redazione
Un mese fa, il 19 Gennaio 2025, ci lasciava Augusto Gentili, storico dell’arte universalmente apprezzato, autore di studi e pubblicazioni fondamentali sull’arte veneta, docente universitario stimato e rispettato. About Art subito dopo la notizia ha dedicato un primo ricordo firmato da Barbara Martusciello, una delle numerose allieve ed allievi che ne avevano potuto valutare la grande generosità di insegnante unita a una determinazione nella didattica che non indulgeva ad accomodamenti e mediazioni quando si trattava di valutare le conoscenze e la preparazione dei suoi allievi. Oggi, ad un mese dalla scomparsa, dedichiamo allo studioso questa serie di contributi scritti da colleghi, amici e soprattutto ex allievi per i quali il suo esempio non sarà dimenticato.
Hanno scritto Tommaso CASINI, Francesco COLALUCCI, Harula ECONOMOPOULOS; David FRAPICCINI, Claudio GAMBA, Marco LATTANZI, Rodolfo PAPA, Tania RENZI, Claudio STRINATI, Leandro VENTURA e Antonio GIORDANO che ci ha agevolato in questo impegno con la sua generosa disponibilità, con il contributo del quale apriamo doverosamente questa serie di contributi.
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di Antonio GIORDANO
Il sense of humour di Augusto Gentili
Se Bernini è stato definito il Regista del Barocco, Augusto Gentili potrebbe essere detto l’Hitchcock della Storia dell’arte. Le sue lezioni, accuratamente preparate, si svolgevano nella penombra della grande aula Adolfo Venturi con l’unica lampada del suo tavolo da interrogatorio di polizia. Quando gli consegnai il secondo capitolo storico della mia tesi di laurea sul vescovo Nicolò Bonafede, committente della Crocifissione di Lorenzo Lotto in Monte San Giusto (MC), Augusto serissimo mi disse: “Hai sbagliato piano”. Io, ingenuamente basito e smarrito, chiesi “in che senso?” E lui rispose che sarei dovuto salire al secondo piano (nell’edificio della facoltà di Lettere nel quale l’Istituto di Storia dell’arte è al primo piano), entrare nell’Istituto di Storia perchè un capitolo di 250 pagine costituiva una tesi di laurea già pronta. Leggendaria fu la lezione nella quale ricostruì con acribìa la storia di un ritratto muliebre, di giovane donna che mostra un seno scoperto, che lui dimostrava essere commissionato da una cortigiana (una sorta di alter ego di Veronica Franco) bella, colta, benestante, frequentante salotti mondani letterari e adusa alla poesia e alla musica. Naturalmente tutti noi trovammo convincente il suo ordito storico, corroborato dalla lettura di fonti cinquecentesche sulla bella committente. Alla fine della lezione concluse: “Pesce d’Aprile”! Non era soltanto uno scherzo perché la lezione cadeva ad hoc il primo di Aprile ma intendeva schernire la tendenza di una pseudoiconologia che non contestualizza simboli e iconografie, interpretando ritratti di promesse spose (che mostrano al futuro marito la propria fertilità e fecondità, dichiarando di essere pronte a procreare e allattare), come meretrici, travisando completamente la lettura dell’opera. Dopo avergli consegnato la mia tesi (500 pagine senza bordi, interlinea 1) Gentili non aveva mai espresso giudizi sulle fonti iconografiche che a mio parere ritenevo fondamentali per la genesi della pala di Santa Maria della Pietà, perché Lotto fino al 1525 risiedeva a Bergamo: in primis il rilievo con la Crocifissione di Amadeo nella Cappella Colleoni. Soltanto alla discussione della tesi sentii un encomio – quasi imbarazzante – del relatore per la mia ricerca, tra Claudio Strinati (commissario di commissione che sfogliava attentamente le duecento foto del mio album) e il correlatore Romeo De Maio, che avendo il compito di criticare ma non avendo trovato altro, mi corresse il minuscolo del sostantivo Landsknecht (Lanzichenecco) ignorando che fosse l’unica correzione (oltre un “sia… sia” al posto di “sia… che”) apportata dal relatore. Sarò sempre grato ad Augusto per averci insegnato il rigore della ricerca storica pluridisciplinare (le immagini sono fonti al pari di quelle documentarie e letterarie), studiando paleografia e diplomatica con Armando Petrucci (fra tutti i miei ventisei 30 e lode, il più faticoso), a ricontrollare sempre le fonti senza fidarsi di alcuna “autorità” (neanche di Lui, ci diceva), a ridestare l’attenzione degli studenti con una battuta (lo applico sempre), il coraggio di dichiarare da che parte stare, l’amore per la verità storica e per la giustizia, senza ipocrisie né compromessi.
