di Nica FIORI
“AEGYPTUS. Dal Nilo al Mediterraneo. Oasi e deserto in epoca romana”, tra reperti della cultura materiale e filmati immersivi relativi alle oasi del deserto occidentale
Un momento cruciale nella storia di Roma è il passaggio dalla Repubblica all’Impero, che avvenne poco dopo la sconfitta ad Azio (2 settembre del 31 a.C.) della flotta di Marco Antonio e Cleopatra VII, l’ultima regina d’Egitto, che si uccise per non cadere nelle mani del suo nemico Ottaviano (futuro Augusto). Quel momento storico segna anche la trasformazione del Regno egiziano in provincia romana, ma Roma si lasciò a sua volta conquistare da quel Paese esotico e misterioso, tanto che si potrebbe parlare di un’irrefrenabile passione per tutto ciò che proveniva dall’Egitto, paragonabile forse soltanto con l’egittomania che dominò la Francia dopo la spedizione napoleonica nella Valle del Nilo.
In realtà l’ultima dinastia di sovrani egiziani, quella macedone dei Tolomei, aveva già da tempo fatto conoscere le divinità e i miti egizi al mondo ellenistico e romano, introducendo i culti della dea Iside e del nuovo dio Serapide (nato dall’associazione di Osiride con Api), che tanto successo avrebbero avuto in tutto l’Impero. A Roma già nel II secolo a.C. è attestata la presenza di un iseo sul Campidoglio (in corrispondenza del transetto della chiesa di Santa Maria in Aracoeli), dovuto alla devozione privata dell’importante famiglia dei Metelli, e nello stesso secolo cominciano ad apparire le raffigurazioni a tema nilotico, a partire dal famoso mosaico di Palestrina, che era collocato in un edificio del Foro cittadino. Sono proprio due scene nilotiche su lastre Campana (provenienza ignota, fine I secolo a.C. – I d.C., MNR) con i tipici paesaggi popolati da coccodrilli, ippopotami e pigmei su barche, insieme ad altri reperti che testimoniano il fascino dell’Egitto nell’immaginario romano, ad accogliere i visitatori della mostra “AEGYPTUS – Dal Nilo al Mediterraneo. Oasi e deserto in epoca romana”, allestita nell’Aula Ottagona delle Terme di Diocleziano (Museo Nazionale Romano) dal 3 luglio al 15 novembre 2026.

La mostra ci parla dell’Egitto romano e lo fa in modo originale accostando alla tradizionale esposizione di reperti della cultura materiale quella di filmati immersivi che raccontano, in particolare, la presenza romana nelle oasi del deserto occidentale egiziano tra il I secolo a.C. e il V secolo d.C. Il progetto, ideato da Elisabetta Bruscolini, è curato da Alfonsina Russo, Angelo Piero Cappello, Federica Rinaldi e Alessio De Cristofaro ed Elisabetta Bruscolini nell’ambito delle attività di cooperazione culturale con l’Africa e il Mediterraneo.

Il percorso è costruito come una spirale che conduce al centro della sala, nel cuore della narrazione multimediale, caratterizzata da un mix tra ricerca scientifica, interpretazione artistica e innovazione tecnologica.
I materiali esposti nelle vetrine della spirale provengono dai ricchissimi depositi del MNR (ma anche dalla collezione egizia di Palazzo Altemps, una delle sedi del MNR) e dai recuperi del TPC, il nucleo dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale, che proprio nell’Aula Ottagona ha finora esposto a rotazione le opere d’arte sottratte a calamità naturali e antropiche, come guerre, saccheggi, scavi clandestini e furti, in seguito all’istituzione nel 2022 del Museo dell’Arte salvata.
Tra le opere in mostra troviamo diverse raffigurazioni delle divinità egiziane più venerate in epoca romana, in particolare alcuni bronzetti che mostrano Iside nella versione tradizionale con il sistro in mano, oppure con il timone in quanto Pelagia (protettrice dei naviganti), o con la cornucopia come Iside-Fortuna. Queste diverse versioni (I-II secolo d.C.) testimoniano la sua diffusione nel culto domestico, visto che le statuine erano ospitate nei larari delle case. Una raffigurazione più rara è presente nella stele rinvenuta a Fayum, Medinet Madi, che la presenta come una dea dal corpo di serpente, detta Thermutys (dono dell’archeologo Carlo Anti, II secolo d.C.). Poiché muta la pelle, il serpente è un simbolo di rinascita e, in quanto animale ctonio, legato alla terra e quindi alla fecondità, è un attributo di numerose grandi dee.

