Alessandro Zuccari, riflessioni e giudizi sulle 2 più grandi mostre del 2025. Ma su Merisi ancora si gioca troppo spesso sul richiamo del nome.

P d L

Il 2025 è stato molto interessante dal punto di vista espositivo, con numerose mostre che hanno segnato un grande successo sia come affluenza di visitatori, sia per le novità e il rilievo scientifico che hanno assunto. Da un sondaggio effettuato dalla rivista online Finestre sull’Arte tra studiosi, direttori di museo, giornalisti di settore e altri addetti ai lavori, e commentato con la usuale accortezza dall’amico Federico Giannini, è risultato – e non era difficile prevederlo- che tra le esposizioni dedicate all’arte antica quella sul Beato Angelico sia stata largamente la più votata, registrando effettivamente grande favore tra la critica specialistica nonché tra il pubblico, segnando sotto questo aspetto un record di visitatori calcolato intorno ai 250 mila a Palazzo Strozzi e 100 mila al Museo San Marco. Come presenze però la mostra che ha avuto maggior successo è stata quella di Palazzo Barberini ‘Caravaggio 2025’ che ha superato i 450 mila accessi. Questi due artisti straordinari di epoche diverse sono stati oggetto di ricerche, pubblicazioni, convegni ed eventi espositivi curati e condotti da Alessandro Zuccari, Accademico dei Lincei, già Ordinario di Storia dell’Arte alla Sapienza di Roma, e dunque a lui ci siamo rivolti per cercare di approfondire i motivi di tali performance, con una serie di domande in cui valutazioni ulteriori ed anche spunti critici non sono mancati.

– Sono d’accordo che si sia trattato di un anno importante per l’arte antica a livello espositivo, considerando i successi di pubblico e critica che hai sottolineato per due grandi artisti pur così distanti per epoca e per caratteristiche, nonché per quello che riguarda l’orientamento del grande pubblico, l’uno pressoché misconosciuto, l’altro fin troppo scandagliato. Soprattutto l’evento espositivo sul Beato Angelico a Palazzo Strozzi e al Museo di San Marco è finito ultimamente sotto i riflettori e non è un caso dato che a mio parere deve considerarsi unico per la qualità delle opere, per gli importanti confronti e per le novità emerse che senza dubbio ci proiettano verso ulteriori motivi di ricerca auspicabili per ricollocare l’Angelico nel posto che merita nella storia dell’arte. Intanto consideriamo che grazie alla sagacia di Brandon Strehlke e Angelo Tartuferi e degli altri curatori, è stato possibile abbinare tutte le opere custodite a San Marco a quelle esposte a Palazzo Strozzi; inoltre i curatori hanno intelligentemente saputo valersi delle novità affiorate nelle esposizioni del lontano 1955 a Firenze e in Vaticano e poi del 2009 a Roma, oltre ovviamente ai lavori monografici e agli studi avviati nel corso del tempo, che hanno consentito di ricomporre alcuni polittici smembrati che ci consentono ora di comprendere meglio la figura e l’opera di un artista davvero geniale che ha saputo comprendere e far propria la lezione dei grandi del primo Quattrocento come Donatello, Masaccio, Ghiberti compenetrandola con la sua formazione. Devo aggiungere che ottenere prestiti di così grande rilievo da istituzioni museali internazionali non è possibile se non c’è una indubbia qualità del progetto, il che è ulteriore motivo di lode per chi ha organizzato l’evento, cui ne aggiungo uno personale a coloro che hanno realizzato restauri davvero magistrali. Detto questo, se mi è consentito un rilievo, devo far notare -riguardo ai prestiti- che mancano nella esposizione (sempre che non siano state richieste e magari non concesse, ma pare di no) quanto meno due opere importanti eseguite su tela, quali la Madonna col Bambino di Santa Maria sopra Minerva e il Cristo Benedicente di Pisa, probabilmente il fatto che non fossero in condizioni perfette può aver consigliato di non esporle, penso sia un tassello importante che manca.

Beato Angelico, Madonna col Bambino, Roma, Santa Maria sopra Minerva, Cappella Frangipane
Beato Angelico Redentore benedicente 1440-1445 Pisa al Museo nazionale di San Matteo

Passerei ora a chiedere una tua valutazione su una esposizione certo tra le più votate, ma non al primo posto (come invece ci si poteva aspettare e come effettivamente appare nelle valutazioni di alcune testate internazionali) cioè la grande esposizione di Palazzo Barberini, Caravaggio 2025, chiusasi dopo opportuna proroga nel luglio scorso, che portava la firma di due specialiste come Francesca Cappelletti e M. Cristina Terzaghi, supportate dal Direttore Thomas C. Salomon. Se ne è scritto molto, ha avuto anche critiche e rilievi, e tuttavia portare al museo oltre 450 mila visitatori non è un dato da poco.

