di Sergio ROSSI
La Grecia a Roma. Uno splendido viaggio nella storia e nell’arte.
di
Sergio Rossi
  La mostra La Grecia a Roma, aperta presso i Musei Capitolini, Villa Caffarelli fino al 12 aprile del 2026, a cura di Eugenio La Rocca e Claudio Parisi Presicce, (giĂ assai ben recensita su About Art da Nica Fiori – Cfr https://www.aboutartonline.com/la-grecia-a-roma-150-capolavori-greci-originali-in-mostra-a-villa-caffarelli-fino-al-12-aprile/ ) non è solo un’esposizione ricca di capolavori, ma rappresenta, grazie anche al monumentale Catalogo edito da Gangemi, un autentico viaggio nella storia e nell’arte che travalica i confini stessi (geografici e temporali) del tema proposto.
Per confermarlo basta partire da queste parole di Dione Crisostomo:
«Ma la situazione dell’Ellade è precipitata, ed è stata compromessa in ogni modo, disonorevolmente e miserabilmente; è nemmeno è possibile, del resto prefigurare la supremazia e lo splendore delle sue città osservando questi uomini. Sono piuttosto le pietre a manifestare il decoro e la grandezza dell’Ellade, e le rovine dei suoi edifici».
Dione, come precisa La Rocca:
«parla della Grecia dei suoi tempi (siamo probabilmente in età vespasianea), stigmatizzando l’incapacità dei Greci di essere all’altezza del loro glorioso passato. Ormai erano esclusivamente le rovine a rappresentare visivamente la lontana grandezza delle città dell’Ellade».
Ebbene sono quasi i medesimi concetti espressi nel 1818 da Giacomo Leopardi nella celeberrima All’Italia:
“O patria mia, vedo le mura e gli archi/E le colonne e i simulacri e l’erme/Torri degli avi nostri/Ma la gloria non vedo”.
Viene qui rivisitata, attraverso la tipica visione pessimistica leopardiana, la riproposizione dell’antico concetto della Virtus italica o per meglio dire italo ellenica, perché nel suo canto Leopardi esalta anche le vittorie greche contro i Persiani, contrapposta al furor barbarico, che cinque secoli prima Francesco Petrarca aveva scolpito mirabilmente in una strofa che può essere presa a simbolo del nostro Rinascimento:
“vertú contra furor/prenderà l’arme, et fia ’l combatter corto/ché l’antiquo valor/ne gli italici cor’ non è anchor morto»
e che non a caso Machiavelli rievoca alla fine del Principe come incitamento patriottico alla famiglia Medici affinchĂ© si adoperi ad unificare l’Italia, con la convinzione che gli italiani, nonostante i tempi bui, abbiano ancora la forza necessaria per liberarsi da ogni giogo straniero.
Naturalmente in Crisostomo non vi è alcuna speranza di recuperare l’antica gloria, eppure alla base del suo ragionamento, come di tanti altri intellettuali, non solo greci ma anche romani, vi è la convinzione che sconfitta dalle armi l’Ellade sia però riuscita alla fine vincitrice sul piano della cultura, come lo stesso titolo di questa mostra, La Grecia a Roma, conferma. Ed è quello che su un altro piano, ancora in pieno XVI e XVII secolo gli artisti e storici italiani pensano di quelli del Nord Europa, “buoni a far piangere le beghine”, come avrebbe detto Michelangelo, o la cui architettura era, parole del Vasari, “una maledizione di pinnacolini” contrapposta alla sublime classicità dei nostri capolavori.
Certo, come precisa La Rocca:
 «Questo quadro sconfortante [descritto da Crisostomo] è per certi aspetti non veritiero, perché non mancavano in Grecia città prospere, nelle quali i monumenti del passato dialogavano con monumenti assai più recenti, spesso finanziati da imperatori filellenici: eppure la rappresentazione di Dione non doveva essere lontana dal vero per quanto riguarda un gran numero di centri urbani già celebri e circonfusi di una fama imperitura, al suo tempo ridotti a lande desolate per distruzioni e abbandono, e visitati solo per la presenza di qualche opera d’arte».
Distruzioni di cui il Catalogo precisa molto bene la lunga storia, che si possono circoscrivere entro due grandi tipologie: quella per cui le opere acquisite dai Romani dopo le loro vittorie militari, a partire dalla seconda guerra punica, erano poi destinate a spazi pubblici, e che trovavano nell’opinione pubblica una giustificazione anche morale; e quelle invece dovute a razzie private tese solo all’arricchimento personale, come quelle di Verre in Sicilia, deprecate per primo da Cicerone nelle sue celebri orazioni In Verrem:
«E’ sempre lui, il nostro pretore che ha spogliato dal primo all’ultimo, lasciandoli come nudi, gli antichissimi monumenti fatti costruire, parte dai ricchissimi sovrani, che vollero così abbellire le loro città , e parte dei nostri generali che, dopo il conseguimento della vittoria, li offrirono o li restituirono alle città siciliane».
Non da meno si comporteranno successivamente Caligola o Nerone, che per ornare la sua Domus Aurea, depredò la Grecia e l’Asia Minore, senza fare alcuna distinzione tra opere sacre e opere profane, in aperto contrasto col significato che le prede di guerra avevano per la popolazione romana. Il primo era quello legato ai trionfi dei condottieri vincitori, sia in epoca repubblicana che in quella imperiale, dove i pingui bottini venivano esposti come monumenti alla gloria bellica dell’Urbe. Il secondo era ovviamente dato dal loro altissimo valore materiale ed economico. E il terzo, non meno importante, dai valori ideali e culturali che questi tesori rappresentavano. E’ quindi evidente che tutti coloro che da Verre a Nerone ed oltre si appropriavano delle opere d’arte greche solo per tornaconto personale calpestavano tali valori ed erano oggetto di pubblica riprovazione.
Ma al di là questo aspetto specifico quale è stato il rapporto dei Romani con l’arte dei Greci?
Come osserva Tonio Hölscher:
«A partire da Johan Winckelmann, l’arte greca è stata celebrata come il massimo ideale della spirito creativo libero, mentre quella romana è stata svalutata come “stile degli imitatori” … Quando poi, alla fine dell’Ottocento, è iniziata una nuova rivalutazione dell’arte romana, si stabilì, nell’ottica delle culture nazionali, una netta antitesi tra le forme ideali dell’arte greca e il realismo dell’arte romana. Gli originali greci importati sono stati interpretati come fattori di una radicale ellenizzazione culturale di Roma. Ma in questo modo si è creata una problematica contrapposizione tra la politica romana e la cultura greca».
Ed è sempre Hölscher a sottolineare come queste valutazioni estetiche sono proprie di una moderna concezione dell’arte che non è appropriata per le culture del passato:
«La buona arte non deve essere sempre innovativa. Nella pratica figurativa dei romani, l’arte greca “originale” non era in netto contrasto con l’arte romana “derivata”».
E tornando al nostro Umanesimo non è forse vero che da Leon Battista Alberti a Giorgio Vasari i termini “antico” e “moderno” assumono un significato quasi opposto a quello che diamo loro oggi, svincolati da qualsiasi considerazione di ordine cronologico e temporale? Per entrambi, infatti, l’arte “moderna” è quella dei greci e dei romani, che i grandi artisti rinascimentali sanno fare miracolosamente rivivere, sia pure in modo nuovo, e l’arte gotica e tardo-gotica rappresenta l’antico da superare senza rimpianti. Tornando a Roma, e alla pratica di realizzare copie di originali greci delle epoche più diverse ed eseguite dai grandi scultori come Fidia, Policleto o Prassitele, ebbene le firme di tali copie non citano i maestri originali, ma gli scultori delle copie stesse: il loro lavoro era più importante del modello greco, rovesciando il rapporto originale/copia così come gli intellettuali italiani avevano rovesciato il rapporto antico/moderno.