Vivrà sempre con me il ricordo del suo arguto sguardo ceruleo, l’odore del sigaro toscano, la lunga sciarpa policroma lavorata a mano, la Tolfa di cuoio, l’amore per l’Amarone e la birra Red Devil, i sedici anni più belli della mia vita, dal 1980 al 1996 nei quali il giovedì dalle ore 17 alle 19 lo aiutavo a proiettare le diapositive e sentivo il privilegio di appartenere alla privilegiata élite, al limite della “setta”, da qualcuno detta “la crème de la crème” di giovani straordinari che non inseguivano la ricchezza ma la voglia di scoprire nello studio del passato le radici del presente per un futuro migliore.
Augusto da Tiziano a Michelangelo
Tommaso CASINI
In un pomeriggio dell’inverno 1992, nella pausa di una lezione, mi avvicinai al Prof. Gentili con la sfacciata proposta di approfondire per l’esame la vicenda delle due versioni della Coronazione di spine di Tiziano (Louvre e Alte Pinakothek), ero rimasto colpito leggendo quanto già ne aveva scritto Argan. Il Prof. accettò. Mi portò il giorno dopo un articolo fotocopiato in tedesco, ma non mi intimorì. Seguendo le lezioni avevo avuto la rivelazione che studiare storia dell’arte, oltre alla lettura formale e stilistica con cenni storici, si poteva fare scendendo nel profondo delle richieste della committenza, sviscerare il contesto e l’iconologia, leggere con attenzione documenti e fonti letterarie, osservare con attenzione dettagli e farsi domande su ciò che si vede nei dipinti, e soprattutto cercare di farlo di persona, senza pregiudizi. Inizialmente volevo laurearmi in storia ma capii, grazie alla guida e all’incoraggiamento di Augusto, quanto fosse “straordinario” (cit.) potersi confrontare con la ricca storicità delle opere d’arte, sempre al centro di una galassia inesauribile di fattori. Un caleidoscopio che va dalla chimica dei colori alla storia della critica d’arte. Una sua lettera di presentazione, consegnatami “in un posto e ad un’ora allucinante, alle 14:30 del 18 agosto, a piazzale Aldo Moro” (cit.), mi consentì di vedere la pala del Louvre in restauro proseguendo per quella di Monaco. Alla fine di un percorso entusiasmante di scoperte e conferme, Augusto accolse un articolo su Venezia 500, il mio primo. La riconoscenza si è affiancata nel corso del tempo all’amicizia, al bere e mangiare insieme, allo scambio ironico e affettuoso. Negli ultimi anni ci ha accomunato l’interesse per Michelangelo e Leo Steinberg, in particolare per l’immagine della Creazione sistina, dalla traduzione al remake. La passione per i liberi e irregolari studiosi di storia dell’arte e della cultura ci ha avvicinati ancor più nella ricorrenza del centenario di Eugenio Battisti (2024) di cui, caro Augusto, sei stato l’illustre mèntore. Dicevi: “evviva la riscossa di Eugenio!”, a te dedichiamo il volume in cui compare un tuo ultimo testo. Così è la vita, chi resta cerca di proseguire.
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Francesco COLALUCCI
Comincerei dall’Università, La Sapienza, fine anni ‘80. Per come lo ricordo il metodo di
insegnamento di Augusto era semplice e non replicabile: essere Augusto Gentili. In aula – lo hanno già raccontato in molti – era come un attore sul palcoscenico: il fisico, l’acconciatura
rinascimentale, l’abbigliamento vellutato e autunnale, le giuste luci, le pause.
Assistere a questo quieto spettacolo, la sera dopo le sei, mentre la facoltà si andava svuotando,
era un appuntamento irrinunciabile, e dopo i primi anni di improduttivo girovagare tra le cattedre
di Lettere trovai finalmente in quell’aula qualcosa di unico e imperdibile.
Ma la forza e l’unicità dell’insegnamento di Augusto non si limitava alle lezioni. Col suo modo di
essere Augusto sapeva trasmettere agli studenti qualcosa di prezioso: la fiducia in sé. Il modo in
cui si rapportava agli allievi, concedendo loro da subito il credito di studiosi, aprendo con naturalezza le porte a un rapporto personale, diede a me, imbranatissimo studente con l’autostima sotto i piedi, la convinzione di poter essere uno storico dell’arte. L’università non era più solo un noioso gioco dell’oca per arrivare alla laurea, ma un avvincente percorso di crescita a fianco di un docente fuori dagli schemi.
