di Nica FIORI
Vasari e Roma. La mostra nei Musei Capitolini
Una singolare figura di artista colto e versatile del tardo Rinascimento è quella di Giorgio Vasari (Arezzo, 1511 – Firenze, 1574), noto soprattutto come biografo degli artisti a lui contemporanei e dei secoli precedenti, ma anche come pittore e architetto dalla prestigiosa carriera. Giustamente egli inserisce anche sé stesso nella seconda edizione delle Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568), dove, parlando delle sue opere, afferma:
“… se bene elle non sono di quella perfezzione che io vorrei, si vedrà nondimeno da chi vorrà con sano occhio riguardarle, che elle sono state da me con istudio, diligenza et amorevole fatica lavorate … vi si scorgerà per lo meno un ardente desiderio di ben operare, et una grande et indefessa fatica, e l’amore grandissimo che io porto alle nostre arti”.

Egli si considerava soprattutto un pittore, la cui vocazione si era rivelata già all’età di 8 anni in seguito a un soggiorno aretino, proprio in casa Vasari, di Luca Signorelli. Questi, come narra lo stesso Vasari nella biografia di Signorelli
“avendo inteso dal maestro che m’insegnava le prime lettere, che io non attendeva ad altro in ischuola che a far figure … voltosi ad Antonio, mio padre, gli disse: Antonio, poiché Giorgino non traligna, fa ch’egli impari a disegnare in ogni modo”.
Nel 1524 Giorgino venne mandato a Firenze dove, grazie all’interessamento del cardinale Silvio Passerini, tutore di Ippolito e Alessandro de’ Medici, ebbe l’insperata opportunità di condividere un’educazione umanistica con i rampolli di casa Medici e di entrare a bottega dai più grandi artisti del momento, come Andrea del Sarto e Michelangelo Buonarroti, suo grande mito.
Ma certamente il percorso di quello che sarebbe diventato il pittore e architetto di punta della Firenze di Cosimo I de’ Medici non sarebbe stato lo stesso, senza le frequentazioni romane avute tra il 1532 e il 1553, ed è proprio questo suo rapporto con Roma il tema della mostra “Vasari e Roma: l’inventore della Maniera moderna”, che si tiene nei Musei Capitolini, e più esattamente nelle sale di Palazzo Caffarelli, dal 20 marzo al 19 luglio 2026. L’esposizione, l’ultima tra quelle che gli sono state dedicate per ricordare i 450 anni dalla sua morte, è promossa dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali ed è organizzata con MetaMorfosi Eventi in collaborazione con Zètema Progetto Cultura. La mostra e il catalogo, edito da Gangemi, sono curati da Alessandra Baroni. Sono esposte oltre 70 opere tra disegni, stampe, lettere, medaglie, sculture e dipinti, dei quali 16 sono di Vasari.

Roma per Vasari non è stata solo una città dove ha trovato importanti committenze, ma anche “un luogo ideale, una sorta di patria intellettuale e artistica”, come ha sottolineato la curatrice nel corso della presentazione. Per questo artista dall’impostazione fortemente umanistica, Roma con i suoi capolavori d’arte (in particolare le Stanze di Raffaello in Vaticano e la Cappella Sistina) e le sue collezioni di antichità è certamente alla base del suo innovativo linguaggio manierista, ricco di colte allegorie e riferimenti classici.
Quando Giorgio Vasari giunse per la prima volta a Roma, al seguito del cardinale Ippolito de’ Medici, era il gennaio 1532 e la città aveva superato la fama artistica di Firenze grazie proprio ai pontificati medicei di Leone X e Clemente VII (anche se questo pontificato venne funestato dal terribile Sacco di Roma del 1527).

Nella prima sezione espositiva, intitolata “Vasari a Roma nel 1532 e nel 1538. Lo studio dall’antico e da Raffaello”, ci rendiamo conto dell’atmosfera della Roma di quegli anni: una città frequentata da numerosi artisti “forestieri” che s’incantano davanti alle sue meraviglie, in parte proposte in mostra con incisioni riproducenti opere raffaellesche, con un calco del possente Torso, emerso da uno scavo e sistemato nel Cortile delle Statue del Belvedere (in Vaticano), e una piccola riproduzione del celebre Laooconte attribuita a Jacopo Sansovino, il quale, per espresso desiderio di papa Giulio II, ne fece una replica in bronzo, ricordata da Vasari nella Vita dello scultore.

