di Sergio ROSSI
E’ appena uscito per Battello di Trieste il bel libro di fotografie di Alexandra Mitakidis Linee di paesaggi interiori e voglio iniziare questa mia recensione citando alcune recenti frasi di Tito Alvarado che ben la descrivono:
«Conoscere di persona Alexandra Mitakidis è stato un confronto con la realtà… e dopo aver condiviso alcuni momenti indimenticabili posso dire due cose: la prima è la serietà con cui affronta il suo lavoro: ha con sé una macchina fotografica di grande valore e potenza, e non se ne separa per nulla al mondo. La seconda è che, forse per timidezza o per qualche ragione che è meglio lasciare nella nebulosa di un “forse”, possiede qualcosa di indefinibile che la colloca nei territori della tristezza, della serietà, del silenzio, dell’osservazione, o forse tutto questo insieme in piccole dosi. Nulla di ciò è negativo: è la sua qualità di essere diversa, un’artista raffinita capace di catturare istanti fugaci e renderli eterni in una fotografia. Ecco la chiave: non basta una buona macchina fotografica, serve un’attitudine, un qualcosa da poeta con un tocco di follia, per vedere la realtà e coglierla nel suo istante esatto».
Conosco anche io Alexandra da qualche anno e condivido questo “ritratto” quasi nella sua totalità, tranne che in un punto non secondario, quello della tristezza; al contrario il suo calmo sorriso trasmette fiducia e serenità: certo lei è silenziosa, ma non taciturna, che è una cosa molto diversa. Si esprime con le parole solo quando è strettamente necessario, e con osservazioni sempre pertinenti, perché poi parla con le sue fotografie.
Recensendo proprio due anni fa su questa stessa rivista un altro suo bel libro di foto e poesie Scatti haiku al suono di figure e parole ( Cfr. https://www.aboutartonline.com/le-poesie-per-immagini-di-alexandra-mitakidis-linee-colori-emozioni-pure-negli-scatti-dellartista-greco-italiana/ ) scrivevo come oggi sia ormai venuto il tempo «di superare la dicotomia, del tutto artificiosa, tra razionalità e fantasia, insieme all’altra contrapposizione tra manualità ed intelletto, inglobando il tutto nel concetto di “arte come fatica di mente” la cui prima definizione spetta addirittura a quell’anticipatore del futuro che è stato Leonardo da Vinci. E se questo è vero per i pittori lo è tanto più per i fotografi che devono tradurre le intuizioni liriche attraverso un tramite altamente tecnico (e ormai tecnologico) come la macchina fotografica. Certo non basta scrivere versi per essere poeti, stendere colori su una tela per essere pittori, scattare delle foto per essere dei fotografi; ma rovesciando in positivo questo assunto si può essere poeti usando una Nikon o “dipingere” attraverso le parole. Ed è quello che Alexandra è riuscita proprio in Scatti haiku…un concerto per silenzio e macchina fotografica articolato nei classici tre tempi, allegro, adagio, andante con moto che qui si intitolano: “I quattro elementi”; “Spartito virtuale”; “Sole d’oriente”, dove il primo verso di ogni haiku è anche il titolo della fotografia con cui è abbinato e dove l’eleganza calligrafica orientale si salda con un cromatismo acido e manieristicamente cangiante con i suoi verdi squillanti, gli arancioni gridati, gli azzurri improbabili».

Tutti colori che ritornano nel suo libro più recente scandito in quattro tempi o movimenti: “Pieni e vuoti d’orizzonte”; “Canto e silenzi della natura”; “Idee in metamorfosi”; “Et cetera”, con foto bellissime e tutte elaborate al computer e nelle cui didascalie le parole “silenzi” ed “attesa” sono le più frequenti. Ma sono silenzi per così dire ritmati e musicali che a me riportano alla mente altrettanti musicisti: il Liszt martellante del suo concerto per pianoforte numero 1 per il primo capitolo; il Malher lirico della prima sinfonia per secondo; il Berlioz estatico della Symphonie fantastique per il terzo; il Ravel post impressionista per l’ultimo.
“Pieni e vuoti d’orizzonte” è dedicato soprattutto a paesaggi urbani, ma sono paesaggi filtrati dalla memoria, dove i contrasti cromatici e la nitidezza delle linee trasformano i singoli scatti in puri pretesti per opere d’arte in sé autonome.

