di Dominique LORA
Pedalando verso il Futuro. Breve storia dell’Italia su Due Ruote

Organizzazione: Alessia Autuori, National Gallery, Sofia e Istituto Italiano di Cultura di Sofia.
Curatela: Dominique Lora, Stefania Baldinotti, Maurizio Presutti
In collaborazione con: ICPI, Roma, Fondazione Mimmo Cattarinich, Roma, Comune di Gubbio, Museo Nazionale Collezione Salce, Direzione Regionale Musei Nazionali del Veneto, Museo Sigismondo Castromediano, Lecce, Weber & Weber Arte Moderna e Contemporanea, Torino
Fino al 05 luglio 2026 Galleria Nazionale d’Arte, Quadrato 500, Sofia
La bicicletta è da tempo parte della nostra quotidianità. Siamo abituati ad utilizzarla in vari contesti e occasioni, ad esempio per andare al lavoro, nella pratica sportiva o per semplici scampagnate durante il fine settimana. Da un punto di vista storico, a partire dalla fine del diciannovesimo secolo, “il velocipede” diventa un vero e proprio soggetto di ispirazione, tanto da renderlo protagonista di opere ed installazioni d’arte contemporanea, di produzioni cinematografiche e di ricerche scientifiche sul territorio di carattere geografico ed etnografico. A partire dal primo dopoguerra questo mezzo di trasporto diviene anche il simbolo di una nuova autonomia femminile e più in generale, di un’economia che permette alle classi popolari di accedere ad una maggiore libertà di movimento.
La mostra “Pedalando verso il futuro. Breve Storia dell’Italia su Due Ruote” alla Galleria Nazionale di Sofia racconta un Italia su due ruote che, a partire dalla l’inizio del Novecento fino ai nostri giorni, illustra la diffusione e lo sviluppo di questo mezzo di trasporto rivoluzionario quale un simbolo di rinascita individuale e collettiva caratteristica del nostro bel paese.
Il “ciclo” nell’arte
Il “cavallo meccanico” è un soggetto di rappresentazione per tanti artisti, italiani e internazionali che, a partire dalla fine del diciannovesimo secolo, ne celebrano il dinamismo, la modernità e, nel presente in particolare, l’ecosostenibilità. La mostra alla National Gallery di Sofia include lavori realizzati da maestri contemporanei italiani come Dario Ghibaudo, Francesca Pompei, Marcovinicio, Gaia Scaramella, Corrado Zeni e Natino Chirico.
Da un punto di vista storico artistico, a partire dagli inizi del Novecento la bicicletta non è solo intesa quale semplice mezzo di trasporto, ma incarna un potente simbolo di modernità, velocità e libertà individuale. In arte, dal Futurismo di Boccioni, Dottori e Depero alle rappresentazioni Art Déco di Toulouse Lautrec e Alphonse Mucha, ricordiamo le fotografie di Cartier Bresson, Lucien Hervé o Annie Leibovitz, passando dalla Pop Art italiana di Mario Schifano e Mimmo Rotella.
Tali rappresentazioni giungono fino a noi attraverso le opere di Joseph Beuys, César, Ettore Colla, Fausto Melotti, Gianni Piacentino, Michelangelo Pistoletto, o ancora Bansky. Ma fra tutte, spicca la celebre “Ruota di bicicletta” di Marcel Duchamp (1913) che diede il via alla pratica artistica del ready made, annullando la funzione dell’oggetto reale che lo trasformava in opera d’arte: una ruota di bicicletta che poteva girare, ma che non portava da nessuna parte poiché non toccava terra.


Quest’opera iconica ha chiaramente ispirato alcuni lavori presenti in mostra. “Ruota Panoramica“, realizzata dall’artista romana Gaia Scaramella, fa riferimento al viaggio interiore, al concetto di veduta panoramica e lenticolare al contrario, mettendo in scena un capovolgimento prospettico, una rotazione assiale spiritualmente “post antropocen-ica”. Suggerendo la possibilità di un futuro alternativo nel quale l’umanità finalmente riflette sui processi da cui dipendono la nostra esistenza e la nostra organizzazione sociale, l’artista romana dirige lo sguardo verso l’universo anziché l’individuo, volgendo la sua indagine artistica verso la profondità anziché la superficie delle cose, in un tentativo di invertire il processo di distruzione nella quale sono incappati da alcuni secoli. Anche l’opera di Dario Ghibaudo fa eco all’idea Duchampiana, seppure nel suo caso sia resa ancor più ironica dalla bolla arancione che suggerisce un foro nella gomma, evocando il sentimento di un movimento sospeso nel tempo e nello spazio.