A casa però facevano fatica a capire perché avessi scelto un corso marginale (Arte Veneta, a Roma!) e poi una tesi su un pittore mai sentito (Giovanni Busi detto Cariani) invece di puntare dritto ai grandi nomi studiati presso le cattedre più prestigiose. Oltretutto le ricerche per tesi e tesine, che spesso andavano a scandagliare gli aspetti più minuti della vita dei committenti, prendevano strade tortuose, per cui finivamo per appassionarci alle vicende familiari di qualche oscuro nobile bergamasco.
In questi giorni ho ripreso in mano la mia tesi di laurea del 1986/1987. Mi ha commosso vedere come lo studente impacciato di quei tempi avesse maturato una propria personalità di studioso e
ricercatore (me lo dico da solo). Tutto grazie all’incontro con Augusto, che mi aveva fatto crescere senza schiacciarmi o indurmi all’imitazione, ma rispettando e dando spazio a ciò che ero. Negli anni successivi, senza Gentili, non è più stato così. Grazie Augusto.
L’eredità di Augusto Gentili
Harula Economopoulos
Nella memoria di tutti coloro che hanno avuto la fortuna di incontrare nel proprio percorso accademico (romano o veneziano che fosse) Augusto Gentili c’è sicuramente un prima e un dopo. Un prima, fatto di lezioni (sostanzialmente molto noiose) in cui il docente, dall’alto della sua cattedra, dava sfoggio delle proprie certezze inamidate e inconfutabili, e un dopo, fatto di incontri tra un maestro e i suoi discepoli in cui alle tante domande messe in fila sulla base di evidenze interne o esterne alle opere si cercava (a volte anche assieme) di dare altrettante risposte. Queste non erano mai definitive e apodittiche, ma sempre accompagnate da quell’atteggiamento critico di socratica memoria che non deve mai abbandonare ogni vero studioso e che rappresenta l’essenza stessa della ricerca, come un faro nella notte buia dell’insipienza. Augusto (così lo abbiamo chiamato tutti sin dal primo incontro) ci spronava innanzi tutto a guardare con sguardo privo di pregiudizi le opere, anche – e soprattutto – nei loro dettagli (il suo ultimo libro, non a caso, si intitola Ritratti al dettaglio. Venezia e dintorni 1500-1575), a scandagliare le carte d’archivio, a leggere e rileggere le fonti, a visitare di persona i luoghi (e dunque a studiare i dipinti dal vero), a non dare mai nulla per scontato, ad approfondire il contesto in cui nasce un’opera, ad indagare le ragioni che ne stanno alla base, ma amava anche pronunciare un paradosso, “chi non cerca trova”, con ciò rimarcando come la ricerca abbisogna spesso dell’accompagno della dea Fortuna. La storia dell’arte per mezzo di lui diventava materia viva, espressione degli individui del tempo, un luogo dell’intelletto (i famosi Giardini di contemplazione, titolo di uno dei suoi primi libri monografici) in cui venivano a fondersi storia della cultura, storia della religione, botanica, paleografia, storia della società, antropologia, storia economica e tanti altri ambiti che immancabilmente contribuiscono alla sua essenza. Nell’ultimo periodo della sua vita Augusto, ai suoi interventi sempre straordinariamente lucidi e stimolanti, aggiungeva ammonimenti contro i pericoli insiti nelle nuove tendenze d’oltreoceano di cultura della cancellazione, “che significa anche cancellazione della cultura”, soprattutto rivolte contro la prassi degli studi iconologici e la cultura occidentale intesa come studia humanitatis. Tutto ciò ha lasciato un segno profondo nella coscienza di noi allievi, chiamati ora più che mai a farci portavoce dei suoi valori e del prezioso metodo critico lasciatoci in eredità.
Ricordo di un incontro … disvelante
L’incontro con Augusto Gentili è stato per me, come per tanti suoi allievi, una vera folgorazione sulla via di Damasco. In quel de “La Sapienza”, in un pomeriggio di novembre dell’ormai lontano 1988, mi ritrovai ad assistere a una lezione del tutto particolare, rispetto alle consuete proposte didattiche osservate fino a quel momento. Le immagini non scorrevano come in una monografia dalle pagine patinate, ma erano offerte per restituire un determinato clima culturale e una vicenda altrettanto specifica. Storie per nulla generiche, ma connotate da personaggi e luoghi circostanziati: spesso storie minori, ma dense di un vissuto in grado di conferire profondi significati alle pieghe della storia. In definitiva emergeva l’idea di una storia frammentata, parcellizzata in tante storie, i cui segni erano inevitabilmente depositati, tra l’altro, nelle opere pittoriche. A quel tempo ero convinto di laurearmi con un professore ordinario dell’ateneo, con una tesi sulle pale d’altare scultoree della Roma seicentesca. Frequentai il corso di Storia dell’arte veneta e fu una svolta irreversibile! Testi come Da Tiziano a Tiziano e I giardini di contemplazione si imposero nella mia mente. Lasciai perdere quelle che un caro amico, venato di un eccentrico spirito goliardico, definì “le palle d’altare” e mi dedicai allo studio dell’oscuro momento romano di Lorenzo Lotto, un pittore che mi parve fatalmente congeniale, forse per via delle mie origini recanatesi.