Un acciottolato arancione e ritmato in Lugano; una torre giallo ocra svettante in un azzurro impietoso in Trieste, la lanterna; un inerpicarsi di spirali azzurre ne Il Duomo di Orvieto; uno svettare di rettangoli giallo acido in Abbazia, geometrie che diventano mattonelle azzurre che si inseguono in Novo Mesto o colonnine, archi e capitelli ocra in Bologna, sette chiese. E potrei continuare ancora a lungo. Ad Alexandra non interessa che i luoghi ritratti siano immediatamente riconoscibili, anzi penso proprio il contrario, sono simboli, archetipi, essenze geometriche che devono evocare più che spiegare, attraverso pure associazioni mentali: e così la lanterna è Trieste; il Duomo è Orvieto; i porticati sono Padova; le torri e i tetti svettanti sono Bologna e via di seguito, in un ritmare serrato di immagini senza soluzione di continuità.


Ritmo incalzante che si placa in “Canto e silenzi della natura” dove i protagonisti diventano il mare, il cielo, le foglie. Il primo visto da un parapetto in Reti a Pellestrina; nel profondo azzurro in Meduse; nei riflessi delle saline a Sicciole o nel turbinio di Sbuffi di energia;

e il suo azzurro si trasforma in quello del cielo in Štaniel, viti in attesa o in Nebbia ai topolini; o diventa giallo fuoco in Tramonto sulla Napoleonica, in Le quattro torri, in Volando in compagnia; o infine verde intenso in Bagliori fra i rami o Echi di primavera. Rispetto al “presto con moto” del primo movimento qui siamo a un “adagio” bucolico e rassicurante, tutto in presa ravvicinata che muta ancora in Idee in metamorfosi, pura astrazione lirica e cromatica in cui i titoli delle foto sono puri pretesti per questo ondeggiare continuo di rossi, blu azzurri, viola che ora si incrociano, ora si dividono come in specchi multiformi, ora vibrano letteralmente sulla superfice della carta che li racchiudono, siano Trieste in piazza o Venezia liquefatta al suo riflesso.

E’ evidente che da un punto di vista strettamente tecnico questo è il “movimento” dove il virtuosismo raggiunge il suo vertice ma non è mai fine a sé stesso quanto piuttosto funzionale alla visione poetica dell’artista, che in Et cetera in qualche misura recupera e riassume tutti i temi trattati nei “movimenti” precedenti con una significativa novità: la presenza della figura umana, abbozzata, rivisitata, ripresa in dettaglio: ora pura ombra, ora spettatrice, ora protagonista, ma mai in maniera assoluta: l’uomo fa parte del paesaggio, è tutto sommato meno importante del Nettuno di Bologna statuario nella sua bellezza, perché l’arte della Mitakidis non è mai figurativa, e questo potrebbe essere un paradosso per una fotografa, ma evocativa e, lo ripeto, ogni singola foto è un’opera d’arte a sé stante e come tale deve essere giudicata, non per la sua aderenza al reale ma per la sua compiutezza e le sue qualità estetiche che serto non sono inferiori a tante (troppe) opere che ho appena visto nell’ultima edizione di una Biennale veneziana In minor keys: e mai titolo fu più azzeccato perché il suo tono è veramente minore, per non dire minimo.