Troviamo invece un’immagine più socio-antropologica nelle opere di Marcovinicio e Corrado Zeni che mettono in scena il lato ludico del tempo libero in cui il “ciclismo della domenica” trascende la semplice attività fisica, configurandosi come un fenomeno complesso che tocca l’emancipazione, la riscoperta del territorio, la sostenibilità e la ridefinizione del rapporto tra corpo e spazio. Natino Chirico, erede spirituale del movimento pop italiano iniziato da Mario Schifano, ci offre una visione psichedelica della dimensione sportiva e competitiva del ciclismo, immortalando i due grandi corridori italiani Fausto Coppi e Gino Bartali.


Infine la fotografa romana Francesca Pompei svela la dimensione celata e poetica del velocipede interpretandolo come oggetto mobile e discreto e che, nei suoi scatti, diventa il vestigio e la memoria di uno spazio disertato dall’uomo in cui, per citare Didier Tronchet: “La bicicletta modifica il tempo, ma anche lo spazio”, come un mezzo per arrivare a una migliore conoscenza di sé e del mondo.[1]


La poetica intimistica e spaziale di ognuno di questi maestri contemporanei mi fa pensare al Palomar calviniano mentre osserva
“Il mare appena increspato e piccole onde battono sulla riva sabbiosa. Il signor Palomar è in piedi sulla riva e guarda un’onda. Non che egli sia assorto nella contemplazione delle onde. Non è assorto, perché sa bene quello che fa: vuole guardare un’onda e la guarda”. In piedi, lo sguardo verso la superficie del mare, il personaggio fissa un’onda, una singola onda, e tenta di circoscriverla, di distinguerla dalle altre per comprenderne la dinamica. Il campo in cui Palomar conduce i suoi esperimenti visivi ha quasi sempre questa natura: è aperto ed esteso come un litorale, o anche di più, come un cielo stellato, come l’universo intero.”[2]
Ladri di biciclette

Nel cinema la bicicletta è soggetto e oggetto di rappresentazione per maestri come De Sica, Benigni o Tornatore, per citarne alcuni. La mostra include fotografie di scena provenienti dalla Fondazione Mimmo Cattarinich di Roma che raccontano il cinema italiano a partire dal secondo dopoguerra.
Il “velocipede” non è un semplice oggetto di scena, ma un elemento centrale, simbolico e narrativo fondamentale che incarna la condizione sociale, la necessità di ricostruzione e la quotidianità di un Italia immiserita dal secondo conflitto mondiale. A quel tempo, è il principale mezzo di trasporto e uno strumento di lavoro indispensabile per la classe operaia, per la piccola borghesia e per le donne. Ricordiamo il celebre film di Campogalliani, “Bellezze in biciletta”, interpretato dalla Pampanini, manifesto di libertà al femminile, e che ci lascia un’immagine iconica di Totò con la maglia del Giro d’Italia (in mostra).

In “Ladri di biciclette” (1948), Vittorio De Sica dipinge la bicicletta quale elemento che fa la differenza tra la povertà e la possibilità di mantenere una famiglia. Il film è l’esempio massimo di come un oggetto possa diventare il motore della narrazione. Il furto della bici innesca il drammatico “pedinamento” della realtà quotidiana, mostrando le strade di una Roma ferita e un disperato tentativo da parte di un individuo di ritrovare la propria dignità.


Generalmente, la bicicletta viene immortalata nei film come elemento intrinseco del paesaggio urbano e rurale italiano (si pensi a Massimo Troisi nel film “Il Postino”), diventando un’immagine iconica dell’Italia nel mondo. In sintesi, si tratta di uno specchio della fragilità umana e sociale, trasformando un mezzo di trasporto umile in un potente mezzo di contrasto per una combattuta e non sempre vittoriosa battaglia per la conquista dello spazio pubblico.
L’indagine etnografica su due ruote

Antropologicamente la bicicletta è un un’icona di libertà e vita quotidiana.
Annabella Rossi, ad esempio, scattò varie fotografie all’arrotino di Trastevere che operava seduto su una bicicletta, trasformando il veicolo in strumento di lavoro.