L’insegnamento di Augusto mi indirizzò verso le strade dell’iconologia contestuale e io per lungo tempo ho creduto nell’assoluta preminenza della microstoria e dei suoi poliedrici aspetti. Ho condotto con generoso trasporto le mie ricerche archivistiche, per recuperare vicende cadute quasi del tutto nell’oblio, e gli studi su un ampio ventaglio di testi, per definire i lineamenti di un preciso ambiente culturale. Tuttavia, il tempo, l’esperienza e continui nuovi incontri hanno spostato l’orizzonte del mio sguardo sulla storia e sulle immagini. Ora avverto l’urgenza di ripetute verifiche su scenari di più ampia dimensione, così come ci hanno già insegnato diversi padri dell’iconologia. Forse Augusto in diversi momenti porse il suo metodo di ricerca quasi come l’unico possibile e non come uno dei possibili, giungendo a polemizzare vivacemente con colleghi e altri studiosi. Comunque sia, nei confronti degli allievi ha sempre agito come un maestro, suggerendo un inequivocabile percorso di ricerca e sollecitando la passione, l’interesse e le intrinseche motivazioni.
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Claudio GAMBA
Ricordo di Augusto Gentili
Se un Maestro è una figura che lascia un’impronta, che sveglia le coscienze degli allievi, che obbliga a prendere posizione, che apre strade e orizzonti innovativi, allora Augusto Gentili è stato davvero un Maestro per molte generazioni di studenti e giovani studiosi. Le sue lezioni erano sempre affollatissime, ti aprivano la testa e ti aprivano gli occhi. Uscivi cambiato, ti insegnava un modo diverso di guardare le opere d’arte, indagate attraverso i loro molteplici significati, e dopo non potevi più accontentarti della semplice degustazione dello stile e dell’emozione estetizzante.
Si era formato alla Sapienza, negli anni sessanta, quando vi insegnava Argan e tra i suoi allievi si era aperto un ampio dibattito critico per condurre la storia dell’arte verso l’iconologia e la storia della cultura. Furono fondamentali i rapporti con Bonicatti e Calvesi (dai quali avrebbe poi preso le distanze), ma non va dimenticato il legame con Eugenio Battisti (ricordato in un’intervista rilasciata a me e T. Casini da cui ha poi ricavato quello che rimane probabilmente il suo ultimo scritto): oltre l’apertura multidisciplinare condividevano un certo spirito anarchico e l’insofferenza per il conformismo accademico. Ma soprattutto fu fondamentale l’incontro con gli studiosi variamente legati all’Istituto Warburg e a Panofsky, che in Italia erano ancora rifiutati in nome della tradizione attribuzionistica (come Gentili ha ricostruito nell’introduzione al “Tiziano” di Panofsky).
I suoi interessi erano concentrati sulla pittura veneziana tra Quattro e Cinquecento, una scelta dettata non da iperspecialismo ma dalla necessità di costruire una indagine per contesti in cui si potessero verificare le interpretazioni delle opere attraverso riscontri precisi con la microstoria, ma sempre intrecciandola con la macrostoria dei fenomeni di lunga durata. Insomma una storia della cultura che non fosse vaga semplificazione bozzettistica delle “civiltà” ma ardua ricomposizione di frammenti di uno specchio rotto, attraverso studi approfonditi sulle vicende sociali, religiose, politiche, di storia della mentalità e di antropologia, mettendo al centro le opere (in polemica con l’uso semplificato che spesso ne fanno gli storici puri) viste sempre come congegni complessi e stratificati.
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Marco LATTANZI
Io ero col Libanese!
Era il febbraio del 1975. Prima della pomeridiana lezione di Giulio Carlo Argan nell’aula Venturi alla Sapienza la nostra attenzione venne catturata da un personaggio singolare che era entrato nell’aula per una comunicazione. Era normale che prima delle lezioni ci fossero interventi dei numerosi collettivi politici e gruppi extra parlamentari che informavano gli studenti di assemblee e riunioni che si svolgevano in facoltà.