Certo, a Barberini cosa è accaduto? erano esposti tanti capolavori che hanno permesso al grande pubblico di vedere opere che sono dall’altra parte dell’Oceano e spesso in luoghi non facilmente raggiungibili, pensiamo a Detroit, Fort Worth, Hartford, Kansas City, tralasciando i prestiti dall’Europa e dall’Italia. Questo suona a lode dell’organizzazione, sia delle curatrici Francesca Cappelletti e Cristina Terzaghi, grandi esperte del Merisi, sia del Direttore Thomas C. Salomon che si è certamente potuto avvalere della sua esperienza maturata quale projects manager. Un grande merito di questo evento espositivo sta nel fatto che tutti, addetti ai lavori o semplici visitatori, hanno potuto mettere a confronto così tante importanti opere, magari conosciute solo tramite stampe e pubblicazioni, e farsi così un giudizio dal vivo. Particolarmente efficace è stato l’accostamento tra i due ritratti di Maffeo Barberini: da un lato sono aumentate le mie perplessità sull’autografia della versione Corsini, che ritrae certamente il giovane Barberini, dall’altra ho avuto conferma che l’altra versione sia del Merisi, seppure non sia molto somigliante al futuro Urbano VIII. Probabilmente si tratta di un vero Maffeo che non è di Caravaggio e di un vero Caravaggio che non ritrae Maffeo (ne ho confrontato i diversi ritratti), ma forse quel monsignor Melchiorre Crescenzi ricordato da Bellori o un altro dei prelati del circuito frequentato dal pittore.

E devo aggiungere per ciò che riguarda i miei studi che ho avuto modo di poter meglio riflettere sull’ormai famoso Ecce Homo di Madrid, scoperto di  recente, che avevo osservato attentamente a Madrid dopo il restauro; allora tutto mi portò a confermare che il quadro fosse autografo di Caravaggio, poi però a Roma, messo accanto alla Flagellazione di Capodimonte, uno dei grandi capolavori del genio lombardo, ho dovuto riflettere con maggiore oculatezza.

Dunque, vuoi dire che ci hai ripensato? Che non credi più che sia di Caravaggio?

-Diciamo pure che ho maturato dei dubbi anche perché confrontando le due opere si notava che il quadro madrileno, nonostante le somiglianze e la singolare composizione, non raggiunge quell’apice di finezza esecutiva dimostrato dalla pala napoletana; era necessario un accostamento come quello fatto a Barberini (poi riproposto a Capodimonte) perché l’Ecce Homo mi apparisse di una fattura meno ragionata, più corriva, che mi pare non corrisponda del tutto a quella delle opere indiscutibilmente di mano merisiana. Dunque il dibattito continua…

È un rilievo che in effetti mi pare hanno fatto anche altri, ma più in generale questo mi porta a chiederti per quali motivi su Caravaggio ci si spinge molto spesso a valutazioni e giudizi, per non parlare di pubblicazioni ed eventi, opera a volte di veri sprovveduti, che ben poco hanno di scientifico – e non è il caso dell’Ecce Homo, voglio sottolinearlo, studiato e valutato, che si pensi sia autografo o meno, da esperti qualificati e riconosciuti-?

Molto semplice! Caravaggio è una ‘star’ – se mi passi il termine- nel campo della storia dell’arte ed ogni evento espositivo, purché abbia al suo interno o meglio ancora nel titolo ‘da Caravaggio a …’ o al contrario ‘da …a Caravaggio’ aspira a raggiungere il pubblico gradimento. Beninteso io sono d’accordo che su Caravaggio si facciano mostre, proseguano gli studi e le ricerche, considerando quanto ancora ci sia di ignoto circa la sua vicenda artistica ed esistenziale, ma il confine da non superare è sempre quello della validità metodologica e scientifica di ciò che si fa e si propone. Ho preso atto di recente di alcune iniziative espositive pure curate da studiosi competenti che però a mio parere hanno giocato sul titolo che- come ho detto prima- è di sicuro richiamo, mettendo avanti il nome del Maestro; faccio l’esempio della mostra tenutasi nel 2024 a Catania dal titolo Caravaggio la verità della luce, dove in realtà si esponeva magari una sola opera di Caravaggio, per di più non riconosciuta da tutti gli esperti, assieme ad altre molto dubbie ma indicate come sue, alcune delle quali neppure di buona qualità; ho fatto un esempio ma potrei farne altri.

