di Massimo PULINI
Algoritmo Raffaello
La strategia armonica tra eclettismo e mediazione. E come il Sassoferrato ne raccoglierà l’intuizione.
A Marco Riccòmini

È per primo Giovanni Paolo Lomazzo, nel 1584, a definire lo stile di Raffaello una Via di mezzo, frutto di un’ammirata conoscenza di Leonardo e di Michelangelo, purificata dagli elementi eccentrici che davano carattere unico e inimitabile alle due più estroverse personalità dell’epoca.
Ho avuto la fortuna di conoscere Konrad Oberhuber e nel commentare quel geniale percorso di sintesi, lo studioso viennese dispiegò gli aspetti essenziali di quel limpido programma:
Il cammino mediano in equilibrio tra gli estremi, era nel Rinascimento e per i seguaci dell’etica aristotelica, la via al bene supremo. Nella Scuola di Atene Raffaello dipinse il proprio ritratto accanto ad Aristotele, che tiene in evidenza il testo dell’Etica. Per tutta la vita lo vedremo impegnato a conciliare dialetticamente le antitesi che gli si presentavano dal mondo artistico circostante o che nascevano dalla sua esperienza interiore, seguendo un ideale ben radicato nella coscienza degli umanisti del tempo. I secoli successivi ammirarono di Raffaello piuttosto l’universalità, la purezza o la bellezza, mentre l’equilibrio tra gli estremi fu considerato più frutto di eclettismo che conquista d’alta virtù (K. Oberhuber, Raffaello, 1982, p. 10).
Alla precoce morte del Sanzio lo stesso Michelangelo commentò le frasi retoriche che vedevano il genio dell’urbinate come una grazia innata ed è Ascanio Condivi a riportarci le precise parole del fiorentino:
Raffaello non ebbe quest’arte da natura, ma per lungo, lunghissimo studio (A. Condivi, Vita di Michelangelo Buonarroti, 1746).
Doveva trattarsi di una risposta che valeva anche per sé, a sostegno della propria, ostinata e instancabile, applicazione al lavoro dell’arte.
Ma è in Raffaello che lo studio dell’antico e del contemporaneo, uniti nel medesimo piatto, stabiliscono un principio di conoscenza armonizzante. Non a caso papa Leone X, nel 1515, inventa per lui un ruolo che possiamo definire la prima carica di Soprintendente alle antichità dello Stato Pontificio. È la pienezza della statuaria greca e romana a fare dell’allievo di Perugino un protagonista del Rinascimento.
Ed è nelle stesse opere dell’urbinate che il bello giunge a un apice di purezza divenendo canone, eliminando ogni dissonanza e facendo stagliare ogni forma nel suo nitore, come due secoli dopo faranno le note nelle musiche di Johann Sebastian Bach.
In quei dipinti ogni elemento appare compreso da una sapienza collaudata e non sembra emergere alcun aspetto sperimentale, anche quando per primo Raffaello compie una trasformazione del linguaggio corrente, ce la mostra come se fosse cosa già da tempo acquisita.
Non traspare nulla dell’empirismo leonardesco e in nessun suo brano c’è qualcosa che assomigli alle dantesche sentenze di Michelangelo. Tutto è presente come se fosse sempre stato così e in questo potremmo evincere la sua scelta mediana, che in qualche misura contiene anche una sottrazione dell’ego. Si può affermare che non prevalga, in quelle opere, nessuna forma di individualismo. Quasi fosse più importante la definizione della lingua rispetto alla voce di chi la pronuncia. Sia Leonardo che Michelangelo capovolgevano invece questo assioma.

Queste componenti di mediazione, di eclettismo e sottrazione purificante sembrano oggi far parte del decalogo algoritmico messo in atto dall’Intelligenza Artificiale.
Il distillato di conoscenza dalla biblioteca infinita profetizzata da Jorge Luis Borges, che diventa miniera accessibile in un istante, sembra basarsi su principi di armonizzazione e medianità. Il processo di sintesi non può che trovare un baricentro nel mezzo, nel calcolo matematico che cerca un minimo comune denominatore del tutto.
Raffaello comprese questo ragionando sull’antico e il suo occhio assoluto espresse davvero un sesto senso per quella Via di mezzo.


Tuttavia in modo ancora più preciso rispetto alla definizione del Lomazzo è stato un altro artista a intuire le potenzialità applicative dell’algoritmo raffaellesco.
Marchigiano anch’egli, ma nato più di cento anni dopo, Giovanni Battista Salvi detto il Sassoferrato, raccoglierà l’intuizione del Sanzio che era stata lasciata, come dire, senza diritto d’autore e la porterà ad alcune singolari conseguenze. Ci si può anche azzardare a dire che ne abbia depositato il brevetto, eppure le sue ragioni non erano di commercio, ma di fede.
Il Sassoferrato aggiunse all’algoritmo di Raffaello la componente inaspettata della ripetizione differente e insieme manifestò un ossimoro, un’etica del plagio, che, guarda caso, sono altri presupposti dell’Artificiale Intelligenza.
Raffaello è l’Orsa Maggiore per Giovanni Battista Salvi e ogni sua navigazione pittorica punta in quella direzione, attraverso una sistematica potatura di ogni enfasi sentimentale e di qualsiasi gestualità esuberante. Il Sassoferrato diviene il campione della sospensione temporale e inizia a porre in repertorio invenzioni non solo di Raffaello e del di lui maestro, il Perugino, ma anche icone messe a punto da suoi contemporanei.


Madonne di Annibale Carracci, di Guido Reni e perfino Cristi di Guercino entreranno a far parte dei leitmotiv che il Salvi interpreterà con un personalissimo stile entro il quale uniforma ogni superficie, portandola quasi al livello di un solido bassorilievo di terracotta.
Quello del Sassoferrato diviene un sistema pittorico, che tuttavia porta alle estreme conseguenze la sottrazione dell’io, solitamente considerata componente essenziale nel contesto artistico. L’autorialità si concentra nell’esecuzione ed è veicolata da una pittura controllatissima, dall’impasto tornito, dove sono esclusi i neri e i bianchi assoluti per giungere a una tavolozza tonale e pura.


Se per i Preraffaelliti dell’Ottocento inglese e per i Nazareni germanici il Sanzio segnava un valico epocale, due secoli prima, nel Seicento, quel pittore marchigiano che dipingeva come un monaco osservante, lo intese invece come un altopiano sul quale costruire opere riproducibili da una tecnica che non cedeva un millesimo della propria aura, nemmeno alla ventesima replica.


Salvi è un artista che, quando decide, sa dimostrare elevate capacità inventive e anche in quelle riesce a trovare una forma che colpisce sempre il centro dell’immaginario collettivo, entro il tema prediletto del sacro.
Queste mie brevi riflessioni che sono partite da Raffaello, per intestargli l’invenzione dell’algoritmo visivo, avrebbero mancato di una sostanziale verifica se non avessi chiamato in causa il Sassoferrato, che, almeno limitatamente a questa specifica profezia raffaellesca, diviene un irripetibile incidente probatorio.
Massimo PULINI Cesena 9 Agosto 2026
