di Nica FIORI foto di Francesca Licordari
“Algeri la bianca si desta. Il sole indora le due antiche torri spagnole, vestigia dell’occupazione iberica che, nel XVI secolo, dovette cedere al turco asiatico. La luce raggiunge la cima, d’un verde o d’un grigio assai tenero, degli alti minareti quadrangolari e scarni che non somigliano affatto agli enormi ceri dell’Oriente. Salì Hassan, pascià della Sublime Porta, pensa una volta ancora che quei minareti di Algeri non gli piacciono. Sono a immagine di quegli algerini spigolosi, sempre sull’orlo della ribellione, e ancor più di quei ras rinnegati che all’ozio caro agli orientali uniscono l’ardore, l’attività, il piacere del guadagno tipico dei cristiani e delle razze settentrionali. Sono stati loro, i rinnegati, a trasformare gli indolenti musulmani in aquile del mare rapaci e infaticabili e a trasmettere perfino ai giannizzeri la febbre della pirateria”.

Con queste parole inizia il romanzo di Anne e Serge Golon, pubblicato in Italia nel 1965 con il titolo Angelica schiava d’Oriente e facente parte di un grandioso ciclo narrativo di grande successo, ambientato all’epoca di Luigi XIV.
Devo ammettere che questa descrizione di Algeri, relativa alla fine del XVII secolo, quando la città era stata trasformata da corsari barbareschi (per lo più cristiani rinnegati) nella padrona del Mar Mediterraneo, sotto l’egida del Divano di Costantinopoli, ha colpito la mia fantasia molto più di altre pur valide rievocazioni della città in periodi storici a noi più vicini, come nel caso del romanzo Lo straniero di Albert Camus (1942) o del film Il bandito della Casbah (Pépé le Moko) di Julien Duvivier (1937). Ovviamente sono stata affascinata anche dalle atmosfere intrise di mistero e di erotismo di alcuni dipinti di pittori orientalisti e soprattutto dal capolavoro Donne di Algeri nei loro appartamenti di Eugène Delacroix (olio su tela, 1834, Parigi, Museo del Louvre), realizzato sulla base delle annotazioni e degli appunti grafici raccolti durante il suo viaggio in Nord Africa nel 1832.


La città, che si affaccia con le sue colline su un’incantevole baia a forma di mezzaluna, deve il proprio nome El-Djezair al sovrano berbero Buluggin Ibn Ziri, che la fondò verso la metà del X secolo inaugurando la dinastia degli Ziridi, ma il suo porto naturale, ben riparato da piccoli isolotti (non più visibili dal 1525 perché incorporati nelle barriere di protezione del porto), conserva tracce della presenza dell’antico insediamento fenicio-punico di Icosium. Questo porto, che funzionava come scalo commerciale a metà strada tra Cartagine e le Colonne d’Ercole, divenne romano dopo la terza guerra punica, nel 146 a.C.; cadde in mano ai Vandali nel V secolo d.C.; fu poi riconquistato dai Bizantini, che vi insediarono una piccola comunità cristiana, e nel 650 passò sotto il controllo degli Arabi. Dopo la dinastia ziride, subentrarono nel 1014 gli Hammadidi, quindi gli Halmohadi e altre dinastie fino a quella zayyanide del Regno di Tlemcen.

Nel XVI secolo, quando le grandi potenze del Mediterraneo iniziarono a disputarsi il dominio del mare, Algeri fu occupata dagli Spagnoli nel 1510, ma già nel 1516 i suoi abitanti si dichiararono sudditi del sultano ottomano e invocarono la protezione dei pirati greci Arudj e di suo fratello minore Khair ad-Din, detto Barbarossa. Dopo la scomparsa di Arudj, morto mentre combatteva contro gli spagnoli, il rinnegato Barbarossa prese il comando della flotta e sconfisse i suoi avversari nel 1529, istituendo la reggenza di El-Djezair e divenendo ammiraglio della marina ottomana. Egli, in effetti, fu molto più di un semplice avventuriero e, sotto la sua guida, Algeri venne ampliata e fortificata assumendo la configurazione attuale: il porto ben difeso e con un faro a guardia della sua punta più estrema, la casbah con le fortificazioni sulla sommità e le case bianche dai tetti piatti digradanti di terrazza in terrazza verso il mare. La fama di Khair ad-Din e della sua temibile flotta, che perseguitava i cristiani per mare e per terra, giunse in ogni angolo del Mediterraneo. Ragion per cui accorsero ad Algeri altri corsari in cerca di fortuna, come il giudeo Sinan, di Smirne, il musulmano Dragut, originario di Rodi, e Aydin, un cristiano rinnegato noto con l’epiteto di “Terrore del diavolo”.