Questo intervento però era veramente un’altra cosa. Il personaggio aveva folti e lunghi capelli con una grande barba, pastrano spigato, una sciarpa colorata, una borsa da cacciatore e un mezzo sigaro toscano fra le dita. Con una voce sottile che poco si addiceva al suo portamento imponente e, allo stesso tempo, elegante, ci informò che la settimana dopo sarebbe iniziato il suo seminario dedicato a Tiziano Vecellio e che desiderava che la notizia non fosse solo affidata ad un foglietto affisso nella bacheca peraltro poco illuminata, in quanto si trattava del suo primo incarico presso la facoltà e l’istituto dove aveva studiato.
Rimasi colpito e decisi di andare pur non sapendo nulla di Tiziano né tantomeno del barbuto assistente ordinario di Argan, tal Augusto Gentili. Quel seminario però diede un senso ai miei studi e cambiò profondamente la mia vita.
Insieme ad Augusto Gentili scoprii non solo Tiziano, ma la pittura veneta e veneziana fra ‘400 e ‘ 500, il grande Giovanni Bellini, l’umanesimo e il primo Rinascimento e iniziai a leggere incunaboli e cinquecentine. Imparai soprattutto come l’iconologia permettesse di vedere e leggere le immagini e come le iconografie stabilissero relazioni e nessi storici e esistenziali dei personaggi raffigurati in un contesto multidisciplinare ricco e variegato. Imparai un metodo di lavoro e di ricerca. Ma non solo. Tramite Augusto imparai la professione dello Storico dell’arte: avere la capacità di applicare il metodo rigoroso e profondo che mi era stato insegnato a contesti diversi, a situazioni anche assai lontane dai percorsi della ricerca, ma seguendo la stessa coerenza, lo stesso rigore storico e filologico. Soprattutto credere che fosse possibile essere un bravo storico dell’arte anche in un contesto difficile dove le possibilità di poter realizzarsi nella professione sembrava vana e difficilissima.
Se sono riuscito a perseguire la mia passione e il mio desiderio di allora è stato grazie ad Augusto che, di fatto, è stato sempre con me. Seguendo questo metodo mi sono sempre calato profondamente in quello che facevo. Così dopo quasi vent’anni all’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione, quando affrontavo riunioni interminabili sui sistemi informatici, sullo sviluppo dei software, sul flusso dei dati e sui browser d’interrogazione delle informazioni catalografiche, quando i rappresentanti delle ditte informatiche si rivolgevano a me chiamandomi ‘Ingegnere’, io, ripensando al Prologo di Romanzo criminale quando il vecchio membro della banda urla sua appartenenza al Libanese, mi veniva voglia di gridare a piena voce “Ma quale ingegnere! Io ero con Augusto Gentili!”
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Rodolfo PAPA
Ritratto di Augusto Gentili
Augusto Gentili è vissuto a lungo a Grottaferrata, dove io ho trascorso l’infanzia e l’adolescenza. Tra me e Augusto Gentili correvano 21 anni di differenza e così quando io ero un bambino e lo vedevo passare per le strade del paese, dove la mia famiglia si era trasferita quando ero molto piccolo, lui era già un uomo. Mi veniva additato come quello ‘strano’ e non solo per il suo inconfondibile aspetto, che manterrà poi negli anni, ma perché era uno storico dell’arte, cioè uno di quei tipi di persone che non finiscono mai di studiare, e che per questo a molti sembrano strani. Aveva smesso da più qualche anno di giocare a calcio –a causa di un infortunio–, si era fatto crescere la barba, e soprattutto il fisico sportivo era già un lontano ricordo, anche se gli rimarrà sempre l’amore per il calcio giocato e l’orgoglio di essere un portiere. Quando cominciai a frequentare il Ginnasio al Liceo Classico Benedetto XV che aveva la sede dentro il territorio dell’Abbazia di Grottaferrata e era tenuto dai monaci basiliani, io mi appassionai fortemente alla storia e soprattutto alla storia dell’arte, grazie alla frequentazione della biblioteca dell’Abbazia, soprattutto la parte classica, con i pezzi antichi, che il monaco bibliotecario p. Marco Petta mostrava a pochi appassionati alunni, e proprio lì, presso l’Abbazia ebbi l’occasione di ascoltare una indimenticabile conferenza del già noto prof. Augusto Gentili. Per me quella è stata una svolta: l’entusiastico e istrionico, e insieme precisissimo e profondo, modo di spiegare le immagini aprì per me una porta che non si è poi mai chiusa. Osai fargli molte domande, probabilmente troppe e troppo ingenue; non ne rammento più il contenuto, ma ricordo bene lo stupore di ricevere le sue lunghe, cortesi e gentilissime risposte. Mi