Qui però ti pongo una questione che mi pare di notevole importanza e forse dirimente; hai nominato Catania, cioè una città che malauguratamente non rientra nei grandi circuiti internazionali come possono essere Roma, o Firenze, o Milano, o Venezia e così via per quanto riguarda eventi ed esposizioni; mi chiedo quindi e ti chiedo ma non è importante che anche cittadini meno fortunati, diciamo così, da questo punto di vista possano in qualche misura conoscere e confrontare opere d’arte di rilievo, posto tra l’altro che se è vero che erano esposte opere – te lo faccio notare – ‘attribuite’ a Caravaggio (ma se ho capito tale distinzione non era sempre spiegata nelle schede del catalogo),  tuttavia erano presenti anche lavori di Peterzano, Cavalier d’Arpino, Ribera, Guercino, Mattia Preti e altri, certamente degni di considerazione.

-Che i cittadini di Catania o di qualsiasi altra città che sia dentro o fuori i circuiti internazionali vadano a visitare le mostre è auspicabile e molto positivo; insisto però nel dire che spesso il titolo della mostra confonde perché deve fungere da richiamo; non è solo nelle schede di catalogo (che non tutti i visitatori comprano e leggono) che si deve precisare ‘attribuito a …’, ma nelle didascalie, perché se in esposizione compare, come nel caso di cui sopra, ad esempio Il Cavadenti, deve essere in qualche modo precisato che buona parte della comunità scientifica non lo ritiene di mano del Merisi, come pure il San Sebastiano di collezione privata, dai più ritenuto una buona copia, che invece era presentato come autografo sia nella didascalia sia nella scheda di catalogo.

In questo caso però, come sai, l’autografia era stata proposta da Maurizio Marini, non certo l’ultimo tra gli esegeti del Merisi.

Vero, ma ciò non toglie che resta un dipinto dall’autografia molto discussa cosa che, ripeto, nella esposizione non appariva con l’evidenza dovuta specialmente per altri dipinti ancor più discutibili. Tra l’altro sappiamo bene che nel ‘600 il concetto di autografia era diverso dall’attuale perché si dava importanza in primo luogo all’invenzione, tanto che alcuni collezionisti impedivano di copiare i loro quadri, perché non si svalutassero: la copia non era considerata come un falso, mentre oggi se ne distingue più nettamente il livello qualitativo e soprattutto il valore economico. Insomma, che le città come Catania e altre non al centro dei percorsi espositivi possano presentare eventi di grande rilievo, anche esponendo opere non autografe, è del tutto giusto e auspicabile purché però -ma il discorso vale sempre- gli eventi siano scientificamente impostati e verificati, si sappia cioè subito a cosa ci si trova di fronte; e fammi aggiungere che questo compito di verifica, oltre che i curatori, dovrebbe  riguardare anche le amministrazioni che si prestano ad accogliere certe manifestazioni artistiche contando soprattutto sul richiamo che hanno per il pubblico.

Resta il fatto che in ogni caso il nome di Caravaggio funziona sempre come una potente attrattiva, anche nel nostro caso: quando su About Art capitano articoli che riguardano il genio lombardo gli accessi volano; d’altra parte tu ci hai qualche volta criticato per aver pubblicato certi contributi…

Si effettivamente a volte mi capita di dover dissentire dato che per alcuni articoli occorrerebbe ospitare anche un contraddittorio perché solo così si amplia e si favorisce il dibattito, cosa sempre necessaria; mi ha colpito di recente il fatto che uno studioso serio e preparato come Don Alessio Geretti, abbia curato l’esposizione e la pubblicazione di due dipinti che ancora fanno bella mostra di sé nella chiesa di Sant’Agnese a piazza Navona dove il flusso di pubblico, per lo più turisti, sembra ininterrotto, dando per certa l’autografia almeno parziale di due dipinti, senza che questa sia confermata da altri esperti.

Parli dell’evento “Cristo nostra pace”, parte della rassegna «Il Giubileo è Cultura» che termina il prossimo 8 Febbraio e contempla l’esposizione di due dipinti la Madonna con il Bambino di Peter Paul Rubens di collezione privata, Svizzera, e l’Incredulità di Tommaso di Michelangelo Merisi detto Caravaggio e Prospero Orsi, anch’esso di collezione privata austriaca.

Si; è certamente una esposizione interessante ma presenta le stesse criticità di cui parlavamo prima; ovviamente anche in questo caso vale il discorso che è sempre bene che molti visitatori abbiano l’opportunità di avvicinarsi ad opere altrimenti di difficile fruizione, ma il problema nasce quando le opere vengono presentate con attribuzioni altisonanti che non possono essere sottoscritte, come a mio parere in questo caso. La Madonna con Bambino, opera presentata come di mano di Rubens, è secondo me una copia, molto bella e interessante ma non ha la finezza esecutiva tipica dei quadri del pittore di Anversa; vale qui quello che si diceva prima circa il valore delle copie in un dato contesto artistico. Forse però il vero punctum dolens riguarda l’altro dipinto, l’Incredulità di Tommaso.