Oltre a dipingere alcune opere per il cardinale de’ Medici, l’artista ebbe modo di disegnare tutto ciò che vedeva, insieme all’amico Francesco Salviati, tanto che non rimase
“alcuna cosa notabile allora in Roma … e non solo di pitture, ma anche di sculture et architetture antiche e moderne”.
Rientrato presto ad Arezzo e poi a Firenze, Vasari eseguì la sua più antica opera conservata, il Cristo portato al sepolcro, concepito forse già a Roma per Ippolito de’ Medici ma consegnato ad Ottaviano de’ Medici: un dipinto che risente della cultura toscana (soprattutto Rosso Fiorentino) e dell’antica iconografia del Trasporto del corpo di Meleagro, che aveva visto in un antico sarcofago romano e che lo stesso Raffaello aveva ripreso per la Pala Baglioni.

Una splendida pala di Vasari che pure possiamo ammirare in mostra è la Natività del 1538, dipinta per il monastero di Camaldoli, ispirata alla pittura di Raffaello e in particolare ai suoi bagliori mistici
“fingendo una notte alluminata dello splendore di Cristo nato, circondato da alcuni pastori che l’adorano”, nonché “un lume che viene dallo splendore degli Angeli”,
come scrive nella sua Vita.

Con la morte del duca Alessandro, assassinato nel 1537 – al quale successe Cosimo de’ Medici (il figlio di Giovanni dalle Bande Nere) – e l’elezione di Paolo III Farnese nel 1534, cambieranno definitivamente gli scenari e si apriranno per Vasari, proprio a Roma, nuove importanti prospettive di carriera.
Grazie all’influenza del potente banchiere Bindo Altoviti, che aveva incontrato a Camaldoli, l’artista entrò alla corte del cardinale Alessandro Farnese (1520-1589), cui è dedicata la seconda sezione della mostra (“Alla corte del cardinale Alessandro Farnese: la Sala dei Cento Giorni e gli artisti forestieri”). Nel vivace ambiente della Roma farnesiana Vasari consolidò l’amicizia con il poeta Annibal Caro (celebre anche come traduttore dell’Eneide di Virgilio) e incontrò altri collezionisti ed eruditi, tra cui Paolo Giovio.

Dal cardinale, del quale è esposto un ritratto su tavola dipinto a olio da Perin del Vaga, Vasari ricevette il suo primo impegno monumentale: la decorazione della Sala dei Cento Giorni nel Palazzo della Cancelleria, così chiamata dal numero di giorni impiegati per la realizzazione. Un aneddoto vuole che, quando Michelangelo si recò nel palazzo per ammirarla, Vasari gli disse: “Pensa: l’ho fatta solo in 100 giorni!” e Michelangelo rispose “… e si vede!”.
L’idea del soggetto e dell’articolata rappresentazione allegorica dedicata a papa Paolo III Farnese (nonno del committente) fu di Giovio, che voleva celebrare il pontefice in quanto fautore, nel 1538, della Pace di Nizza tra il re di Francia Francesco I e l’imperatore Carlo V d’Asburgo.
Vasari si ispirò alla raffaellesca Sala di Costantino in Vaticano per gli “spartimenti” dell’architettura dipinta e ai nudi michelangioleschi della volta Sistina per le composizioni.
Lettere e appunti provenienti dall’Archivio Vasariano e alcuni rari disegni, tra i quali la Testa di Hilaritas (in mostra), testimoniano l’accurata preparazione con cui l’artista affrontò l’impegno, realizzato anche con l’aiuto di maestranze straniere, come lo spagnolo Gaspar Becerra.