Tra i rinnegati più noti si ricorda anche Uluç Alì o Uccialì, che era di origine calabrese. Il suo nome era Giovan Dionigi Galeni ed era stato catturato nel 1536 a Le Castella, presso Isola di Capo Rizzuto. Venduto al mercato di Costantinopoli, riuscì a farsi benvolere dal suo padrone e a sposare una delle sue figlie.
Dopo essersi convertito all’Islam, Uccialì divenne uno dei più feroci e ricchi corsari del suo tempo, nonché uno dei migliori capitani della flotta turca, tanto da essere nominato beylerbey (letteralmente “il signore dei signori”) di Algeri nel 1568. Come Kapudan Pasha (Capitano del mare) egli costituì una minaccia continua per le popolazioni costiere del regno di Napoli e per le imbarcazioni cristiane che navigavano nel Mediterraneo.

Nel corso della battaglia di Lepanto del 1571, Uccialì riuscì ad aprirsi un varco in mare aperto, evitando l’accerchiamento da parte delle forze della Lega Santa capitanata da Gian Andrea Doria e, con ardite manovre, inflisse agli avversari pesanti danni, annientando, fra l’altro, la galea capitana dei Cavalieri di Malta, a bordo della quale si trovava Miguel de Cervantes Saavedra, futuro autore del Don Quijote de la Mancha.
Favorita dalla posizione geografica e da un’accorta progettazione urbanistica, El-Djezair rimase per tre secoli la più importante base piratesca del Mediterraneo, formalmente parte dell’Impero ottomano, ma in pratica indipendente, capace di resistere perfino agli attacchi della potente marina inglese.
Nel 1804 l’ammiraglio Nelson bombardò il porto di Algeri nella speranza di porre un freno al commercio degli schiavi, ma l’attacco fu inutile. Nel 1815 ebbe più fortuna il commodoro Decatur che, alla guida della flotta statunitense, sequestrò la nave ammiraglia algerina, costringendo il governatore (dey) di El-Djezar a sottoscrivere la rinuncia all’imposizione dei tributi e alla pratica della schiavitù.
Nell’agosto dell’anno seguente fu inviata una squadra anglo-olandese per verificare l’effettivo rilascio di più di mille cristiani ancora prigionieri in città. Il comandante delle navi britanniche, ammiraglio Pellew, sottopose nuovamente Algeri a bombardamenti e ingiunse al dey di abbandonare il suo palazzo in cambio della salvezza della cittadella, cosa che egli fece chiedendo asilo al regno delle Due Sicilie.
La minaccia della pirateria, in parte ancora presente nel Mediterraneo meridionale, fornì all’ambiziosa Francia il pretesto per muovere verso sud, nella speranza di poter controbilanciare l’influsso inglese sul Mediterraneo, esercitato tramite il controllo dello stretto di Gibilterra. Inoltre c’era stato un problema con il dey di Algeri risalente addirittura all’epoca del Direttorio, quando la città aveva fornito alla Francia ampie derrate di grano e prestiti in denaro, non restituiti, ragion per cui nel 1830 il dey Hussein avrebbe schiaffeggiato con un ventaglio il console francese. Il 14 giugno 1830 un contingente francese di oltre 37.000 soldati sbarcò a nord della città. A dispetto delle dichiarazioni secondo le quali l’intento iniziale non era quello di fondare una colonia, nel 1834 i francesi presero ufficialmente possesso di gran parte dell’Algeria settentrionale, eleggendo Algeri a capitale del territorio occupato.
Sotto l’amministrazione francese la città subì alcune modifiche strutturali. Mentre la cittadella venne fortificata per garantirne la sicurezza, un’ampia zona della bassa casbah fu demolita per permettere la costruzione di nuove strade. Dopo la visita dell’imperatore Napoleone III e dell’imperatrice Eugenia, nel 1860, l’area a sud della casbah fu trasformata nell’odierna Ville Nouvelle con la realizzazione di ampi viali e grandi edifici di gusto europeo, come quelli che si ammirano sul Lungomare.

