di Chiara GRAZIANI
Un anno dopo la comparsa di Robert Francis Prevost alla loggia delle Benedizioni, papa eletto con il nome inatteso di Leone nonché alieno statunitense sospettato di “discontinuità” con l’amatissimo predecessore Francesco, possiamo dire che il successore è definitivamente
fatto. Leone XIV, peraltro senza mutare nulla nelle forme e nei contenuti della sua predicazione da sempre basata sulla sorellanza fra pace e giustizia sociale (nella carità), ha infatti deluso chi sperava nella bonaccia dopo la tempesta argentina e ha sorpreso chi troppo in fretta aveva temuto un’involuzione rispetto alla stagione di Bergoglio. Oggi Prevost, anche sentimentalmente, è quello che fu Francesco: amato, autorevole, interlocutore di tutti oltre i confini della Chiesa. Ed anche pop, come lo fu il predecessore.
Leone, che ha risvegliato fin dal nome la memoria di un Papa di due secoli fa che per primo mise al centro la protezione dei diritti dei lavoratori e le responsabilità del capitale, ha da subito fatto della rivoluzione bergogliana la cornice della sua predicazione. Francesco ha inventato l’ecologia integrale, un cambio di paradigma non ancora apprezzato in tutta la sua fecondità, che annuncia una sola, obbligata, via di salvezza e giustizia: la cura della casa comune ed il ribaltamento del “paradigma tecnocratico” basato sul primato del profitto e dell’”avidità” elevato a dogma dal neoliberismo. Lo sfruttamento delle risorse naturali e la violenza economica e fisica sui migranti sono figli della stessa ingiustizia globale che si finanzia con i conflitti. Non si salvano le persone se non si salva anche l’ambiente e viceversa. Non è una via fra le altre che la Chiesa suggerisce, aveva ammonito Francesco ma “la sola possibile”. Convinzione che, da subito, è emersa chiara dalle parole del successore che però, nella percezione popolare, avrebbe ancora scontato per un po’ il “pregiudizio dell’americano”: troppo sentimentalmente lontano, ancora alla prova.
E alla fine il messaggio è passato, gradualmente. Lentamente, una settimana dopo l’altra, abbiamo assistito alla nascita di un Papa nella percezione popolare. E quando nasce un Papa nell’immaginario empatico di chi aspetta una figura di riferimento e, alla fine, la riconosce, anche le parole già dette si illuminano, attraggono, si rivelano. Levatrice del nuovo Papa che nasceva, di certo anche l’ostilità calunniosa e arrogante del presidente degli Stati Uniti, talmente sconnesso con la realtà e, allo stesso tempo, immerso nel più gigantesco conflitto d’interessi da quando ne esiste uno – fa le guerre ed il piazzista d’armi – da elevare all’attenzione il suo mite avversario, predicatore disinteressato di pace e dialogo.
Il culmine del confronto fra i due è stato non il celebre post con il quale Trump insultava Leone “debole e terribile” e neppure la minaccia fatta pervenire via Pentagono di una nuova cattività avignonese. Leone rispose pacatamente “io non ho paura”, e fu tutto. Il culmine fu toccato, invece, quando Trump annunciò la “distruzione in una sola notte dell’Iran”. Minaccia dell’uso dell’arma nucleare, nella disponibilità sua ma anche dell’alleato Israele. Leone prese parola, da capo religioso e da avvocato del diritto internazionale nonché membro della comunità internazionale. “Oggi è stato minacciato l’intero popolo iraniano. E questo davvero non è accettabile”, disse il Papa la sera del 7 aprile lasciando Castel Gandolfo. Non solo. Leone ruppe il tabù statunitense che considera il Pontefice un capo di Stato straniero che non deve interferire. Chiese ad ogni uomo di coscienza di pregare. In più, da statunitense, chiese ai suoi connazionali di fare pressioni sui rappresentanti eletti, scrivendo ai congressmen per chiedere la fine della follia del Golfo (pena la perdita del voto). “Diciamo loro che siamo uomini di pace”, esortò. Peccato capitale per Trump che teme le elezioni di mid term come la peste, segnale potente negli Usa, linguaggio di azione per tutti. Ormai Leone era ufficialmente il nemico riconosciuto del “paradigma tecnocratico” che Bergoglio considerava la più pericolosa infrastruttura di peccato, portatrice di guerra e distruzione. In nome della salvezza della fratellanza umana, tutta intera. Fratelli tutti, nella casa comune.