Presso il cardinale trovarono fortuna anche altri artisti, fra cui Giovanni Bernardi, Manno Sbarri e Antonio Gentile da Faenza, ai quali si devono splendidi candelabri (uno è in mostra) realizzati nel 1561 in argento e cristallo di rocca, donati poi da Alessandro, per legato testamentario, alla basilica di San Pietro.
A “Le Vite (1550)” è dedicata la III sezione, perché l’imponente opera letteraria è stata pensata proprio a Roma, nel corso delle conversazioni in casa Farnese con gli eruditi frequentatori del cardinale. Ricordiamo, in particolare, che Paolo Giovio, in una lettera dell’8 luglio 1547 sull’imminente uscita del volume, preconizzava per il suo autore una fama di gran lunga più duratura di ogni altra gloria futura derivata dalla pittura. Nel 1550 i tre libri delle Vite – fondati sul primato delle tre arti maggiori, riunite nel principio del Disegno e nel modello al vertice offerto da Michelangelo, che le incarnava tutte – furono stampati da Lorenzo Torrentino (Laurens van den Bleeck), divenuto stampatore ducale a Firenze nel 1547.
A questa prima edizione, realizzata con slancio emotivo, seguirà la seconda nel 1568, caratterizzata da un maggior impegno filologico, con la conseguente correzione di alcuni errori.
Nello stesso 1550, quando venne eletto papa Giulio III Ciocchi del Monte, Vasari si precipitò a Roma dal neoletto, che gli commissionò una cappella nella chiesa di San Pietro in Montorio, dove già esisteva una sepoltura di famiglia, per la quale ebbe il consiglio di Michelangelo e la collaborazione di Bartolomeo Ammannati. Sebbene non conclusa secondo i piani iniziali, la semicupola della cappella fu decorata da Vasari con stucchi e Storie di San Paolo e l’altare con la pala raffigurante il Battesimo di Saulo. Al 1550 risale anche la pala con La Resurrezione di Cristo (proveniente dalla Pinacoteca Nazionale di Siena), realizzata a Firenze per Filippo di Averardo Salviati, che presenta analogie, come il soldato addormentato in primo piano, con le figure della Cappella Del Monte a San Pietro in Montorio. Della stessa Resurrezione è in mostra una precedente versione forse più bella, ma di dimensioni inferiori, realizzata in collaborazione con Raffaellino del Colle (1545 ca., Museo e Real Bosco di Capodimonte, Napoli).


Per Giulio III dipinse nel 1551 anche la grande tavola con la Chiamata di San Pietro (in mostra), che però il papa si rifiutò di pagare. Vasari portò quindi il dipinto ad Arezzo dove, intorno al 1564, divenne il fulcro dell’altare che l’artista avrebbe dedicato alle sepolture di famiglia nella pieve di Santa Maria.

Anche il progetto di Villa Giulia, per il quale il papa aveva inizialmente incaricato Vasari e Ammannati, fu una delusione per Vasari, come risulta dalla sua Vita:
“essendo io stato il primo che disegnasse e facesse tutta l’invenzione della vigna Julia; la quale se bene fu poi da altri eseguita, io fui nondimeno quegli che misi sempre in disegno i capricci del papa”.
Gli “altri” furono Michelangelo e il Vignola, che tuttavia gli dimostrarono sempre benevolenza e stima. Quanto all’Ammannati, fu lui a lasciare la sua firma nel celebre Ninfeo.
Vasari a Roma continuò a lavorare per la comunità dei fiorentini: realizzò la Decapitazione del Battista in San Giovanni Decollato e, volendo sdebitarsi dell’ospitalità offerta da Bindo Altoviti, per lui dipinse molte opere, tra cui una loggia per il palazzo Altoviti con le Storie di Cerere, le Allegorie di Firenze e Roma e i Mesi dell’anno, il tutto tra un “gran lavoro di stucchi”. Purtroppo l’edificio, che si trovava in piazza di Ponte di fronte a Castel Sant’Angelo, fu distrutto nel 1888 per far posto agli argini del Tevere e solo una parte delle decorazioni vasariane fu ricollocata a Palazzo Venezia e presso la Scuola di Arti Ornamentali di Roma.
Con la conclusione di questa loggia, nel 1554, il sodalizio tra Altoviti e Vasari terminò definitivamente, anche perché il banchiere apparteneva alla schiera toscana antimedicea attiva a Roma e, pertanto, era diventato un vincolo imbarazzante per Vasari che, dopo la morte di Giulio III (1555), desiderava tornare a Firenze ed entrare nelle grazie di Cosimo de’ Medici.
All’inizio del pontificato di Paolo IV Carafa (1555-1559), Giorgio Vasari era già a Firenze quale protagonista della ristrutturazione dei nuovi quartieri ducali e della Sala Grande di Palazzo Vecchio (1555-1565). Con la battaglia di Marciano del 2 agosto 1554 le truppe di Cosimo, al comando di Gian Giacomo de’ Medici, sconfissero gli alleati francesi dei cosiddetti “fuoriusciti fiorentini” capitanati da Piero Strozzi e il governo di Firenze e dell’Etruria passò nelle mani di Cosimo, che nel 1569 avrebbe avuto da Pio V Ghislieri (1566-1572) il titolo di “Primo Granduca di Toscana”.
Vasari visse in prima persona la politica culturale di Cosimo: costruirà per lui la Galleria degli Uffizi (1560), fonderà con lui l’Accademia delle Arti del Disegno (1563) e asseconderà i suoi piani per la ripresa del Concilio di Trento, in appoggio a papa Pio IV de’ Medici di Marignano (1559-1565).
L’ultima sezione della mostra è dedicata alle imprese di Vasari a Roma nei Palazzi Vaticani, non così famose come quelle fiorentine, ma pur sempre di grande prestigio. Come evidenzia Barbara Jatta nel suo saggio in catalogo, Giorgio Vasari fu
“uno straordinario promotore del proprio talento e un abile attore nel gioco della diplomazia italiana, fatta molto spesso di scambi di doni tra potenti, come nel caso del duca di Firenze Cosimo de’ Medici e del papa Pio V Ghislieri”.
In questo caso le prestazioni di Vasari possono essere viste, in effetti, come quelle di un fidato cortigiano e diplomatico in funzione dell’ottenimento da parte di Cosimo I della corona granducale.