Inizierò ora ad analizzare nel dettaglio alcune statue esposte nella mostra, che si articola attraverso cinque capitoli o sezioni:1): Roma incontra la Grecia. 2) Roma conquista la Grecia. 3) La Grecia conquista Roma. 4) Opere d’arte greca negli spazi privati. 5) Artisti greci al servizio di Roma. Il primo capolavoro su cui mi soffermo è il colossale (altezza 241 cm.) bronzo dorato con Ercole, proveniente dal Foro Boario [fig.1] e conservato oggi ai Musei Capitolini. L’eroe è raffigurato con i suoi attributi tipici, la nodosa clava nella mano sinistra, con la punta rivolta verso il basso e i pomi delle Esperidi in quella destra. E’ in posizione di attesa, con un perfetto bilanciamento tra movimento e stasi, quasi se la tensione dei muscoli, descritti con perfetta resa anatomica, prefigurassero un imminente scatto in avanti, con lo sguardo come proteso in lontananza.
Come sottolineato nella relativa scheda a cura di Annalisa Lo Monaco, l’impostazione della figura chiarisce come essa fosse stata pensata per la sola visione frontale e nel suo assetto complessivo la statua rimanda al culto di Hercules Victor, un tipo iconografico che conosce una notevole fortuna in età tardo-classica imperiale, ma non è sufficiente a sciogliere il nodo della sua datazione che oscilla tra la tarda età ellenistica (II o I secolo a. C) e l’età imperiale (I-III secolo d. C) verso cui propende l’archeologa:
«Una certa secchezza del trattamento dell’acconciatura, a ciocche quasi piatte, prive di volume plastico e congelate in un effetto statico, piuttosto distante dalla resa naturalistica e vibrante delle capigliature di alcuni grandi bronzi ellenistici farebbe preferire la prima età imperiale».

