciplina dello sguardo e del pensiero ad esso connesso. L’Arte resta al centro, ma intorno ad essa ritornano dal passato i corpi feriti e sofferenti, i processi, le asimmetrie e le ingiustizie che la retorica del genio ha spesso messo in ombra ed a volte cancellato dalla storia.
Così il lettore viene invitato ad accorgersi e forse caricarsi di responsabilità o solamente ad interrogarsi che fine abbia fatto questa retorica del genio, per esempio nella fine autoimposta (e nel finale del libro) di Jackson Pollock che corre ubriaco e forse drogato verso la morte. Riferimento all’incidente automobilistico dell’11 agosto 1956, portando con se due donne che lo pregavano di fermarsi, Edith Metzger e Ruth Kligman, unica sopravvissuta. Qui il punto riguarda il passaggio da l’autodistruzione al danno causato verso altri.
“L’asfalto si fa liquido. Come un grumo denso della sua pittura. Gli alberi che costeggiano la strada si trasformano in schizzi convulsi, confondendosi con le luci dei lampioni della sera. E’ l’11 agosto 1956 e Jackson Pollock, 44 anni, è al volante della sua Oldsmobile coupè. (…) La natura, che doveva placare il suo stato alterato, nulla aveva potuto contro i suoi demoni.”(pag 181 – 189)
Il lavoro degli autori e, di conseguenza, quello che si chiede al lettore, è di fare un ulteriore passaggio; separare ciò che risulta da atti, riscontri museali e biografie controllabili … da ciò che appartiene alla fortuna critica o alla leggenda d’artista, ed anche a fare salti temporali che collegano epoche diversissime, ma che hanno in comune una cosa, oppure un’ipotesi: il posto dell’Arte nella vita. Cioè l’Arte può salvarci dalla violenza dei nostri istinti o dall’autodistruzione?
Le risorse della traduzione del proprio pensiero in forma simbolica sono limitate, spesso prevalgono i demoni non ancora esorcizzati che realizzano il passaggio all’atto. Anche Hannah Arendt aveva messo in guardia contro “le moderne forme di barbarie”, affermando che il pensiero autonomo e la riflessione critica sono i nostri unici antidoti proprio contro la massificazione e il conformismo, ma anche contro la prevaricazione degli istinti primari.
Così in ogni capitolo del libro intitolato “Arte criminale” (che si dovrebbe forse definire in altro modo) si entra in varie epoche storiche, partendo dai dieci nomi di artisti che fanno da fulcro con lo scorrere della loro storia e della loro arte – dal vissuto in narrazione sublime – diciamo “simbolica”, poiché ogni artista, che tale si possa definire, raggiunge un proprio linguaggio che lo caratterizza. Così possiamo leggere lo svolgersi dei fatti del testo attraverso le brevi, lapidarie frasi che caratterizzano i capitoli, costruiti intorno a biografie nelle quali la grandezza dell’opera convive con fatti di violenza, scandalo, processo o autodistruzione.
Fatta eccezione per i due capitoli dedicati a due diversissime coppie Francesco Borromini e Gian Lorenzo Bernini con il sottotitolo “Gelosie che sfregiano il corpo e l’anima” – Amedeo Modigliani e Jeanne Hebuterne, “Maledetto Modì” … Si riparte da Filippo Lippi “Furore amoroso, anzi bestiale”, poi Raffaello Sanzio “Diletti carnali”, Benvenuto Cellini “Animoso e terribilissimo”, Caravaggio, “Incline a duellare e far baruffe”, Artemisia Gentieschi, “Il tormento della Sibilla”, Vincent Van Gogh “Follia creativa”, Edvard Munch, “L’urlo”, Jackson Pollock “L’ultima corsa”.

Il caso Caravaggio apre il quarto capitolo, cardine naturale del volume l’uccisione di Ranuccio Tomassoni che nel 1606 produce una conseguenza importante per l’artista, esilio e ricerca del perdono.
