di Cinzia VIRNO
«I have met in Italy the greatest living painter: Antonio Mancini»
John Singer Sargent
“Antonio Mancini (1852-1930). Il successo internazionale e i suoi mecenati” è il tema della mostra on line alla Galleria Berardi che ho avuto il piacere di curare. Un argomento particolarmente interessante per comprendere la vita e l’opera del grande artista, riconosciuto come uno dei principali talenti della pittura italiana ed europea tra Otto e Novecento. Ne facciamo il punto ripercorrendo le tappe della mostra.
Le origini e la giovinezza a Napoli
Antonio Mancini nasce a Roma, in via dei Pianellari, il 14 novembre 1852, da una coppia originaria dell’Umbria: madre di Terni e padre di Narni. Le condizioni economiche del nucleo familiare sono di profonda indigenza, tanto che il padre tenta di sbarcare il lunario alternandosi tra il mestiere di sarto e la vendita di vino, all’interno di una quotidianità vissuta precariamente e alla giornata. Quando i genitori si rendono conto che il figlio possiede una predisposizione artistica fuori dal comune, scelgono di investire ogni loro risorsa sul suo futuro, caricando sulle spalle di un ragazzo così giovane un peso e una responsabilità notevoli. La famiglia si stabilisce a Napoli per permettere al giovane di compiere gli studi, percorso che lo porterà, a tredici anni, a iscriversi all’Accademia di Belle Arti.
Sebbene la straordinaria genialità del suo talento venga immediatamente riconosciuta da tutti, Mancini possiede un temperamento estremamente problematico e fragile, che gli rende difficile farsi spazio nel mondo e valorizzare il proprio lavoro. La sua forte timidezza, unita a una totale mancanza di fiducia in sé stesso e nel proprio avvenire, lo porta a dubitare costantemente di avere le qualità necessarie per raggiungere un reale successo nella vita.
Questo limite caratteriale si trasforma eccezionalmente nella sua fortuna: proprio a causa della totale incapacità di amministrare la propria carriera, di promuoversi come artista o di negoziare la vendita delle proprie opere, Mancini si affida costantemente all’aiuto altrui. Si tratta perlopiù di abbienti personaggi stranieri che sanno cogliere la grandezza della sua arte e lo supportano a tal punto da permettergli di godere di una grande fama internazionale. La biografia del pittore può essere agevolmente suddivisa in veri e propri capitoli legati ai diversi “protettori ” che ne comprendono la genialità, lo assistono e lo aiutano, spesso anche economicamente.
Il primo mecenate: Albert Cahen e il successo a Parigi

Il primo ad offrire al pittore un appoggio e un aiuto concreto è Albert Cahen d’Anvers, musicista e collezionista d’arte belga che risiede stabilmente a Parigi ( Fig.1).
I due si incontrano in una circostanza particolare, documentata da uno scritto nell’archivio dell’artista in cui Mancini, ormai in età avanzata, ripercorre le tappe della propria vita e si sofferma proprio sul ricordo di quel momento.
L’occasione è l’esposizione della Promotrice napoletana del 1871.
Il pittore vi aveva esposto, tra l’altro, il dipinto Per un fiore, un fanciullo con la testa avvolta da una fasciatura (Fig. 2 ).

Il titolo deriva dal fatto che il piccolo è caduto nel tentativo di cogliere un fiore, procurandosi una ferita alla testa. Intorno alla benda sono inseriti elementi come carte da gioco e piume, che diventeranno veri e propri marchi di fabbrica della poetica e dello stile stile manciniano. Dell’opera ricorda l’artista: “un certo De Blor(i)” aveva comprato per cento lire una mia testa per un fiore[1] (Fig. 3 ).

Cahen, affascinato dal dipinto, gliene chiede una copia. Mancini sceglie di realizzare per lui, alla metà del prezzo, una variante, fedele alla sua abitudine di non replicare mai una composizione in modo identico. Nasce così il Fanciullo ferito, un dipinto di straordinaria bellezza (Fig. 4).

L’attività di Mancini riscontra, da subito, un interesse internazionale, tanto che oggi, suoi capolavori, si trovano nei musei di tutto mondo. Cahen si adopera per aprirgli le porte del successo parigino, facendosi spedire le sue tele in Francia e le espone al Salon. All’edizione del 1871 il belga presenta due dipinti del pittore, tra cui spicca L’ultimo sonno, rintracciato da chi scrive in una collezione privata in occasione della stesura del catalogo ragionato del pittore[2] (Fig. 5).