sentii onorato di essere trattato con rispetto da un uomo così sapiente. Poi, dopo qualche anno, mi iscrissi al corso di Storia dell’Arte alla Sapienza, dove Gentili insegnava Storia dell’Arte Veneta. Le sue lezioni erano frequentate da molti studenti, e ascoltarlo era veramente una avventura: nel senso che ogni ora con lui significava scoprire qualcosa di nuovo o vedere diversamente cose già conosciute. Potremmo dire che la Storia dell’Arte Veneta è debitrice dei suoi studi in modo indelebile. Da quel gruppo numeroso e assiduo di studenti da lui affascinati sono emersi tanti docenti, tanti ricercatori, forse quasi tutta la successiva generazione di storici dell’arte romani. Il metodo dell’iconologia, nella formulazione gentiliana di iconologia contestuale, diventava ai miei occhi l’unica strada possibile per comprendere un’opera d’arte. Come ogni grande maestro, Gentili rendeva i suoi studenti degli studiosi. Io grazie a lui ho cominciato a fare ricerche con un coraggio quasi incosciente, e lui mi stimolò addirittura a pubblicare anche prima, e indipendentemente, dei titoli conseguiti. Ciò che contava per lui erano le idee e il modo di sostenerle. Peraltro, io non mi laureai con lui, avendo scelto di lavorare sul Libro di Pittura di Leonardo, però non posso dimenticare le parole che pronunciò come membro della commissione il giorno della discussione della mia tesi. Perché era veramente generoso. Quando gli proposi la mia lettura del San Giovannino di Caravaggio come un “Isacco salvato”, lui mi suggerì che poteva trattarsi di un apax legomenon. Così come ancor prima si era entusiasmato per la mia lettura del Cenacolo leonardiano come un anagaion. Lui, del resto, mi consigliò di scrivere su “ArteDossier” e di collaborare con la Giunti. Seguiva con pari generosità anche la mia carriera pittorica. Venne alla mia giovanile esposizione personale Codex Naturae presso la Galleria della Tartaruga a via Sistina, e ricordo la sua risata di fronte al mio Retro-guardia. Nel mio primo impegnativo lavoro pittorico, ovvero la decorazione pittorica della cappella di Gesù Nazareno nella Basilica di San Crisogono, negli ultimi anni Novanta, non ho potuto fare a meno di ritrarlo, come omaggio al suo volto e alla sua personalità, e precisamente nei panni del Sultano, nella lunetta sul carisma dei frati dell’Ordine Trinitario, i miei committenti.


Proprio a questo suo ritratto, Augusto ha poi dedicato un suo intervento scritto nel volume collettivo Epifania della bellezza. Riflessioni sulle opere di arte sacra di Rodolfo Papa (Hortus Conclusus, Roma 2002). Scrisse Piccolo Racconto sulla soglia, ironico, nostalgico e sempre profondamente storico; ecco il passaggio in cui parla del suo ritratto: “M’accorgo d’aver prestato al sultano turco il volto, la barba, il severo sguardo indagatore corretto da rughe di saggezza e bonomia. Mi contenterò di quel sacchetto di monete; relativamente modesto al confronto con il cofano prezioso dell’incisione seicentesca. Mi contenterò, soprattutto, delle tre corone dei regni d’Asia, Grecia e Trebisonda, garantite dal fermaglio sul turbante, ereditate da Maometto il Conquistatore per il tramite di Gentile Bellini e Vittore Carpaccio. MI contenterò di quel cielo violaceo solcato da nuvole nere agitate, cielo di sera d’autunno a Venezia”.
Il dialogo tra noi diventò progressivamente un rapporto di amicizia, e spesso lo andavo a trovare nella sua casa, nei giorni festivi, e lo trovavo sempre immerso nei suoi studi, ma contemporaneamente impegnato nella cottura laboriosa di un brasato –era infatti non solo un buongustaio ma anche un eccellente cuoco–, o assorto nella esecuzione di uno spartito al pianoforte –era infatti un grande conoscitore della musica e un buon pianista–, oppure ancora assorbito in un sorridente e affettuoso dialogo con la allora piccola e sempre arguta Maddalena. Fumavamo insieme il sigaro e parlavamo di storia dell’arte come due amici parlano di ciò che li interessa, Il rapporto era sempre più stretto e amichevole: scherzavamo, spesso, perché era un uomo che amava ridere. Quando partì per Venezia, dove divenne cattedratico di Storia dell’arte moderna, la consuetudine dei nostri dialoghi ovviamente si allentò, ma non venne mai meno e io l’ho sempre tenuto di fronte a me. Ben esposta nel mio studio, infatti, c’è una foto in cui siamo insieme, quando nel 1996 mi chiese di presentare le sue Storie di Carpaccio, in un evento culturale estivo all’aperto, a Frascati. L’altro relatore era il giornalista Carlo Alberto Bucci, suo caro amico.