Si deve pure ai francesi la basilica di Notre-Dame d’Afrique, che si erge a nord del centro cittadino sull’altopiano di Bouzaréah. Si racconta che due donne di Lione, provando nostalgia del santuario che dominava la loro città natale, avrebbero collocato una statua della Madonna nel tronco cavo di un ulivo a nord della città. Nello stesso punto fu poi edificata l’imponente chiesa, che venne consacrata nel 1872.

Durante la seconda guerra mondiale la città divenne la base dell’esercito francese di Charles de Gaulle, nonché il quartier generale delle forze alleate inglesi e americane. Personaggi politici di spicco quali Winston Churchill e il generale Eisenhower soggiornarono più volte ad Algeri tra il 1943 e la fine della guerra. Pur affondando le sue radici in un periodo anteriore, il movimento algerino d’indipendenza passò seriamente all’azione al termine del conflitto. Benché inizialmente più tranquilla di altre città settentrionali del paese, alla fine degli anni ‘50 del Novecento Algeri era diventata l’epicentro di una guerra civile sempre più feroce, che sarebbe culminata nel 1962 con l’indipendenza.
Le grandi riserve di petrolio e gas naturale permisero un rapido sviluppo della città, che divenne ben presto la moderna capitale di un paese proiettato verso il futuro. Ad arrestare il progresso economico furono le vicende politiche del 1992, anno in cui il governo sostenuto dai militari annullò le elezioni che erano appena state vinte da un partito islamico, dando il via a un periodo di attentati e assassinii all’insegna della violenza più barbara. Superato quel periodo di terrore, la città è stata dotata di una linea metropolitana e, a una certa distanza dal centro storico, è stata eretta la “Grande Moschea”, che combina design contemporaneo e tradizione. Inaugurata nel 2024, è la moschea più grande d’Africa e la terza più grande del mondo, con una superficie di 27 ettari, comprendente 12 edifici, fra cui un’università, un centro culturale, una biblioteca, e ovviamente il minareto a base quadrangolare, che è il più alto in assoluto con i suoi 265 m di altezza.


La casbah di Algeri, che sovrasta la parte settentrionale del porto, è una realtà urbana assolutamente unica, come ha riconosciuto l’Unesco inserendola nella lista del patrimonio dell’umanità. Ai turisti è consentito visitarla solo se accompagnati da una guida locale ed entro un orario stabilito. Non si può assolutamente girare in automobile, perché i vicoli (spesso costituiti da scalini) sono talmente stretti da poter consentire il passaggio solo agli asini con le bisacce (utilizzate anche per la nettezza urbana). Le case, rigorosamente bianche e addossate le une alle altre, hanno piccole finestre e appaiono piuttosto sobrie all’esterno, perché tutti gli abitanti sono uguali agli occhi di Dio. È solo con la fantasia che possiamo immaginare la vita all’interno delle abitazioni con i patii e le terrazze che nelle caldissime notti estive potevano essere utilizzate per dormire.
Nella cittadella, che si erge a 118 metri s.l.m., il complesso architettonico più importante è il palazzo del dey, con un grande cortile, le abitazioni dei funzionari e dei giannizzeri e la polveriera dalla forma ottagonale, risalente nella sua prima fase al 1629. Questo edificio (l’unico attualmente accessibile ai turisti) si sviluppa attorno a uno spazio centrale, che si ritiene fosse dotato di un tetto leggero per orientare la spinta verso l’alto ed evitare di danneggiare le costruzioni periferiche in caso di esplosione. Dopo qualche anno dalla sua costruzione, la polveriera fu parzialmente distrutta da un’esplosione e ricostruita rafforzando i muri esterni e modificando l’accesso della porta, che assunse una forma a L.