L’opera, che mostra un fanciullo morto adagiato su un letto coperto da un lenzuolo bianco cosparso di fiori, ottiene un grande successo di critica e pubblico. Il mecenate belga si serve inoltre di intermediari e mercanti d’arte locali di chiara fama, come Rey e Portier . Non è escluso che traesse qualche profitto da queste transazioni, ma resta indubbio che il suo sostegno sia stato fondamentale per far compiere un salto di qualità a Mancini, introducendolo anche presso la notissima “Maison Goupil.”
Durante un periodo di allontanamento temporaneo da Parigi, nel 1872, Cahen si sposta a Venezia e manda un invito al pittore affinché lo raggiunga. E’ l’anno in cui si verifica la violenta eruzione del Vesuvio, Mancini risponde prontamente esprimendo forte paura per l’evento e la volontà di raggiungerlo immediatamente.
Questo viaggio è per lui la prima esperienza nella città lagunare, un’occasione importante per studiare da vicino il colorismo veneto dei grandi maestri del Cinquecento, dei quali esegue diverse copie e studi. È documentata, ad esempio, la realizzazione di un dettaglio tratto da L’anello del Doge di Paris Bordon. Nel 1875, un anno dopo l’improvvisa morte di Mariano Fortuny a Roma, mentre rientrava dal soggiorno a Portici , si tiene a Parigi una grande asta dei beni rimasti nello studio del pittore catalano. In tale circostanza è presente anche l’opera Il saltimbanco dopo lo Spettacolo o La limosna (Fig. 6) che Mancini aveva realizzato per lui su una tavola di letto. L’opera viene venduta per la cifra record di 930 franchi dal celebre commerciante d’arte tedesco Sedelmeyer.


Questo grande successo convince il pittore a intraprendere il primo viaggio in Francia. Mancini vi si reca due volte: nel 1875 a Parigi e a Nainville, ospite di Cahen e nel 1877 – 1878, a Parigi. Oltre che nei Salon – dove in quel periodo espone nel 1876 – 1877 – 1878 – in quest’ultimo anno partecipa all’Esposizione Universale con sei dipinti tra cui il famosissimo Il Saltimbanco (Fig. 7).
Fa ritorno a Napoli nel mese di ottobre di quell’anno, ma le sue condizioni psichiche iniziano a vacillare peggiorando progressivamente, tanto che dall’ottobre 1881 al febbraio 1882 verrà ricoverato in manicomio.
Il periodo romano e l’aiuto di Giorgio Capranica del Grillo
Dopo la drammatica parentesi della crisi mentale, nel 1883 l’artista decise di ristabilirsi stabilmente a Roma, sua città natale, animato dalla speranza di trovarvi un contesto per lui più sereno.

Nella capitale l’artista si muove inizialmente in totale autonomia in vista dell’Esposizione Internazionale, alla quale decide di partecipare con il dipinto: La fantesca abbigliata da padrona. Riesce quindi a trovare un punto d’appoggio in una figura incontrata negli anni precedenti a Parigi: il marchese Giorgio Capranica del Grillo. Il profilo di quest’ultimo non corrisponde a quello di un mecenate nel senso stretto della parola, poiché non commissiona direttamente opere al pittore né ne colleziona. Nonostante ciò, il suo aiuto si rivela straordinario dal punto di vista psicologico, umano e materiale, arrivando a offrirgli una sistemazione all’interno dei locali della portineria della propria dimora nobiliare.
Questa figura riveste un’importanza capitale nella vita dell’artista, che anni dopo (1889), gli renderà omaggio dipingendogli un eccezionale ritratto appartenuto in seguito alla collezione Lane e oggi di proprietà della National Gallery di Londra ( Fig 8 )
Il legame con l’Olanda: il grande mecenate Hendrik Willem Mesdag
La vera e propria svolta nel corso degli anni romani si compie nel 1885, momento in cui Mancini avvia i contatti con quello che sarà tra i suoi più grandi sostenitori: l’olandese Hendrik Willem Mesdag (Fig. 9 ).

Quest’ultimo ha un percorso biografico insolito ed avventuroso, avendo abbandonato la carriera di banchiere per dedicarsi interamente alla pittura di marine e al collezionismo.
Mancini scopre fortuitamente che già possedeva alcune sue opere acquistate sul mercato, tra cui La malatina del 1875( Fig. 10 ).