Vasari realizzò per Pio V tra il 1568 e il 1572 le tre cappelle della Torre Pia e la decorazione della Sala Regia del Palazzo Apostolico. Per questi suoi meriti artistici ebbe nel 1571 l’onorificenza dello “Spron d’Oro”, che spicca sul suo petto nel ritratto eseguito da Giovanni Stradano (Jan van der Straet), prestato dalle Gallerie degli Uffizi di Firenze.
Negli stessi anni Vasari esegue moltissime opere pittoriche, sia pubbliche che private. Tra le prime, è in mostra la Madonna della Misericordia dipinta per l’omonima confraternita di Arezzo, alla quale lascerà poi tutti i suoi beni; gli è accanto Cristo nell’Orto, realizzato per l’infermeria del convento di Camaldoli nel 1571. Tra le opere private ricordiamo la tavola con la Sacra Famiglia (pure in mostra) compiuta forse per Averardo o per Tommaso de’ Medici nel 1560-1565 e attribuita a Vasari da Roberto Longhi.


Dalle tre cappelle della Torre Pia in Vaticano, intitolate rispettivamente a San Pietro, Santo Stefano e San Michele – purtroppo pesantemente rimaneggiate nel XIX secolo – provengono i due evangelisti in mostra, San Matteo e San Giovanni (Chiesa di San Sebastiano, Livorno), e il tondo con l’Annunciazione, un tempo nella cappella di S. Michele e attualmente a Szeged (Ungheria), nel Móra Ferenc Múzeum.


Il percorso espositivo a Palazzo Caffarelli, con la sua ricostruzione cronologica delle tappe di Vasari nella capitale pontificia, restituisce in parte al pubblico la ricchezza e la complessità della sua figura poliedrica di pittore, architetto e biografo. Un artista umanista che fu interprete assoluto delle maggiori imprese decorative monumentali della “Maniera Moderna”, caratterizzate dallo stretto connubio tra architettura, pittura e scultura. Per Vasari conoscere gli artisti del suo tempo e collezionare i loro disegni è stato fondamentale per farlo diventare il primo storico dell’arte. I suoi stessi disegni, oltre a qualche dipinto che maggiormente ci incanta per il tocco di poetico lirismo, ci appaiono di grande bellezza (in particolare quelli per San Pietro in Montorio) e significativi per capire il suo modo di esprimere l’arte.
Nica FIORI Roma 22 Marzo 2026
Info mostra: 060608 (tutti i giorni ore 9.00 – 19.00)
www.sovrintendenzaroma.it; www.museiincomuneroma.it;
www.museicapitolini.org; www.zetema.it