Questa incertezza sulla datazione, d’altro canto, conferma quanto sostenuto in precedenza sul rapporto antico/moderno, originale/copia completamente diverso, in età classica, rispetto al nostro metro di giudizio. Le opere d’arte erano valutate in base alla loro qualità esecutiva, alla perfetta resa anatomica, alla rispondenza con precise esigenze di culto e non per la loro originalità . E sicuramente il senso di forza soprannaturale che emana da questo splendido bronzo sapeva corrispondere a tutte queste esigenze.
Altro capolavoro è rappresentato dalla Niobide ferita rinvenuta nel 1906 nell’area degli Horti Sallustiani, conservata ora presso il Museo Nazionale Romano [fig.2] e databile intorno al 430 a. C. La giovane è rappresentata mentre piega le ginocchia al suolo, con le gambe rese di profilo, colpita alla schiena dalle frecce dei figli di Latona, Apollo ed Artemide
«con il capo volto in alto in atteggiamento di dolore e di supplica, invano cerca, con la destra ripiegata all’indietro, di strappare lo strale, mentre con l’avambraccio sinistro e con il dorso della mano, premendo il punto ferito, mantiene aderente alla schiena il mantello».
Rimando all’ampia scheda di Massimiliano Papini l’analisi della provenienza e della probabile funzione della statua, che insieme a quest’altro bellissimo Niobide disteso [fig.3] avrebbe fatto parte di un unico frontone e mi concentro invece sulle sue straordinarie qualità estetiche, che quasi anticipano, nella perfetta scansione volumetrica delle masse e nel bilanciamento dei movimenti del corpo, dal braccio teso in alto alla gamba piegata in senso opposto, alcuni dei più bei Prigioni michelangioleschi.

Mentre il suo tenero patetismo, la delicatezza avvolgente del marmo, le perfette e morbide piegature della veste, rimandano dal canto loro a certe statue neoclassiche di Canova o Thorvaldsen. Altro torso di Niobide, di provenienza ignota [fig. 4] e ora al Museo Arquelogico di Sevilla, anch’esso databile al 440/430 a.C. e probabilmente proveniente dalla Magna Grecia, pur non paragonabile per bellezza alla statua appena descritta, appare comunque di ottima fattura e di nitida resa anatomica.