Siamo noi tre nella foto, e mi è molto cara, anche perché racconta “iconograficamente” quanto Augusto mi abbia ispirato: infatti in qualche modo ci rassomigliano. Si “vede” come per me l’immagine dello storico dell’arte abbia implicato un assomigliargli in qualche modo anche nell’aspetto: far crescere la barba, abbandonare il fisico da sportivo. Ho ovviamente interpretato a modo mio questo essergli simile, così come ho cercato di fare mio il suo metodo, quella sua volontà e capacità di comprendere le opere d’arte nel loro contesto, e di cercare i testi scritti che ne sostenessero la comprensione. Da questo punto di vista, il legame non passa e ogni volta che ri-leggo un suo libro, un suo contributo, o ri-ascolto la registrazione di una sua intervista, sono di nuovo un adolescente avido di domande, e insieme il giovane laureando di belle speranze, e soprattutto l’amico che va a trovare il suo amico, sicuro di trovarlo immerso nei libri, tra il profumo del brasato, le note del pianoforte e l’odore del sigaro (che di fatto non fumo più).
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Tania RENZI
RICORDO DI UN MAESTRO
Ho conosciuto Augusto sul finire degli anni ’70, io studentessa ventenne alla seconda annualità di Storia dell’Arte Moderna e lui giovane assistente del prof. Maurizio Calvesi. Seguivo, come tanti, i suoi seminari e le sue visite guidate fuori dagli schemi ordinari e fin da subito capii che erano quelli gli studi che volevo fare, quelli i metodi di ricerca che poi avrei applicato in tanti settori della mia vita futura. Accettai subito e con entusiasmo uno degli argomenti che mi propose per la tesina della seconda annualità, un lavoro che mi catturò e impegnò per quasi un anno, con ricerche che ovviamente mi portarono fin dall’inizio in giro per l’Italia a consultare vari archivi, a Venezia e a Roma. A quel punto però il prof. Calvesi decise di chiudere l’assegnazione delle sue tesi e io ovviamente ero disperata. Augusto con la generosità e l’impegno che hanno sempre segnato la sua vita umana e professionale, scrisse a Calvesi una lettera che conservo ancora gelosamente, nonostante siano passati quarantacinque anni. Con la sua grafia minuta e ordinata, simile a ideogrammi, mi presentava come sua allieva “seria e impegnata” da un anno in una tesina che però aveva già la struttura di una tesi vera e propria, chiedendogli di derogare al numero chiuso che aveva deciso di adottare. Calvesi ovviamente non obiettò, ma per fortuna non ci fu bisogno di dar seguito a quella lettera. Avevo finito gli esami da un pezzo e mi stavo dilungando da due anni in una tesi che aveva assorbito tutte le mie energie, quando finalmente ad Augusto fu assegnata la cattedra di Storia dell’Arte Veneta. A quel punto, per coronare il mio sogno, con uno stratagemma riuscii a cambiare il mio piano di studi e aggiunsi come 21° esame quello di Arte Veneta. Posso proprio dire che ho fatto “carte false” per laurearmi con Augusto!!!! E così, nel lontano giugno del 1985, fui tra i primi studenti a laurearsi in Arte Veneta alla Sapienza di Roma.
Grazie Augusto, resterai per sempre nella mia vita.
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Claudio STRINATI
Con Augusto Gentili ho vissuto una sorta di “vite parallele” che hanno generato per me conseguenze determinanti.
Ci siamo conosciuti come studenti scrupolosi all’ Università di Roma Facoltà di Lettere frequentando più o meno gli stessi corsi.
Augusto era approdato lì con un po’ di ritardo mentre io ero addirittura un anno avanti perché da bambino mia nonna Amelia mi aveva fatto saltare la quinta elementare procurandomi un trauma irrisolto ma anche immense gioie. Insomma quei cinque anni di differenza che ci dividevano non ebbero alcuna conseguenza negativa e divenimmo fratelli gemelli anomali.
Fratelli, insisto, non proprio amici. Pare la stessa cosa ma a ben vedere è diversa.
In tale ottica nostro padre era Maurizio Bonicatti che per noi giovani degli anni sessanta significava un tipo di insegnamento che era tutto: coinvolgimento, dottrina, affetto, colloquio, meditazione perennemente mista di dolenti note anche in senso proprio musicale.
