di Marco FIORAMANTI
UN PROGETTO DI TEATRO FISICO-POETICO
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Roma, Teatrosophia
AUT AUT
Margot Theatre Company
Martina Grandin, Michelangelo Raponi e Alice Staccioli
Regia Valentina Cognatti
fino al 25 gennaio
LA VALIGIA DELLE SCELTE
Quando ti trovi davanti a un bivio, imbóccalo!
Detto zen
La drammaturgia della Margot Theatre Company è espressione fisica allo stato puro attraverso un particolare dinamismo del corpo che dà nuova forma al mondo del teatro contemporaneo.
La centralità dell’opera Aut Aut è focalizzata su una valigia marrone, microcosmo attrattivo che ipnotizza il pubblico e trasforma gli attori in atomi. La scintilla intuitiva sta tutta nell’incipit: una ragazza col capo cinto da una ghirlanda d’alloro (una coinvolgente Martina Grandin nei panni di una neolaureata dopo la discussione della tesi) ringrazia vistosamente e a lungo una veritiera platea di sostenitori. Mi piace trasportare questa immagine nel linguaggio della fisica classica, nel mondo macroscopico, il cui determinismo delle regole è legato al rapporto causa/effetto, ovvero: date certe condizioni iniziali in un dato sistema, possiamo prevedere con certezza il suo comportamento futuro. Ma ecco che, d’improvviso, accade in scena qualcosa che ci fa passare dal macro al microcosmo, dal comportamento della natura sotto i nostri occhi a quello delle particelle infinitesimali. Dalla quinta di fondo entra una valigia lanciata in corsa. Verifichiamo così la risposta psicologica dello spettatore dominato dall’incertezza del probabile che sottende il mondo subatomico – per noi il subcosciente. Ecco quindi che
“L’accadere […] è piuttosto rimesso al gioco del caso” (Werner Heisenberg).
Alla prima attrice si accompagnano due coetanei compagni “di viaggio” (Michelangelo Raponi e Alice Staccioli) e la valigia che diventa di volta in volta occasione, possibilità, convenienza, momento propizio, circostanza favorevole e anche contenitore fisico di desideri, emozioni e sorprese del quotidiano.
Lo spettacolo in cartellone viene presentato come fusione tra “teatro di prosa, danza contemporanea e il physical theatre”: uno dei soliti stilemi fatti per attirare il pubblico ma, a mio avviso, questo è un annuncio-boomerang, perché non si tratta di prosa né tantomeno di danza (il terzo termine lo considero una trovata poco felice).
Margot Theatre Company è molto di più.
È un processo creativo incentrato, sì, nel movimento del corpo, ma contenente raffinatissimi semi intuitivi di una nuova espressione che tiene conto di una sceneggiatura capillare in perfetta sincronia con la musica (risultano del tutto superflue le poche battute verbali).
Siamo davanti a una svolta dell’attore/performer che interpreta e utilizza il processo creativo in un equilibrio dinamico legato alla ipotesi esistenzial/kierkedaardiana, allo spavento del bivio, all’aut aut della scelta, alla trasformazione di colui che soffre in colui che s’offre.
Mentre la brava e gioiosa Alice Staccioli ritrova il suo consenso interiore bloccando il suo tempo eterno nel gioco-fashion delle sottovesti e Martina Grandin nella costruzione di scatole-mondo, l’ottimo Michelangelo Raponi esprime l’inquietudine del maschio che vortica disperatamente alla ricerca di sé.
Scrive l’autore danese nel suo Diario (Dagbod):
Dopo la mia morte non si troverà nelle mie carte (e questa è la mia consolazione) una sola spiegazione di ciò che in verità ha riempito la mia vita.
Marco FIORAMANTI Roma 23 Gennaio 2026