Gli scrive quindi proponendogli un accordo: un sussidio mensile fisso in cambio di una produzione costante di quadri. L’olandese esprime il suo pieno consenso. Senza formalizzare un vero e proprio contratto, ma basandosi unicamente sullo scambio di lettere, Mancini avvia questa collaborazione con Mesdag che peraltro non incontrerà mai di persona. La maggior parte della produzione pittorica che realizza a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta, per tutti gli anni Novanta e fino all’inizio del XX secolo, viene eseguita per lui o per i suoi parenti e conoscenti.
Il suo sostegno si rivela fondamentale per la carriera di Mancini: Mesdag è, fra l’altro, il primo in assoluto a promuovere per lui diverse mostre personali: in terra olandese nel 1897, 1899 e 1902, e, muovendosi in sinergia con il mercante d’arte Sues, negli USA nel 1898. Grazie a quest’ultima iniziativa, le opere del pittore viaggeranno da Philadelphia a Boston, toccando i centri più importanti degli Stati Uniti. Questo evento rappresenta per Mancini un trampolino di lancio internazionale di portata immensa, del quale però non riesce a comprendere pienamente il valore, frenato come sempre da un’indole eccessivamente modesta e insicura.
Per Mesdag realizza opere straordinarie come Il piccolo antiquario, in cui posa il nipote Telemaco Ruggeri (Fig. 11). Questo dipinto assume un valore storico cruciale, poiché rappresenta la prima opera in cui il pittore sperimenta il metodo del doppio reticolo, sebbene il dettaglio sia percepibile soltanto a occhio nudo.

Si tratta di una soluzione tecnica che Mancini perfezionerà a partire dagli anni Novanta per riprodurre fedelmente il reale: il sistema prevedeva il posizionamento di una griglia di fili sia davanti al modello sia sulla superficie della tela, permettendogli di dipingere meticolosamente, porzione dopo porzione, ogni singolo frammento del vero.
Per Mesdag dipinge alcune tra le sue opere più interessanti e originali come la tela intitolata Dopo la vendemmia o anche Meditazione, in cui è ritratta la nipote Agrippina Ruggeri ( Fig. 12- 13).


A Mesdag appartenne anche Dopo il Carnevale, oggi in collezione privata italiana (Fig. 14).

Questa composizione segna una delle prime apparizioni della modella Aurelia Ciommi, detta “la Cornacchia”. Il quadro presenta una struttura tipica dello stile manciniano, caratterizzata da una quasi totale assenza di profondità prospettica. Vi compaiono il padre del pittore in piedi, la giovane donna distesa e diversi oggetti sparsi nella scena. La storica dimora del mecenate all’ Aia, contenente la sua collezione, è stata trasformata in uno spazio museale statale: “De Mesdag Collectie”, all’interno del quale una parte considerevole del patrimonio esposto è formata proprio dall’ingente numero di opere di Mancini acquisite nel tempo dal collezionista olandese.
La cerchia anglo-americana: John Singer Sargent, Mary Hunter, Hugh Lane
Con il passare del tempo, Mancini amplia la propria rete di contatti inserendosi nella comunità anglo-americana, all’interno della quale troverà due figure di riferimento essenziali: l’inglese Mary Hunter e l’irlandese Hugh Lane. Tutto sembra partire dal rapporto con John Singer Sargent. L’incontro con il celebre pittore americano, avviene in epoca precoce, probabilmente a Napoli verso la fine degli anni Settanta. Sappiamo comunque che si conobbero in Italia. La stima professionale e umana tra i due artisti è totale.
L’ammirazione dell’americano per il genio di Mancini lo porta a sostenerlo in modo disinteressato, arrivando a presentargli i medesimi esponenti della ricca borghesia inglese che lui aveva ritratto, senza temere concorrenza, così da procurargli importanti commissioni. Durante il primo soggiorno di Mancini a Londra, l’artista americano esegue un suo celebre ritratto oggi alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea.
Nel contesto romano Mancini stringe un legame molto stretto con i fratelli Story, figli del noto scultore William Wetmore Story, soprattutto con Thomas Waldo anch’egli scultore, e Julian Russell, pittore (Figg.15 – 16 ).


Lafamiglia si stabilisce a Roma all’inizio degli anni Ottanta prendendo dimora a Palazzo Barberini.
Neppure i fratelli Story possono essere considerati per Mancini, dei mecenati nel senso tradizionale del termine, soprattutto perché gli acquistano un numero limitato di opere, ma sul modello di Capranica del Grillo offrono all’artista un aiuto concreto e promuovono il suo lavoro. Il loro ruolo si rivela prezioso soprattutto perché disponevano di ampi spazi di lavoro, i cosiddetti “studi Story”, grandi stanzoni all’interno di un palazzo nei pressi di San Martino della Battaglia, oggi non più esistente.