Caravaggio è già nell’immaginario sociale odierno e qui viene contrapposto al genio di Van Gogh riguardo al fenomeno della luce, che tanto ha caratterizzato il primo, consentendogli di guadagnare l’ingresso in un nuovo ciclo dell’arte
“Diversamente da Caravaggio, la cui luce assume un valore salvifico – entrambi attratti dagli ultimi e dai diseredati – la parabola di Van Gogh, dall’oscurità degli inizi, approda progressivamente al chiarore, in lui preludio di morte. Dalle tenebre, che raffigura nelle case dei minatori e della natura morta con cesti di mele e patate – rifacendosi ai caravaggeschi olandesi del Seicento – guadagna poi il bagliore del sole, inseguendo, fino all’autodistruzione, il sogno della luce assoluta, del giallo puro.” (pag 140)
Da notare un’attenzione significativa del libro riguarda le figure femminili che la tradizione artistica ha spesso trattato come elementi secondari della leggenda maschile. Lucrezia Buti, monaca legata a Filippo Lippi, non musa romantica ma relazione quasi imposta, all’interno di un assetto di potere religioso, sociale e di genere quasi totale. La nascita di Filippino Lippi da quell’unione, pittore anch’esso, conferma l’irregolarità e la prevaricazione nonostante l’abilità professionale esibita.
Artemisia Gentileschi, grandissima artista che nel 1616, a 23 anni,è la prima donna al mondo a far parte, come “pittora”, della prestigiosa Accademia delle arti e del disegno, che qualche anno prima subisce violenza da parte di Agostino Tassi e nel corso del processo del 1612, deve dimostrare lei la sua accusa sotto tortura.

La sua grandezza e la sua genialità pertanto resistono a queste ed altre ingiurie, sprofondando nella qualità della sua opera che la difende e le dà la forza di attraversare un sistema sociale e professionale ostile.

Il caso Costanza Bonarelli pertanto obbliga a rivedere sotto una nuova luce la figura prepotente del grande Gian Lorenzo Bernini, lo scultore capace di far sentire nel marmo il palpito della carne, dopo lo sfregio fatto eseguire contro la “donna amata” o in realtà considerata suo esclusivo possesso.
Quella violenza su un volto, cioè sul punto più esposto dell’identità pubblica e sociale di una donna, diventa ancora più crudele se messo in relazione con la traiettoria artistica vittoriosa del Bernini, ai vertici del sistema artistico romano. Costanza invece subisce la reclusione temporanea in monastero e deve ricostruire la propria vita entro un sistema sociale che punisce soprattutto il corpo femminile.
“A distanza di quattro secoli, il busto di Costanza ritratto dal Bernini diventa il simbolo delle donne vittime di violenza e nel ’21 è al centro di una mostra alle Gallerie degli Uffizi, intitolata – Il dolore non è un privilegio. Intorno a lei le immagini della fotografa Ilaria Sagaria che raccontano un dramma senza tempo. E lo sguardo di quegli occhi di marmo diventa un monito, un avvertimento contro tutte le passioni al vetriolo. Dietro quel busto di Costanza Piccolomini Bonarelli, la storia di chi ce l’ha fatta, di chi è uscita dal dolore, dalla clausura coatta e ha ritrovato l’amore non giudicante e l’emancipazione.” (p 124)
Benvenuto Cellini è l’artista che presenta sé stesso con energia, talento e aggressività verbale quasi teatrale, secondo la descrizione vasarana; una biografia attraversata da omicidi, fughe, accuse, procedure penali e una continua negoziazione con il potere.
Raffaello invece appartiene a una zona diversa, in parte ancora misteriosa. La formula del decesso per eccesso amoroso deriva anch’essa dalla tradizione vasariana, in realtà sembra non esserci stata una vera spiegazione delle cause. Sicuramente avrà destato molte invidie. Celebre il ritratto della sua favorita La Fornarina.