Graziosissime sono le fontane della casbah, decorate con maioliche e iscrizioni varie. Le maioliche, presenti anche nelle moschee e nel palazzo del dey, non sono tutte algerine perché i ricchi ottomani utilizzavano anche quelle tunisine, siciliane, andaluse e perfino olandesi. Molto più recenti sono gli esempi di street art, relativi al tifo sportivo e al ricordo di uno dei protagonisti delle lotte per l’indipendenza, il capo rivoluzionario Alì La Pointe, che venne ucciso nella casbah dalle truppe francesi nel 1957, come magistralmente rievocato da Gillo Pontecorvo nel suo film La battaglia di Algeri (1966).


Gli edifici più affascinanti sono ovviamente le moschee (tutte non visitabili dai cristiani), tra cui Djemaa El-Djedid (chiamata anche Moschea Nuova o dei Pescatori), situata ai piedi della casbah e risparmiata dalle ristrutturazioni urbanistiche del periodo coloniale francese.
Questa moschea fu costruita nel 1660 sul sito di una precedente scuola coranica. A differenza delle altre di Algeri, presenta uno stile tipicamente turco, con una serie di cupole e volte, anche se il minareto ricalca il modello andaluso. Insolita è anche la pianta a croce che sarebbe opera di un architetto cristiano, poi giustiziato per l’affronto.

Di epoca anteriore (inizio del XVII secolo) dovrebbe essere Djemaa Ketchaoua, il cui nome significa “altopiano delle capre”, evidentemente perché sorta su un’area incolta, compresa fra il porto e la cittadella.
Questa moschea, caratterizzata dalla presenza di gradini, minareti a tre piani e maioliche, venne rifatta nel 1794 dal dey Hassan Pacha, quando fece costruire lì accanto il suo palazzo. A commemorare l’opera è una lunga iscrizione che esordisce con l’esclamazione: “Che splendida moschea!”. Venne poi trasformata in cattedrale cristiana durante il periodo coloniale e abbellita da pittori e scultori francesi. L’imperatore Napoleone III partecipò qui a una messa nel 1860 e il compositore Saint-Saëns vi suonò l’organo nel 1873.


L’edificio fu riconsacrato come moschea il 5 luglio 1962, due giorni dopo che il generale de Gaulle aveva proclamato l’Algeria indipendente ed esattamente 132 anni dopo essere stata trasformata in chiesa.
Quanto al palazzo di Hassan Pacha, subì anch’esso rimaneggiamenti, come una facciata all’europea con grandi finestre e balconi, quando divenne la sede del governatore francese.

Per gli italiani è abbastanza curioso scoprire che una delle moschee che s’incontrano nella città vecchia è stata costruita da Alì Piccinin, o Alì Bitchin, un personaggio nato a Massa (in Toscana) probabilmente nel 1560 ca. e morto ad Algeri nel 1645. Egli era stato rapito da corsari ottomani quando era solo un bambino e, dopo la sua conversione all’Islam, divenne a sua volta corsaro, grande ammiraglio della flotta ottomana e poi, forse, sul finire della sua vita, Pascià di Algeri. Non conosciamo il suo vero nome (forse Alessandro Piccini) ma la sua storia è stata ricostruita dallo scrittore Riccardo Nicolai a seguito del ritrovamento di un carteggio tra lo stesso Piccinin e Alberico I Cybo-Malaspina, marchese e poi principe di Massa. Una sua statua in marmo è stata di recente donata dalla città toscana alla capitale algerina e collocata nel suo Giardino botanico.

Visitare la casbah di Algeri, ovvero il cuore storico della città, è un’esperienza indimenticabile (anche se non si può circolare liberamente), ma, per poter apprezzare appieno l’unicità del quartiere, che si estende su ben 45 ettari, ci vorranno decenni, perché il degrado è molto avanzato e solo da poco, in seguito al terremoto del 2003, è stato avviato un progetto di rinascita. Per tutelare l’integrità e l’autenticità del luogo, si è stabilito di non consentire l’acquisto delle case, se non agli abitanti di Algeri.



Nica FIORI 26 Aprile 2026