Mancini, che sentiva l’esigenza di cimentarsi anche con la pittura di figure a grandezza naturale, chiede loro un ambiente di lavoro idoneo e sufficientemente ampio. Gli concedono dunque, per diversi anni, l’uso di un atelier nel quale videro la luce numerose e importanti opere. Tra queste va ricordato il ritratto dell’Ambasciatore britannico James Rennell Rodd [3] (Fig.17 ), legato da una profonda amicizia alla famiglia Story. Il dipinto rimase per molto tempo tra le proprietà di Julian Story e compare appeso alla parete in uno scatto d’epoca del suo studio a Parigi, a dimostrazione di come i fratelli si attivassero per trovargli clienti di prestigio.
Un ulteriore personaggio di rilievo è Daniel Curtis. Nel corso degli anni Ottanta e Novanta Mancini fa frequenti viaggi a Venezia, trovando sempre ospitalità presso di lui a Palazzo Barbaro. Curtis aveva conosciuto il pittore a Roma grazie all’intermediazione degli Story e si era fatto ritrarre da lui a metà degli anni Ottanta. Mancini instaura un ottimo rapporto anche con il figlio di Daniel, Ralph, anch’egli pittore, ma i suoi soggiorni in laguna sono legati soprattutto alla figura di Daniel e della moglie Ariana Curtis, della quale esegue un raffinatissimo ritratto a pastello. Sarà proprio lui a fare da tramite con i collezionisti Isabella Stewart Gardner e il marito John Lowell Gardner di Boston. Per loro conto, Mancini dipinge inizialmente la tela Il ciociaretto portastendardo tramite la mediazione di Curtis, e in un secondo momento esegue direttamente il Ritratto di John Lowell Gardner ( ambedue: Boston, Isabella Stewart Gardner Museum).
Nonostante la vasta rete di contatti, la vera colonna portante di questo circuito anglo-americano è, come si è detto, Mary Hunter. Inserita nei circoli americani di Roma, la Hunter entra in contatto con Mancini e si convince della necessità di farlo conoscere al mercato angloamericano, mossa da una totale fiducia nelle sue doti. Grazie a queste conoscenze Mancini affronta due viaggi in Gran Bretagna: il primo nel 1901 – 1902, il secondo nel 1907 – 1908. Il pittore eseguirà in Inghilterra i ritratti di tutta la sua famiglia: la signora stessa, il consorte, i nipoti, il genero e le figlie ( Figg. 18 – 19 )


A Londra, sia Sargent sia Mary Hunter lo introducono stabilmente presso l’alta borghesia del luogo, permettendogli di ottenere importanti commissioni per i ritratti di figure eminenti come Flora Wertheimer e Matilde Hirsch ( Figg 20 – 21).


Questo genere di lavori rappresentava per Mancini un obiettivo inseguito da tempo, sia perché i ritratti per la borghesia erano molto richiesti e redditizi, sia perché incontravano il suo gusto personale.
Oltre ai ritratti eseguiti sul posto, Mary Hunter acquista in Italia diverse altre opere del pittore, tra cui un Ragazzo nudo e la celebre tela nota come Papà con la piega gialla[4] (Fig.22 ) regalata al marito e affettuosamente ribattezzata “Il papà Rembrandt”, proprio per l’evidente e all’artista fiammingo profondamente amato da Mancini.

Un committente e sostenitore di eccezionale rilievo in questa fase è l’irlandese Hugh Lane – poi ideatore e direttore della Galleria d’Arte Moderna di Dublino oggi a lui nominata – [5] di cui Mancini esegue a Roma, nel 1907, uno straordinario ritratto a grandezza naturale ( Fig. 23).

Questo giovane collezionista ed esperto d’arte offrì ospitalità a Mancini in Irlanda, ne acquistò i dipinti realizzati in Italia e gli commissionò diverse opere, tra cui lo splendido ritratto della sorella Ruth Shine, oggi a Dublino (Fig 24).

Di questa specifica sessione di lavoro ci resta una testimonianza fotografica di grande interesse storico: lo scatto mostra infatti Mancini all’opera mentre applica la tecnica del doppio reticolo, rendendo visibile sia il soggetto posizionato dietro la griglia di fili sia la tela in corso di esecuzione ( Fig. 25).