Di Serapide sono presenti due busti del II secolo d.C. e degli inizi del III d.C. (conservati a Palazzo Altemps, MNR), il primo in alabastro ambrato e l’altro in rosso antico (da non confondere con il porfido rosso). La sua iconografia con la barba e con in testa il modio (recipiente simbolo di fertilità) riprende quella del Serapeo di Alessandria.


Lo stesso Serapide appare in una lucerna bilicne (a due beccucci) ritrovata a Roma, con il busto emergente da un cespo d’acanto, mentre si è perso l’altro busto che presumibilmente doveva raffigurare Iside. Ricordiamo che il culto di Serapide venne introdotto da Tolomeo I intorno al 300 a.C. per dare una divinità che mettesse d’accordo i locali con i nuovi arrivati, e per questo il suo volto ricorda quello olimpico di Zeus.

Pure in mostra è una statuetta acefala di Osiride Chronocrator o Aion (da Roma, San Paolo, II-III secolo d.C., MNR), con un serpente che avvolge il corpo del dio a simboleggiare lo scorrere del tempo.
Di grande interesse è, inoltre, la piccola stele (III secolo a.C.) recuperata dal TPC, proveniente probabilmente da una tomba in Calabria, che raffigura il figlio di Iside e Osiride, Horus, nelle sue funzioni di guaritore, mentre tiene con le mani serpenti e scorpioni e calpesta i coccodrilli. La stele è tutta iscritta con formule magiche e presenta al di sopra di Horus la testa di Bes, un dio dalle fattezze mostruose che assicurava con la sua magia protezione alle famiglie e che ritroviamo in mostra anche in altri manufatti.


Una statuetta fittile di Arpocrate (I secolo d.C.) raffigura, invece, il dio fanciullo della tradizione egizio-ellenistica, corrispondente all’Horus bambino di epoca faraonica. Arpocrate è raffigurato con il dito alla bocca, un naturale gesto infantile che nel mondo greco-romano venne associato al silenzio e al segreto.

Una vetrina è dedicata ai culti funerari e presenta al centro una preziosa urna cineraria in alabastro egiziano cotognino, proveniente da un sepolcreto depredato di Ciampino, recuperata dal TPC in seguito alla segnalazione di una casa d’aste.
Numerose sono le statuine di ushabti (“quelli che rispondono”, ovvero i servitori), che venivano messe nelle tombe perché, animandosi magicamente, avrebbero dovuto compiere al posto dei defunti le faticose attività fisiche previste nell’aldilà.
Nei corredi funerari di epoca romana i geroglifici scritti sugli ushabti spesso sono solo un’imitazione grafica e non una scrittura realmente compresa.

Nelle tombe si trovavano pure i vasi canopi, ovvero i contenitori usati per i visceri estratti dal cadavere prima della mummificazione. Ricordiamo che il termine “canopo” deriva dal greco e somiglia, per la forma, al dio Canopo, un particolare aspetto di Osiride in forma di giara con testa umana, venerato nella città di Canopo, sul delta del Nilo. Un recupero del TPC è proprio relativo a questa divinità: anche se manca della testa, nel marmo della giara si è conservata la raffigurazione di un’edicola sorretta da uno scarabeo e affiancata dal falco Horus e da Arpocrate.