Come osserva acutamente Enzo Santese nella prefazione al volume di cui mi sto occupando, la formazione scientifica e tecnica della Mitakidis «non ha inciso molto nello sviluppo di una ricerca in cui si stabilizza il senso dell’esistere dentro andamenti iconici protratti nell’azzardo figurale, dove si dichiara l’origine e da quell’assunto inizia poi un’avventura dentro le possibilità metamorfiche della realtà, esattamente come avviene in natura. Peraltro nell’artifizio della creazione artistica le cose, le persone, i paesaggi assumono vesti improbabili rispetto all’esistente e significative di ritmi riconducibili al sogno, libero dalle forze di gravità e dalle logiche fisiche di un mondo immaginario, che tocca le lande dell’onirico senza perdere minimamente lo status d’avvio…e mimetizzando la dimensione oggettuale quasi immergendo l’immagine in uno stato liquido, che fa dilatare il tessuto cromatico con estensioni nell’azzardo di colori portati a rifare del tutto il volto esterno delle cose, con sovrapposizioni di toni e accenni di incandescenze sotto la pelle».
Ancora Santese parla di
«ritmi di pensiero, onde d’emozione, slanci fantastici verso isole lontane dove il rumore diventa musica» che ben descrivono l’arte della nostra fotografa, a patto di considerare che tutto questo tumulto di impulsi emotivi viene sempre razionalizzato e ricondotto entro un preciso codice semantico e tecnico senza il quale non potrebbe raggiungere la sua piena compiutezza estetica.
Ed ecco come la Mitakidis parla di se stessa in un’intervista di Corrado Premuda uscita su “Il piccolo” di Trieste nel settembre del 2021:
«Le macchine fotografiche, quando muovevo i primi passi, erano analogiche. Anche se non permettevano tutto quello che la tecnologia consente di fare, io cercavo sempre la fotografia alternativa con i trucchi che erano possibili con quelle macchine, ad esempio il doppio scatto sullo stesso fotogramma, il “tirare la pellicola”, la sottoesposizione, ed ero sempre alla ricerca di prospettive non banali. Avendo vissuto in Medio Oriente mi dilettavo a fotografare sia paesaggi che architetture, trovavo tutto insolito. Quanto alla mia città Trieste mi piace molto il Porto Vecchio nella sua parte ancora da ristrutturare, come mi piacciono le costruzioni in decadimento, tutto quello insomma che non ci sarà più, o la parte della città che è più legata alla vera storia di Trieste e al suo passato».
Alla domanda se vi sono fotografi che la ispirano risponde:
«Da piccola leggiucchiavo il Time che arrivava regolarmente a casa e ricordo come fosse ieri alcune immagini di Robert Capa che poi ha fatto la storia: Mi piace molto anche Salgado. Non posso però dire che mi ispirano, anche perché le loro sono in bianco e nero, un genere che io non tratto: Apprezzo il lavoro di altri, ad esempio Giorgio Fontana, Siegfried Hansen, Thomas Leutrad, Ilias Tabakis, Rodney Smith; cerco sempre di avere qualche spunto per la mia ricerca artistica ma non voglio imitare nessuno. Quando vado in giro armata della mia Nikon è un po’ come se vedessi attraverso l’obbiettivo, così colgo prospettive o combinazioni di luce o geometrie che possono entrare nel mio archivio di ricordi visivi che risulta davvero un diario personale per immagini». E alla domanda “Con la fotografia cosa si può raccontare oggi”, la risposta è «La sua portata sociale e culturale è enorme, la fotografia esercita una forte seduzione su ogni aspetto della nostra vita. Talora basta un solo scatto a influenzare le persone tanto potente è questo strumento che con la sua persistenza visiva può agire sui comportamenti e le idee delle persone».
E’ questo certo l’esempio della fotografia di guerra più famosa di ogni tempo, quella del miliziano colpito a morte nel 1936 durante la guerra civile spagnola, scattata da Robert Capa, o forse dalla fidanzata Gerda Taro, e rimane comunque un’immagine che ha influenzato le coscienze quanto Guernica di Picasso; o quella della bambina vietnamita che fugge dalle bombe al napalm dei bombardieri statunitensi scattata nel 1972 da Nick Ut, fotografo dell’Associated Press allora ventunenne anch’essa diventata epocale. Ed è curioso che è proprio dalle più crude immagini di guerra che noi aumentiamo a dismisura il nostro desiderio di pace, insopprimibile anche se per ora rimane un’utopia.
Ma come ha scritto Roberto Carlon nella postfazione al mio recente volume: Dalle botteghe alle accademie. Artisti e società a Roma e Firenze dal Trecento a Caravaggio (Istituto poligrafico europeo, Palermo 2026) a proposito del futuro delle nostre Accademie di Belle Arti: «Coltivare l’utopia è sempre più necessario. Scuole di Pace, quindi. Non più Accademia come attività separata, finalizzata all’apprendimento di tecniche preesistenti, e promozione di ricerca di tecniche nuove. Non si tratta di esserne contrari per principio, sia chiaro. E’ la finalità che va messa in discussione. Spogliarla del carattere e della funzione di formazione di forza-lavoro più o meno qualificata da asservire al capitale è prioritario. Così come non si possono “formare” ribelli violenti, destinati a soccombere di fronte alla reazione. Accademia come formazione di individui ribelli in quanto pienamente liberi, con piena coscienza di sé, e responsabili in quanto consapevoli. Capaci quindi di produrre istanze di relazione tali da poter pianificare e produrre un modello di cultura e di economia politica che soddisfi le esigenze fondamentali di tutti e di ognuno, la cui base non può essere la libera concorrenza ma la cooperazione e la solidarietà. Non c’è niente da inventare, è già tutto dentro di noi. La libertà non può essere sfruttamento, non può essere oppressione…Ciò che può costituirsi come veicolo all’interno delle Accademie è questa consapevolezza, ma occorre fondare validi presupposti, come si può intuire. Non possiamo, più, aspettare che quello che resta nel vaso di Pandora, la ormai scarsa residua speranza, si concretizzi ad opera di altri, perché li deleghiamo a rappresentarci. Ognuno è chiamato ad essere responsabile di sé stesso e dell’umano che è in sé. È quindi necessario che gli educatori siano educati. Se i problemi dell’umanità sono da riferire alla azione reciproca degli umani, il futuro distopico che appare ineluttabile si può trasformare solo nei termini di consapevolezza e di libertà autentica. Anche una sola isola di Pace, per cominciare, può espandersi all’esterno fino a costituire rete e diventare…virale».
Essere rivoluzionari oggi significa innanzi tutto che ognuno, nel suo campo specifico, faccia bene il proprio lavoro: Brecht lo era anche scrivendo versi sulla bellezza del proprio giardino; Tina Modotti fotografando una donna affacciata a un balcone; la Mitakidis trasformando i riflessi di una pozzanghera o i bagliori di un lampione in pure emozioni.