Proprio grazie all’intermediazione di Lane, Mancini ha l’opportunità di entrare in contatto con le figure di spicco del panorama culturale irlandese del tempo, a cominciare dalla zia del collezionista, la nota autrice teatrale e intellettuale Lady Augusta Gregory alla quale dipinge due ritratti ad olio: uno frontale e uno di profilo ( Fig. 26) e il celebre poeta William Butler Yeats, di cui realizza uno splendido ritratto a pastello ( Fig. 27).


Con l’obiettivo di arricchire il patrimonio del polo museale che stava fondando, Lane acquista inoltre svariati lavori risalenti alle fasi giovanili del pittore tra cui la tela intitolata Alla dogana, risalente agli anni parigini. Al fine di sostenere questo stesso progetto museale, anche Sargent interviene donando un’opera di Mancini in suo possesso, Il fabbricante di figure, che vede ancora una volta come soggetto il padre dell’artista.
L’impegno di Lane nella promozione dell’arte non si ferma all’Irlanda: il collezionista si fa infatti promotore della nascita del museo d’arte di Johannesburg, in Sudafrica. Per questa istituzione raccoglie un cospicuo nucleo di opere di Mancini, tra le quali spicca il Ritratto di Florence Phillips (Fig. 28) una delle figure chiave nella promozione del museo africano e consorte di un professionista attivo in quel territorio.

L’impatto storico di Lane si rivela dunque immenso, avendo dato vita a due importanti istituzioni museali dove, in perfetta analogia con quanto compiuto da Mesdag, si è concentrato un patrimonio ricchissimo di opere manciniane.
Otto Messinger: le opere realizzate a Palazzo Massimo, il viaggio in Germania
Al rientro dai suoi viaggi oltremanica, Mancini avvia una stretta collaborazione con Otto Messinger, un antiquario e commerciante d’arte di origini tedesche che gestiva la propria attività a Roma, in via Sistina 2 (Fig. 29).

Il loro legame professionale si sviluppa in modo costante e intensivo per circa due anni a cavallo del primo decennio del Novecento, basandosi su una consuetudine di lavoro quotidiano pur in assenza di un formale contratto scritto, e culminerà, nel 1910, con il viaggio dell’artista in Germania al seguito dell’antiquario.

Messinger aveva stabilito la propria residenza all’interno di Palazzo Massimo alle Colonne, celebre architettura ideata da Baldassarre Peruzzi. In questo spazio offre ospitalità a Mancini per lavorare. In un secondo momento, l’antiquario provvederà a trovargli un nuovo ambiente di lavoro nei pressi di Porta del Popolo. Nel corso di questa collaborazione, Messinger gli commissiona una cospicua serie di dipinti. Mancini esegue nello specifico due ritratti dell’antiquario tedesco: il primo del 1907 che lo raffigura in posizione seduta, con al lato un quadro e un vaso antico (Fig. 30 ) e il secondo dipinto a figura intera in cui il soggetto, frontale, indossa una giacca cappotto – redingote e una tuba (Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea).
La professione di antiquario spinge Messinger a prediligere la creazione di ambientazioni ricercate, arricchite dagli oggetti storici della sua collezione privata.
Di conseguenza, le figure di questo periodo vengono frequentemente dipinte all’interno delle stanze di Palazzo Massimo, lasciando intravedere sullo sfondo le splendide cornici delle porte d’epoca, e spesso il committente mette a disposizione del pittore veri e propri abiti storici. È proprio in questo contesto che si sviluppa e si consolida l’interesse di Mancini per la raffigurazione di soggetti in abiti d’epoca, un orientamento stilistico che diventerà ancora più marcato nelle fasi successive della sua carriera.
Le lettere conservate negli archivi rivelano che Messinger spinse il pittore a utilizzare come modello il proprio guardacaccia, un uomo di nome Gandolfo, che viene immortalato in una tela di grandi dimensioni eseguita a Palazzo Massimo dal titolo Il brindisi. (Fig. 31 ). Il medesimo modello compare in svariate altre composizioni dell’epoca, inclusa un’altra tela attualmente non reperita, Antico costume olandese o L’alabardiere (Fig. 32) concepita come ideale pezzo complementare rispetto al Brindisi.


Messinger riesce inoltre a procurarsi un autentico costume da Guardia Svizzera vaticana: fatto indossare l’abito al modello, Mancini realizza un dipinto di straordinaria bellezza e vivacità cromatica, ambientando la scena nei pressi di un antico portale (Fig. 33).