Beh, però in questo caso si parla di Caravaggio con l’intervento di Prospero Orsi, c’è stata cioè una certa cautela nell’attribuzione.

Non sono d’accordo, innanzitutto perché non ci vedo la mano di Caravaggio e si conoscono copie migliori dello stesso soggetto, in secondo luogo nominare Prospero Orsi come autore insieme a Merisi è una vaga ipotesi, senza prove sicure, come quella, che qualcuno sta formulando, di un Prosperino che replicava in prima persona i lavori di Caravaggio. Sappiamo tutti che Orsi fu il ‘turcimanno’, oggi diremmo l’impresario di Caravaggio e che era soprattutto specialista di decorazioni a grottesche, non a caso era chiamato Prosperino delle Grottesche; il suo lavoro era rivolto anche al mercato, e Riccardo Gandolfi, attuale Direttore dell’Archivio di Stato di Roma che ha studiato a lungo Orsi, sostiene che non faceva copie da Caravaggio, ma che assegnava ad altri il compito di farle. Quindi quali prove si hanno per dire che intervenne in questo dipinto? Si poteva parlare, per essere più sensati, di un dipinto che riprende una invenzione di Caravaggio, si poteva dire che l’opera è interessante per la formulazione straordinaria del soggetto e invece anche questa volta si è voluto giocare sul richiamo che avrebbe avuto -ed in effetti ha- la seconda parte del titolo, Caravaggio e Rubens a Roma (città dove tra l’altro non mancano né Caravaggio, né Rubens). Mi meraviglia che don Alessio, che è un ottimo studioso e un organizzatore di importanti mostre, non abbia ritenuto di essere più prudente, tanto più che né in mostra né in catalogo si tiene conto dei pareri degli specialisti dei due pittori. Sebbene il tema proposto – Cristo nostra pace – sia felice e ben si addica ad una chiesa, l’evento espositivo rischia di apparire come un’operazione di mercato per due quadri di collezione privata, certo interessanti ma che non so neppure quanto ne usciranno valorizzati: un’operazione peraltro che si è voluta collocare, e questo è l’aspetto più increscioso, nel contesto del Giubileo 2025, patrocinata dal Dicastero per l’Evangelizzazione, quasi a volerne utilizzare il richiamo.

A questo punto non posso fare a meno di chiedere il tuo parere su come deve comportarsi in casi del genere chi – come noi di Abou Art- opera nel campo della divulgazione artistica senza però dover operare pericolose e non volute censure.

-Il compito della stampa di settore, come nel vostro caso che trattate e di arte e cultura, come anche di musica e di teatro, che recensite pubblicazioni, esposizioni, convegni, conferenze e così via, è importantissimo; il compito primo, a mio avviso, è cercare sempre di favorire il dibattito e sviluppare la critica, evitando le semplificazioni, presentando diversi punti di vista, chiedendo prove convincenti e riferimenti documentari; è quello che ho cercato di fare -ad esempio riguardo a Caravaggio- con il mio ultimo libro Cantiere Caravaggio: questioni aperte, indagini, interpretazioni- un tema che come del resto molti altri nel nostro settore di studi richiede un lavoro costante di ricerca, approfondimenti, ripensamenti, come può essere appunto quello che avviene in un cantiere sempre aperto.

Per concludere, oltre al tuo pensiero, qualche volta critico, come si è visto sulle esposizioni che ti ho sottoposto in quanto esperto e studioso dei due artisti, ti chiedo: c’è stata una mostra o un evento oltre questi due che ti ha particolarmente colpito?

-Ti ringrazio per questa domanda perché mi dà la possibilità di citare una mostra che merita davvero una considerazione particolare, quella svoltasi nelle Gallerie dell’Accademia di Venezia dal titolo Pietro Bellotti e la pittura del Seicento a Venezia, chiusasi qualche giorno fa.

E devo dirti che anche questa esposizione è stata molto ben giudicata tra quelle del 2025.

-Questo non mi meraviglia; è vero che Pietro Bellotti non ha una grande popolarità, se si può dire così, ma gli addetti ai lavori da tempo ne riconoscono il valore e l’importanza. E’ una esposizione che naturalmente ho visitato di persona e che per quanto mi riguarda classificherei tra quelle esemplari, proprio perché dimostra come una regia davvero magistrale  – e vanno fatti i complimenti al Direttore delle Gallerie Elia Manieri e a Michele Nicolaci che ha firmato la cura dell’evento insieme a Francesco Ceretti e Filippo Piazza – può dare rilievo anche ad un artista di non immediato richiamo e soprattutto aprire la strada ad una valutazione più acconcia del Seicento veneziano, non sempre adeguatamente interpretato.

P d L Roma 1 Febbraio 2026