Un ottimo esempio di abilissimo restauro e integrazione di parti originali (databili al V secolo a. C.) e parti aggiunte in un insieme di cui è difficile cogliere a prima vista le differenze è dato da questa statua acroteriale (cioè posta all’origine sugli angoli esterni di un frontone) proveniente dalla collezione del cardinale Peretti da Montalto [fig.5] e conservata oggi a Parigi presso The Althani Collection, e raffigurante probabilmente Diana: sono antichi il torso, la parte superiore della coscia destra e gran parte del drappeggio svolazzante sul retro.
Di restauro sono la testa, le braccia, le gambe e le parti del drappeggio sorretto dalla mano sinistra e ricadente tra le gambe. Siamo evidentemente in presenza di statue di cui si vuole cogliere solo la funzione puramente decorativa, apprezzabile nella sinuositĂ e musicalitĂ delle movenze come di danza che la figura sa trasmetterci particolarmente adatta ad un giardino privato come quello del cardinale Peretti.

Nella sezione degli artisti greci al servizio di Roma si colloca questa Statua di Pan ora al British Museum di Londra [fig.6] e qui esposta insieme a un pendant, entrambe provenienti da Genzano nella villa presso Monte Cagnoletto e databili tra il 100 e il 50 a.C.
Rimando ancora una volta all’articolata scheda del Catalogo la ricostruzione della complessa vicenda attributiva e storica dei due esemplari per sottolineare come, non ostante ampi restauri (le braccia, il piede sinistro e la parte anteriore del piede destro) anche queste statue presentino una sostanziale unità stilistica ed un’alta qualità esecutiva.
Passando invece alle erme con singole teste, mi ha colpito questo Ritratto di Antistene ora ai Musei Capitolini [fig.7] che raffigura con grande forza plastica il discepolo di Gorgia e Socrate e fondatore della scuola cinica.


L’archetipo forse in bronzo [vedi scheda a cura di Martina Rodinò] doveva essere verosimilmente collocato nel ginnasio di Cinosarge, ad Atene, dove il filosofo fondò la sua scuola, mentre la replica ora in mostra, per il trattamento pittorico della chioma e il voluminoso ciuffo scomposto ricadente sulla fronte trovano conforto nella serie di ritratti di età severiana cosiddetti “Barbaren-Köpfe, datazione confermata dallo sguardo trascendente e dalla resa stralunata delle pupille.
Continuando nel nostro rapido giro eccoci davanti alla cosiddetta Stele Borgia, ora conservata al Museo Archeologico di Napoli [fig.8] e proveniente probabilmente da Roma, dove potrebbe essere giunta giĂ in epoca antica.
La sua datazione si attesta intorno al 480/470 a. C. e l’opera si fa apprezzare per lo straordinario realismo dell’uomo appoggiato ad un bastone mentre un cane ai suoi piedi gli rivolge un tenero sguardo:
«Il defunto è ritratto in veste atletica e reca l’ayballos contenete l’olio con cui erano soliti detergersi gli atleti; il corpo è solo parzialmente coperto da una corta clamide e ai piedi calza dei sandali. L’insieme degli attributi, in particolare il cane – identificabile con un levriero da caccia, attivitĂ tipicamente elitaria – assurge qui a simbolo di status» [C. Silvia Amato].
Per concludere ecco questo splendido rilievo votivo ai Dioscuri ora al Museo Nazionale Romano di Palazzo Altemps [fig. 9] databile alla metĂ del V secolo a. C.

E’ qui raffigurata una libagione in onore di Castore e Polluce, con la partecipazione della loro sorella Elena, dietro cui si dispiega un corteo di fedeli, insieme intimo e solenne, reso con grande abilità tecnica, basti pensare alla resa dei due cavalli di profilo e insieme con alta partecipazione emotiva.
Ho apprezzato particolarmente questa esposizione perché sono appena reduce da un viaggio ad Atene organizzato, insieme al FAI, dal “Sipario Musicale”, un tour operator che si distingue per saper abbinare musica ed arte figurativa in modo sempre originale e stimolante. Già la scelta dell’hotel dove pernottare, con una splendida vista sul Partenone [fi.9], è stata particolarmente felice, così come l’aver individuato come nostro accompagnatore il bravissimo ed appassionato dottor Paolo Scirpo.