Quest’oggetto, databile al II secolo d.C., proviene dalla Sardegna, dove probabilmente doveva trovarsi in un iseo presso Porto Torres.
Una vetrina è dedicata ai templi dedicati alle divinità importate dall’Egitto: tra i reperti ricordiamo un bel capitello campaniforme con fiori di loto (III-I secolo a.C.), che viene dall’Egitto e fa ora parte dei magazzini del MNR, e un piede in marmo con un serpente (I secolo a.C.-I secolo d.C.), un oggetto dedicato a Iside che può simboleggiare sia il piede della divinità che è passata lì sia quello del devoto.

La conquista romana non solo favorì la costruzione di templi, a imitazione di quelli tolemaici (a Roma si ricorda soprattutto il grande Iseo Campense, così chiamato dalla sua collocazione in Campo Marzio), ma anche l’importazione di monoliti e sculture da utilizzare in edifici pubblici (pensiamo in particolare agli obelischi che vennero collocati nei circhi o a quello utilizzato come gnomone nell’Horologium di Augusto) e privati.
Da una villa privata provengono le sculture di Villa Grandi, tra cui una statua di Iside Fortuna e quella di un fanciullo affiancato da un coccodrillo. Queste sculture, esposte per la prima volta tutte insieme, furono rinvenute nel Novecento presso Porta Latina (Roma) in due successivi momenti, all’interno di due ambienti decorati che appartenevano alla domus degli Aradii, una benestante famiglia di origini africane che ricoprì importanti ruoli politici a Roma tra il III e il IV secolo d.C.

Ricordiamo che nella capitale e nel resto dell’Impero, oltre ai marmi lavorati, giungevano dall’Egitto pietre ancora grezze (in particolare i graniti e il prezioso porfido rosso), la cui estrazione era regolata direttamente dall’amministrazione imperiale. Gli imperatori romani, infatti, in quanto successori dei Faraoni (e come tali si fecero raffigurare nei templi egiziani, a partire da Augusto che si fece raffigurare nel tempio di Karnak), erano padroni assoluti delle ricchezze minerarie del paese. Una litoteca presenta campioni di varie pietre egiziane, provenienti da cave diverse.

Tra le altre opere esposte nella mostra, ricordiamo anche i sequestri da parte dei carabinieri del TPC di due statue frammentarie di faraoni, tra cui quella di Tolomeo XII Aulete (il padre di Cleopatra VII) di provenienza ignota, di maschere funerarie in legno, di oggetti artigianali copti (tra cui croci e tessuti) e anche di una serie di falsi, alcuni dei quali imitano capolavori del periodo di Tell el Amarna (legato al faraone monoteista Akhenaton), conservati nel Neues Museum di Berlino.
Ma, tornando alla storia dell’Egitto, bisogna riconoscere che l’emulazione e l’ammirazione da parte degli imperatori romani nei confronti di questa importante provincia, da cui provenivano ingenti quantitativi di grano, spezie e oggetti di lusso, si esplicitarono nel rispetto complessivo per la struttura amministrativa di base e del millenario clero locale, tanto che diversi templi di epoca faraonica vennero restaurati. Allo stesso tempo gli imperatori compresero l’importanza di esercitare il controllo sugli aridi territori desertici per garantire la sicurezza dello Stato e sfruttare l’intenso commercio che si svolgeva lungo le vie carovaniere. Ragion per cui vi edificarono santuari, fortezze e villaggi e resero le oasi più verdi e lussureggianti.
La mostra, come si legge nel comunicato stampa,
“vuole proporre la ricostruzione di questa epoca storica in cui le culture egizia, tolemaica e romana si incontrano, si scontrano e in parte si fondono nelle aree desertiche dell’Egitto, che diventano anche laboratori ingegneristici per la ricerca dell’acqua e lo sviluppo di colture in climi estremi, nonché simboli di sincretismo culturale e religioso”.
La collaborazione tra archeologia italiana ed egiziana, sotto l’egida del Ministero delle Antichità Egiziane, sta contribuendo a mettere in luce la realtà di quei luoghi, raccontata in mostra attraverso dei filmati che presentano alcuni importanti risultati degli scavi e delle ricerche focalizzate su un periodo ancora poco documentato, ma di grande interesse per comprendere l’espansione di Roma oltre il Mediterraneo.