Così il carisma di Leone si è dispiegato anche nei media senza ostacoli, con grande chiarezza e in coerenza con la sua spiritualità e visione di un mondo lacerato dall’ingiustizia che reclama rimedio. Come tra l’altro confermato dal libro “Liberi sotto la Grazia” (LEV, libreria editrice vaticana, 546 pagine, 26 euro) che ne raccoglie discorsi, messaggi ed omelie dal 2001 ad oggi, Robert Prevost, non ha fatto che continuare nella riflessione che pose 25 anni fa agli Agostiniani interrogandosi sulla tragedia delle Torri Gemelle, consumatasi pochi giorni prima:
“Come individuare vie attraverso le quali noi Agostiniani possiamo rispondere in modo adeguato a situazioni nel mondo che invocano un messaggio di pace e di giustizia? “
E ancora
“l’odio e la violenza continueranno ad aumentare finché tante persone saranno obbligate a vivere in estrema povertà, oppresse da così tante forme di ingiustizia”.
Il mondo rispose all’attacco agli Usa con la guerra. Lo statunitense Prevost, da priore generale degli Agostiniani, chiese di rispondere con la fine dell’ingiustizia e dell’oppressione. Come fa anche oggi.
E allora non sono una sorpresa gli allarmi sui rischi di un’intelligenza artificiale ogni giorno più nuova e più sperimentata nelle guerre e nella gestione disumanizzante del lavoro o la scelta per i poveri proclamata nella Dilexi Te o l’anatema contro chi invoca Dio – dalle parti della Casa Bianca – per legittimare la guerra:
“Gesù è il Re della pace. Un Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra, che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la rigetta dicendo:Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue» (omelia della Domenica delle Palme).
Si notano le novità di linguaggio. Leone, è stato poco notato, al concetto di “guerra giusta” svincolato dalle regole del diritto internazionale ha opposto quello di “giuste lotte” . Quelle per i diritti, da lui detti “sacrosanti”, alla casa, al lavoro, alla terra per i contadini. Lotta è una parola che Leone usa volentieri, anch’essa “disarmata e disarmante” come la pace che annuncia ma non per questo meno muscolare e meno controcorrente. Una lotta “perseverante” che richiede amore e tenacia, che “semina piccoli grani di senape” nella vicinanza a chi ha bisogno e nella creatività di chi sorge per emanciparsi dal bisogno.
Si rilegga il discorso al Giubileo dei movimenti popolari mondiali, ottobre 2025. Contiene tra l’altro spunti non secondari che potrebbero riemergere nell’enciclica attesa per il 2027, la prima del Papa delle “cose nuovissime” da porre al servizio della casa comune.
Parlando di “vecchie ingiustizie” e cose “nuove”, Leone ha detto ai rappresentanti dei movimenti (era ottobre):
“Poiché condividiamo tutti la stessa umanità, dobbiamo assicurarci che le “novità” siano gestite in modo adeguato. La questione non dovrebbe rimanere nelle mani delle élite politiche, scientifiche o accademiche, ma dovrebbe invece riguardare tutti noi. La creatività di cui Dio ha dotato gli esseri umani e che ha generato grandi progressi in molti ambiti, non è riuscita ancora ad affrontare al meglio le sfide della povertà e, perciò, non è riuscita a invertire la rotta sulla drammatica esclusione di milioni di persone che rimangono ai margini. Questo è un punto centrale nel dibattito sulle “cose nuove”. Dunque il problema non è la cosa nuova in sé ma la sua gestione che non può essere lasciata in mano alle élite”.
Esclusione, lotta, elite, Leone parla un linguaggio incarnato nella realtà, che la giudica per agire. L’ha definita l’ineludibile “dimensione sociale e politica” dell’annuncio cristiano, annuncio di inclusione. Ancora dal discorso ai movimenti popolari:
“Facendo eco alle richieste di Francesco, oggi dico: la terra, la casa e il lavoro sono diritti sacri, vale la pena lottare per essi, : e voglio che mi sentiate dire “Ci sto!”, “sono con voi”!”.
La forza di quell’”Io”, usato da un Papa per buttare il suo corpo nella mischia, ha rafforzato l’augurio ai rappresentanti dei movimenti:
“Che Egli, nella sua infinita bontà, vi dia il coraggio di una profezia evangelica, la perseveranza nella lotta, la speranza nel cuore, la creatività poetica”.
Profezia, lotta, speranza, creatività. Le armi della pace disarmata.
Un anno dopo, possiamo dunque dirlo, il successore è fatto. Leone è “passato” nel territorio emotivo in cui il Papa ed “il popolo” precedono connessi. Tempi nuovissimi per la Chiesa ma anche per il mondo.
Chiara GRAZIANI Roma 12 Maggio2026