Nel 1909 dipinge in una grande tela quadrata dipinge La liutista (Fig. 34) prima di una serie di cinque opere di grande formato e di dimensione quadrata, aventi per soggetto una figura femminile seduta.

Le successive furono dipinte l’anno dopo a Monaco di Baviera, dove l’artista fu portato da Messinger. Tra queste ricordiamo Signora in lilla o Geltrude, dal nome della modella tedesca che gli posò più volte (Fig 35 ), dove Mancini inserì nella materia pittorica, piccoli pezzi di piombo presi dai tubetti di colore.

I rapporti professionali con Messinger si concludono in quell’anno. Successivamente il mercante tedesco si stabilisce in Spagna, dove nel 1922 concede le sue opere all’esposizione del Salón de Otoño, evento in cui venne predisposta una specifica “Sala Mancini” interamente dedicata al pittore italiano. Nel 1929, l’antiquario decide di alienare l’intera sua collezione vendendola, a Roma, al barone Alberto Fassini; quest’ultimo curerà la pubblicazione di un catalogo in cui sono registrate anche tutte le opere di Mancini passate alla sua proprietà[6].
L’ultimo mecenate: Fernand Du Chêne de Vère e gli anni trascorsi a Frascati

L’ultima fase della carriera artistica di Mancini – per quanto riguarda i suoi mecenati – è legata all’imprenditore francese Fernand Du Chêne de Vère con cui formalizza un preciso contratto di lavoro. Il pittore viene trasferito a Villa Jacobini, una dimora situata a Frascati e messa interamente a sua disposizione con spese di soggiorno e mantenimento a carico dello stesso Du Chéne, che si occupa anche di procurargli colori, materiali artistici in genere e modelle, posando anche lui stesso ( Fig. 36 ) e facendo posare i suoi figli, in particolare: Tina, divenuta in seguito principessa Pignatelli, Attila e Ippolito[7].
In questo contesto Mancini sperimenta una condizione esistenziale perfetta e ideale per la sua indole: sollevato da qualunque preoccupazione finanziaria o spesa quotidiana, l’artista dispone di un atelier di grandi dimensioni e gode di indipendenza professionale, potendo dipingere in libertà i soggetti desiderati e usando tele delle dimensioni preferite, senza alcun vincolo esterno.
E’ questa la fase in cui la sua pittura si fa più sgargiante e ancora più materica. Da ricordare in tal senso: L’angelo che costruisce una cattedrale ( Fig. 37), in cui l’impasto cromatico è misto a materia sabbiosa, e Angeli o Prove di Canto (Fig. 38), una composizione a due figure impreziosita dall’inserimento di frammenti vitrei e piccoli bottoni,


nonché La cucitrice ( Fig 39) oggi all’Accademia di San Luca, dove nella materia spessa si evidenzia fortemente la griglia prospettica del doppio reticolo.

Tra le opere più originali di questa fase è il celebre Autoritratto allo specchio (Fig. 40) in cui il pittore sceglie di raffigurarsi più vecchio che nella realtà, e in dimensioni estremamente ridotte, collocando la propria figura in un piccolo angolo situato in basso a destra all’interno della superficie riflettente.

L’opera si rivela di una modernità sconcertante, poiché porta lo spettatore a rispecchiarsi nello stesso spazio visivo insieme all’artista. In questa fase Mancini realizza anche alcuni dei suoi più bei pastelli. Si tratta di opere spesso di grandi dimensioni, dai colori vivaci, caratterizzate da un segno sicuro e veloce, come si vede in Canzone romantica ( Fig. 41 )

Questo periodo di isolamento creativo si interruppe nel 1917, quando i nipoti ormai adulti decidono di andarlo a prendere a Frascati per riportarlo a Roma, desiderosi di riaverlo finalmente con loro in famiglia negli ultimi anni della sua vecchiaia.
La sua parabola artistica legata al mecenatismo si chiuse gloriosamente nel 1927, a tre anni dalla morte, in occasione del suo settantacinquesimo compleanno, quando vennero celebrate le solenni onoranze manciniane con due mostre personali all’Augusteo di Roma e a Frascati (organizzata dallo stesso Du Chène), consacrando definitivamente la memoria di un genio assoluto della pittura. Nello stesso anno, parte della collezione del mecenate francese viene messa in vendita a Milano, e con essa un cospicuo numero di opere di Mancini.
Cinzia VIRNO Roma, 13 Settembre 2026
NOTE