Il primo materiale visivo proposto, “Aegyptus. L’antica Roma in Egitto”, è un’opera di videoarte realizzata dallo Studio Convertino & Designers: un’esperienza immersiva che trasporta i visitatori nel cuore delle oasi, tra le quali voglio ricordare quella del Fayum (a un centinaio di km a sud-ovest del Cairo), dalla quale provengono inconfondibili ritratti pittorici dai grandi occhi espressivi, realizzati tra il I e il III secolo d.C., che rappresentano l’evoluzione dell’antica maschera funeraria, in quanto venivano applicati sulle mummie in corrispondenza dei volti.
Attraverso l’uso di immagini in movimento (soldati, dromedari e gente del luogo), con musica e suoni a effetto, e la ricostruzione di alcuni siti, con un’attenzione particolare ai dettagli, come iscrizioni, colori e materiali particolari, si genera una percezione amplificata del fascino dei luoghi.

A seguire un filmato illustra il lavoro degli archeologi coinvolti nelle attività di ricerca in zone dove esistevano insediamenti greco-romani. Ad ognuna delle quattro missioni italiane è dedicato un focus visivo, che mostra dall’interno i cantieri di scavo in piena attività e alcuni reperti rinvenuti, nonché ricostruzioni digitali e tridimensionali di oggetti e strutture.
Chiude il percorso “I doni della Grande Oasi”, un filmato realizzato con l’intelligenza artificiale da Riccardo Boccuzzi, con la consulenza delle professoresse Paola Davoli e Corinna Rossi, che hanno contribuito fornendo il quadro storico e archeologico per orientare i processi generativi dell’IA.

Si tratta di un cortometraggio che, per la prima volta, ricostruisce con basi scientifiche l’aspetto che doveva avere un’oasi nel IV secolo d.C., visto attraverso la curiosità e lo stupore di una bambina del tempo.
Tutti i filmati, in quanto proiettati su uno schermo lungo e curvo, e pertanto spezzati in più visioni contemporanee, sono coinvolgenti, ma il racconto si svolge solo per immagini e suoni, e questa potrebbe essere una pecca, in quanto manca l’uso della parola.
Quest’esposizione è stata inaugurata a poca distanza dalla chiusura della mostra “Tesori dei Faraoni”, che ha avuto un grande successo di pubblico nelle Scuderie del Quirinale. Aegyptus potrebbe rappresentare, pertanto, una sorta di proseguimento nella nostra conoscenza dell’Egitto, con l’approfondimento storico del rapporto di Roma con la Valle del Nilo, che nella mostra delle Scuderie era solo vagamente accennato con l’esposizione della Mensa isiaca di provenienza romana (prestata dal Museo Egizio di Torino), mentre nell’Aula Ottagona i reperti egiziani di epoca romana sono numerosi, anche se meno preziosi, e proposti insieme alla visione di paesaggi desertici di grande fascino, così come dovevano apparire nei primi secoli d.C.
Nica FIORI Roma 19 Luglio 2026
“AEGYPTUS – Dal Nilo al Mediterraneo. Oasi e deserto in epoca romana”
Museo Nazionale Romano – Aula Ottagona delle Terme di Diocleziano
Roma Via Giuseppe Romita 8
Dal 3 luglio al 15 novembre 2026
Orario: dalle ore 09.00 alle 19.00 – Ultimo ingresso ore 18.00.