Avevo visitato Atene esattamente vent’anni fa, e indubbiamente certe atmosfere, se vogliamo anche un po’ rustiche ma autentiche, sono scomparse, anche se la città ha avuto un notevole miglioramento dal punto di vista economico e si è arricchita di molti nuovi edifici, anche di particolare pregio, come il Centro Culturale e Fondazione Stavros Niarchos, progettato da Renzo Piano; ha subito però al contempo tutti gli effetti, lamentati dagli stessi abitanti, di una speculazione edilizia spesso incontrollata, che però non è riuscita a cancellarne il fascino e la sensazione di trovarsi ancora al centro di una delle massime culle della nostra civiltà .
Certo l’emozione che mi ha procurato la vista dell’Acropoli la prima volta, ancora affollata in modo accettabile, paragonabile a quella che mi avevano prodotto Petra in Giordania, Angkor Wat ed Angkor Thom in Cambogia o il Machu Picchu rivisto di recente in Perù, oggi non le ho più riprovate, anche per la moltitudine impressionante di turisti che quasi impediscono il pieno godimento degli edifici. Indubbiamente la situazione di Atene è ancora sotto controllo e non paragonabile all’autentico collasso cui il Machu Picchu sta andando incontro, ma se non si troverà un modo di bilanciare in modo ragionevole turismo di massa e salvaguardia dei monumenti (naturalmente dappertutto e non solo qui) la situazione rischia di sfuggire completamente di mano. Eppure, non ostante tutte queste riserve, la vista dell’Acropoli da lontano, specie la sera, rimane una di quelle cose che da sole, come diceva una celebre guida, valgono il viaggio.
Venendo all’oggi, il nostro tour è iniziato con un giro orientativo dei più iconici luoghi della città , a partire da Piazza Syntagma [fig.11], dove si trova il parlamento ellenico con il tradizionale cambio della guardia degli euzoni, i soldati dall’inconfondibile divisa che abbiamo potuto anche cogliere durante una sfilata [fig.12];


e poi, dall’esterno, l’Iliou Melathron (Museo Numismatico), l’UniversitĂ e la Biblioteca Nazionale, Piazza Omonia, il Museo Archeologico Nazionale, lo Stadio Panatenaico, la Porta di Adriano. Il secondo giorno abbiamo svolto una visita molto accurata, e direi entusiasmante, al Nuovo Museo dell’Acropoli, inaugurato nel 2009 e progettato dall’architetto svizzero Bernard Tschumi in collaborazione col collega greco Michael Photiadis. Si tratta a mio parere di un vero capolavoro contemporaneo, situato sul versante sud-orientale della collina dell’Acropoli e che riesce a dialogare con tutta l’area antica senza snaturarne l’essenza e anzi consentendo un afflusso piĂą programmato dei visitatori, che sono accompagnati lungo un itinerario che illustra l’evoluzione dell’arte greca dall’epoca arcaica al periodo della dominazione romana.
Il piano più alto ospita poi tutte le parti del fregio originale appartenenti al governo greco e le copie di quelle attualmente esposte presso il British Museum e di cui lo stesso governo reclama da tempo la restituzione. E’ una sorta di full immersion nell’arte e nella civiltà greca che non può non provocare una sorta di sindrome di Stendhal anche in chi come me con i capolavori di ogni tempo dialoga da tempo immemorabile e che difronte ad opere come il Moscoforo (570/560 a. C), [fig. 13]

le Cariatidi dell’Eretteo (421/406 a. C.) [fig.14]

o ancora altri particolari del Fregio del Partenone non può certo rimanere indifferente [fig.15].

L’edificio ospita anche, oltre alla caffetteria, un ottimo ristorante che consente una sosta rigenerativa lungo il percorso. E di pomeriggio finalmente l’Acropoli, di cui non mi dilungo certo a fare la descrizione, visto che si tratta di uno dei più noti monumenti di tutti i tempi, ma dico piuttosto che il fatto di trovarsi a dialogare quasi a tu per con Pericle, Fidia, Callicrate è un’emozione che neppure l’eccesso di visitatori, comunque ben controllato e inquadrato, ha potuto attenuare. In serata ci siamo poi recati all’Opera Nazionale Greca, presso il Centro Stavros Niarchos, per assistere alla rappresentazione di Giselle con il corpo di ballo e i primi ballerini della stessa Opera Nazionale Greca.
Il giorno seguente abbiamo compiuto un’altra accuratissima visita al Museo Archeologico Nazionale e abbiamo fatto appena in tempo, perchĂ© il Museo subirĂ a breve un’importante ristrutturazione, affidata allo studio dell’architetto David Chipperfield che intende modernizzare l’istituzione trasformandola in un polo culturale globale. Ma anche allo stato attuale rimane il piĂą ricco museo del mondo per quel che riguarda l’arte ellenica con reperti che vanno dal periodo cicladico, come il famosissimo Suonatore di cetra [fg. 16];