“E’ l’artista più richiesto del momento, Raffaello è giovane, bello, ricco. A Roma non si parla che di lui, dei suoi affreschi nelle Stanze del palazzo Pontificio. E ora che il Bramante è morto, papa Leone X gli affida anche il proseguimento dei lavori della basilica di San Pietro. Non solo,: diventa – prefetto di utti i marmi e le lapidi affinché siano utilizzati anche nella nuova basilica. – E’ il primo sovrintendente di tutti i tempi” (p. 39)
Francesco Borromini sembra anticipare invece la linea autodistruttiva degli artisti non valorizzati appieno nella loro vita, in linea con una morte che la documentazione colloca nel suicidio mediante spada, dopo una fase di angoscia e insonnia. L’episodio è ancora più doloroso poiché la crisi personale, comporta anche la distruzione di materiali di lavoro e bisogno di controllo sull’eredità artistica.
E’ doveroso dire che Borromini fu sopraffatto da delusioni lavorative in una Roma che aveva cambiato volto, vicenda assai interessante da approfondire nel libro … Ma almeno possiamo citare un tratto distintivo in questa coppia di architetti talentuosi …
“L’uomo che come pochi aveva sublimato il marmo e da quel marmo era stato sopraffatto, vede nel suicidio un epilogo ineluttabile della propria esistenza tormentata. Ma la rivalità con Gian Lorenzo Bernini, oltre a derivare da gelosie e controversie personali, nasce da un’opposta visione dell’arte, della storia, del mondo, della vita stessa. Bernini è il colonnato di piazza San Pietro, un abbraccio inclusivo fondato sul cerchio, sulla rotondità delle forme in contiguità con l’arte barocca del suo tempo. Borromini al contrario, è la spirale che tende all’infinito, sono gli angoli che spezzano le architetture, pure astrazioni geometriche e mentali. (…) un’architettura fatta di simboli, archetipi, azzardi costruttivi mai tentati prima, di difficile comprensione e che lo stesso artista non vuole che sia mai afferrata appieno, temendo il fraintendimento e la mistificazione. (p. 118)
Come sottolineano gli autori, una attenta lettura servirà a distinguere il valore formale dal comportamento biografico, per restituire alle persone un nome e una posizione nel racconto, insieme alla storia che le riguarda. Questa prospettiva ha effetti pratici. Per il lettore servirà a guardare un dipinto di Caravaggio, un ritratto legato a Bernini o una tela di Pollock con maggiore consapevolezza. Davanti a una Madonna di Filippo Lippi o a un ritratto legato alla vicenda Bonarelli, il lettore potrà aver acquisito un livello ulteriore di lettura sulla società che ha reso possibili certi rapporti di potere.
Sergio Rossi, docente di storia dell’arte, Sapienza Università di Roma. Ha pubblicato oltre 30 libri, tra cui, “Pensieri d’artista. Teoria, vita e lavoro nei Maestri del Rinascimento italiano” (2002); “I pittori fiorentini del Quattrocento e le loro botteghe” (2012); “Caravaggio allo specchio tra salvezza e dannazione” (2022); “L’enigma Caravaggio. Nuovi studi a confronto”, con Rodolfo Papa e Rita Randolfi (2023); “Dalle botteghe alle accademie” (2026); “Rivoluzione Caravaggio” (2026).
Vania Colasanti, giornalista, autrice televisiva e scrittrice. Ha pubblicato “Ciao, sono tua figlia” (2011), “Scatto matto – La stravagante vita di Adolfo Porry-Pastorel, il padre dei fotoreporter italiani” (2013), e con il neurologo Rosario Sorrentino “Grazie al cielo. Vincere la paura di volare” (e non solo) (2018). In televisione ha lavorato per Renzo Arbore e per Franca Leosini a “Storie maledette”. Per RaiPlay ha scritto e ideato la serie di docu-crime sulla stagione dei sequestri: “Ti ho visto negli occhi”, sul rapimento Bulgari-Calissoni; “343 giorni all’inferno”, sulla prigionia di Barbara Piattelli, e L’incredibile sequestro Casana. Scrive per il quotidiano «la Repubblica», per le cui pagine romane cura la rubrica di interviste a casa di personaggi celebri. Per la casa editrice Baldini+Castoldi ha pubblicato “Inseguendo Caravaggio, nei suoi luoghi e nei suoi quadri”
Carla GUIDI Roma 10 Maggio 2026