Cinquant’anni anni prima, l’antropologo Giuseppe Palumbo la usò per documentare il Salento, facendone un potente simbolo di modernità e mezzo di esplorazione. Giuseppe Palumbo fu un intellettuale del Sud, autore di un racconto sulla zona del Salento, che diventò in seguito una testimonianza di tutto il Mezzogiorno in quegli anni cruciali in cui si costruiva culturalmente l’Italia. Come definito dalla celebre regista e fotografa sua conterranea Cecilia Mangini Palumbo:
“Palumbo ha preceduto tutti. È il cantore del Sud. Nelle sue fotografie ecco la Puglia raccontata con oggettività e realismo, testimonianza accusatoria per il sud ridotto a povera colonia del nord industriale e progredito”.
In questo senso i suoi scatti presentati in mostra, realizzati durante i suoi vagabondaggi in bicicletta per il Salento, tra il 1907 e il 1959, sono esemplari perché colgono gli aspetti più autentici della cultura del tempo, ritraendo paesaggi, monumenti, tradizioni e attività produttive per restituire la memoria di un Salento rurale che si muoveva verso la modernità e i repentini mutamenti culturali, contribuendo a consegnare alle generazioni future il valore dell’identità salentina e di una parte del Sud Italia. Questo corpus fotografico proveniente dal Museo Provinciale di Lecce “Sigismondo Castromediano” è stato messo a disposizione del pubblico far conoscere e valorizzare in modo originale e sperimentale tale archivio fotografico.
Il manifesto pubblicitario nella prima metà del Novecento


L’inizio del Novecento innesca una serie di trasformazioni nei rapporti tra le persone, l’ambiente e la città. Nascono o si strutturano le grandi linee di trasporti e i servizi dedicati al tempo libero e alle comunicazioni.
Nelle grandi riprogettazioni urbanistiche interi quartieri si uniformano creando spazio ad aeree ludiche intese come luoghi di ritrovo e di svago pubblico. Esplode il commercio che, in un clima di forte concorrenza, modifica abitudini di consumo, mode, oggetti di uso quotidiano, tra i quali spicca la bicicletta. Per alimentare tale concorrenza le aziende fanno affidamento alla diffusione grafica di cartelloni, manifesti e inserzioni pubblicitarie ingaggiando artisti che, sull’esempio di celebri artisti post impressionisti e Art Nouveau come Toulouse-Lautrec e Mucha, trasformano la grafica pubblicitaria in una forma artistica alternativa alla “grande arte” del tempo.
Il “potere” di questo mezzo di comunicazione è straordinario: possiede il dono della sintesi, una forte vena poetica e forza cromatica, catturando fin da subito l’attenzione del pubblico. Così, l’Italia del primo Novecento produce una serie di maestri come Plinio Codognato (1878-1940) che riflettono nelle loro opere grafiche i cambiamenti radicali della società e dell’arte internazionale, rendendo il manifesto pubblicitario un simbolo della cultura di massa e della memoria collettiva.
È importante notare che il successo della cartellonistica “artistica” diede origine ad una forma di collezionismo popolare, un nuovo mercato costituito da intenditori e appassionati che, in alcuni casi, inseguivano personalmente “gli attacchini” per farsi regalare i manifesti prima della fase di stesura muraria nelle vie. Tale fenomeno ha reso possibile la formazione di collezioni private e di archivi pubblici grazie ai quali oggi è possibile documentare diversi segmenti dell’Italia novecentesca.
In altre parole, in una contesa che non ha riguardato solamente il pedone, la bicicletta ha ispirato, durante quasi un secolo e mezzo, visioni diverse dello sviluppo, del progresso, della democratizzazione, del quadro culturale di riferimento del percorso di costruzione dell’identità italiana.
Dominique LORA Roma 17 Maggio 2026
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