al miceneo, con la cosiddetta Maschera di Agamennone rinvenuta da Schliemann [fig. 17] che io, pur da profano, continuo a ritenere autentica non ostante tutti i negazionisti dell’ultima ora sempre pronti a distruggere i nostri miti e i nostri sogni in cambio di un po’ di pubblicità ; a quello classico, con il possente Kouros di Kroisos (530/520 a. C. circa),  che commemora un giovane soldato eroicamente morto in guerra o il Poseidone di Capo Artemisio (460 a.C. circa), meravigliosa nel perfetto equilibrio tra tensione dinamica e energia espressiva e forse una delle più celebri statue bronzee dell’epoca classica [fig.17].

Ma il nostro viaggio non era dedicato solo all’arte antica e infatti nel pomeriggio ci siamo recati presso la Fondazione Basil and Elise Goulandris, per ammirare sia la loro eccezionale collezione permanente di capolavori del XIX e XX secolo, ma anche una meravigliosa Veronica di El Greco [fig.19], sia la mostra temporanea Da Monet a Warhol, con dipinti di Degas, Monet, Pissarro, Toulouse-Lautrec, Gauguin, Seurat, Signac, Bonnard, Munch, Chagall, Dufy, Ernst, Gauguin, Kandinsky, Toulouse-Lautrec, Matisse, Modigliani, Warhol. Â

Il giorno seguente abbiamo effettuato un’interessantissima visita alla casa che Heinrich Schliemann (1822-1890) si era fatto costruire in stile neoclassico dall’architetto Ernst Ziller tra il 1878 e il 1880 [fig.20] e dove il grande archeologo ha vissuto con la giovane moglie Sofia Engastromenou (1852-1932) che seguirĂ il marito in tutti i suoi viaggi a Troia e in Grecia.

Oggi la casa, nota come Iliou Melathron, è sede del Museo Numimastico. E quindi il Museo Benaki, posto di fronte al Giardino Nazionale e che ospita una vastissima ed eterogenea collezione dal periodo preistorico al bizantino, con alcune icone di altissimo pregio, all’Ottocento. In serata di nuovo al teatro dell’Opera per assistere ad un’applauditissima esecuzione della Tosca di Giacomo Puccini, con un originale allestimento in bianco e nero, a rievocare il nostro cinema neorealista, e ambientato nella Roma dell’occupazione nazista; pregevole la direzione orchestrale di Paolo Carignani e ottimo il cast vocale con Cellia Costea nei panni della protagonista, Dimitri Platanias nei panni di Scarpia e Marcelo Puente, di cui ho particolarmente apprezzato l’aria E lucean le stelle, in quelle di Cavaradossi. E prima di partire il giorno seguente abbiamo fatto anche in tempo a visitare il Museo dell’Arte Cicladica.

Dunque una visita varia, stimolante e ben articolata, con ottimi ristoranti, il che certo non guasta e che non ha fatto che confermare l’ottima impressione avuta dal Sipario Musicale ad ottobre, durante una nostra visita, anche questa piena di capolavori dell’arte classica, a Benevento, con l’arco di Traiano [fig.21] e l’anfiteatro romano, Caserta, Santa Maria Capua Vetere con il suo Anfiteatro Campano e Capua con il Museo Campano, ahimè entrambi privi di visitatori e infine a Napoli per assistere al teatro San Carlo ad una esecuzione, anche questa applauditissima del Ballo in Maschera di Giuseppe Verdi con la direzione di Pinchas Steinberg e come solisti Anna Netrebko, Ludovic Tézier e Piero Pretti.
Sergio ROSSIÂ Â Roma 1 Febbraio 2026