Certo, come ricorda anche Carlon, l’abilità tecnica, in qualsiasi specializzazione, rimane fondamentale, perché senza di essa si rimane nel campo del facile dilettantismo, “buono a dilettare il gusto degli ignoranti” come diceva Michelangelo, ma che è l’opposto della “piena consapevolezza” artistica, presupposto di qualsiasi progresso. Ma questo da solo non basta. Naturalmente, per rimanere nel mio campo, è più facile dire di quanta “poesia” vi sia in un dipinto di Tiziano come di Monet, o “dolcezza” in una madonna di Filippo Lippi e in un ritratto di Modigliani piuttosto che spiegare come e perché si tratta di “poesie” e “dolcezze” storicamente ed esteticamente molto differenti. Ma questo è il nostro compito e noi lo dobbiamo assolvere con la consapevolezza che essere seri non significa affatto essere noiosi o incomprensibili, significa essere degli storici dell’arte e non degli imbonitori e alla fine il pubblico apprezza. Così, come dicevo prima, non basta scrivere versi per essere poeti, riempire di colori un quadro per essere pittori, scattare foto per essere fotografi, girare filmini col cellulare per essere registi cinematografici. Bisogna sapere unire tecnica e stile, conoscenza storica e voglia di innovare: e soprattutto avere ancora la capacità di emozionarsi ed emozionare, qualità che la nostra Alexandra possiede tutte.
Come è ben sintetizzato nel comunicato ufficiale della sua mostra Il Respiro dei luoghi di Trieste del maggio del 2025:
«La sua fotografia è stata definita pittorica, poetica e cinematografica. L’elemento pittorico si evidenzia maggiormente quando le strade della città di riempiono di persone, appena abbozzate, e colte in movimento. L’artista procede a scatti sovrapposti ottenendo un risultato affascinante quanto il quadro di un pittore impressionista… proprio al mare la Mitakidis dedica molte immagini che riescono ad esprimere un’intensa emozione poetica e molte sue opere sono vere e proprie liriche che riesce a tradurre attraverso un tramite altamente tecnico, ormai tecnologico…Uno scorcio architettonico, un oggetto d’uso quotidiano, un’imbarcazione, una porzione di paesaggio, diventano protagonisti di una inquadratura dalle forti connotazioni scenografiche».
Mentre ancora Enzo Santese sottolinea che «per la Mitakidis la fotografia è elemento di connessione concettuale tra l’occhio e il suo coinvolgimento nella realtà indagata con puntuale ricognizione preventiva oppure colta al volo nel suo girovagare nei tempi della luce meridiana, mattutina o crepuscolare e in tutti i luoghi in cui opera abitualmente, oppure in città e paesi visitati con la stessa precisa finalità di fissare gli elementi distintivi che li connotano profondamente. E in quest’ambito il tema della geometria è portante nel suggerire scansioni spaziali da ritrarre e poi da elaborare trasformando il vero in verosimile e la struttura dell’esistente naturale (paesaggio, marine, scogliere, rilievi collinari, dati vegetali) e di quello artificiale (edifici, impianti metropolitani, stazioni e altro ancora».
Ma il tutto avviene con quella “sprezzatura” che da Baldassar Castiglione a Vasari era considerata “l’arte di nasconder l’arte”, ovvero la capacità di far apparire naturale ed istintivo quello che era invece il frutto di un duro lavoro preventivo. In altre parole, noi ammiriamo le fotografie di Alexandra per le emozioni che ci trasmettono e che sono anche il frutto di tutte quelle elaborazioni tecniche e concettuali di cui parla Santese ma che l’artista sa bene occultare nel presentarci un prodotto finale esteticamente godibile nella sua compiutezza.
Sergio ROSSI Venezia 28 Giugno 2026