Ai nostri occhi Bonicatti, che era giovanissimo, insegnava Critica d’ arte e non era un cattedratico, era però onniscente e immenso nella dottrina, nella attitudine critica, nella potenza dele deduzioni, nell’apertura verso mondi inattesi e affascinanti. All’ epoca l’ Università di Roma era all’ avanguardia nell’ appropriazione del metodo iconologico che già Argan aveva introdotto molti anni prima e c’erano valentissimi studiosi in tal senso come Maurizio Calvesi. Ma Bonicatti era un’ altra cosa, così almeno ci sembrava e Augusto capì che il suo destino era segnato: avrebbe sviluppato quel metodo, certamente seguendo il maestro Bonicatti ma riformulandolo completamente in una ottica di concretissima didattica, di accuratissima ricerca filologica, di avvicinamento oserei dire intimo alle motivazioni e alle realizzazioni di quei grandi maestri verso cui Bonicatti ci attirava, primi fra tutti gli umanisti fiamminghi e veneti tra Quattrocento e Cinquecento. E Venezia Cinquecento da Augusto fondata e curata si chiamerà poi quella formidabile rivista che è stata la palestra degli studi per più di una generazione di dotti. E da Tiziano a Tiziano sarebbe stato il titolo celeberrimo con cui Augusto ci consegnò quello che è stato forse il suo capolavoro.
Gran parte di questa parabola era nata da un libro di Bonicatti, Aspetti dell’Umanesimo nella pittura veneta dal 1455 al 1515 (Roma Cremonese 1964) diventato ben presto una sorta di nostra Bibbia. Augusto prima vi aderì con appassionata convinzione, poi la ripudiò non visceralmente ma criticamente nel senso più alto della parola, perché ben presto scoprì un’altra dimensione da cui scrutare quei fenomeni.
Dentro l’ immenso apparato iconologico che ci era stato trasmesso dalle generazioni precedenti, Augusto, per dirla col Giustiniano di Dante “trasse il troppo e il vano”.
La sua scrittura divenne da subito di un nitore e una perspicuità addirittura colloquiali. E la sua ricerca, molto semplicemente, divenne sondaggio e formulazione di spiegazioni di dettagli singoli, di episodi specifici, di problemi puntuali.
Dai libri di Augusto, proprio quelli su Tiziano e anche su Lotto a onor del vero, ho ricavato tali e tanto insegnamenti che ancora ci vivo di rendita.
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Leandro VENTURA
Amici per le immagini
Quando un amico si allontana si cerca sempre di recuperare cosa ci ha legato. Per questo non voglio parlare di uno studioso di storia dell’arte veneta tra XV e XVI secolo, uno dei più originali, profondi e innovativi degli ultimi anni, ma di un amico che mi ha accompagnato per qualche decennio.
La teorizzazione metodologica dello storico dell’arte, l’attenzione ai dettagli dell’immagine, lo studio in archivio e sulle fonti testuali sono strumenti di ricerca che Augusto Gentili mi ha lasciato. Ma mi ha anche insegnato, con l’esempio, a conservare una tenace indipendenza intellettuale, senza cedere, per esempio, a critiche o anche a minacce più o meno esplicite e a non abbandonarsi alle lusinghe del mercato dell’arte.
Il suo anticonformismo e la netta distanza del suo metodo dall’attribuzionismo lo collocava a una certa distanza dalla tradizionale storia dell’arte accademica italiana e questa distanza è dimostrata dalle sue pubblicazioni e dalla straordinaria esperienza di “Venezia Cinquecento” che, con i suoi 50 numeri e i numerosi contributi pubblicati, ha confermato la validità dell’iconologia contestuale per conoscere veramente il valore culturale, oltre che formale, di un’opera d’arte.
Augusto non era quindi un “barone” universitario, e non gli ho potuto, né voluto mai chiedere un supporto per la mia carriera che però ha avuto una sua evoluzione importante proprio grazie a quanto ho appreso da lui.
L’amicizia, però, non è cresciuta solo nelle aule universitarie, ma anche in momenti conviviali come quelli che Augusto organizzava nel giardino della sua casa di Grottaferrata. In queste occasioni informali si parlava di qualsiasi argomento, si ascoltava la musica che lui suonava al pianoforte, si giocava nel prato, il tutto accompagnato da una lunga e sostanziosa merenda, spesso costituita da piatti eccellenti cucinati da lui.
Ho anche avuto la fortuna di condividere con lui alcune vacanze estive salentine, con lunghe mattinate al mare e serate divertenti, basate sulla sua straordinaria ironia e su un umorismo pacato e raffinato.
Ma non posso terminare questo rapido ricordo senza accennare ai tempi dilatati con cui gestiva il dialogo, con momenti di silenzio importanti e costruttivi. E infine la calligrafia così originale ed elegante con cui concretizzava il pensiero e che trovava una conseguente manifestazione nella ricercata raffinatezza dei testi delle sue pubblicazioni. Insomma, un’amicizia partita dalle immagini che però si è estesa ben oltre, diventando profonda e coinvolgente.
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