di Alberto CADOPPI
“Ad effectum fieri facendi unam tabullam picturae ab excellentissimo Domino Francisco Barberio e Cento vulgariter dicto il Guerzino Pictore famosissimo”
Nuovi documenti sul San Luca del Guercino del Nelson-Atkins Museum, un tempo in San Francesco a Reggio Emilia
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Reggio Emilia, il Guercino e il suo “caro amico” Aurelio Zanelletti
Dal 1598, con la perdita di Ferrara, il Ducato Estense si ridusse nella sostanza alle città di Modena, capitale, e di Reggio (poi detta “nell’Emilia”). Nel Seicento, peraltro, Reggio era sicuramente la “capitale artistica” del ducato[1]. Nella città emiliana – che allora peraltro era nota come Reggio di Lombardia – oltre ad alcune perle cinquecentesche (per tutte si può citare la celeberrima Notte del Correggio)[2] si trovavano soprattutto molti quadri e pitture dei maestri emiliani del primo Seicento[3]. Basti pensare alla splendida chiesa della Madonna della Ghiara, costruita fra il 1597 ed il 1610 circa, e decorata internamente nei decenni successivi con affreschi di Leonello Spada, Alessandro Tiarini, Carlo Bononi, Pietro Desani, Camillo Gavasseti, e Luca Ferrari, detto Luca da Reggio, e quadrature del bresciano Tommaso Sandrini[4]. Nella basilica reggiana, fra le pale d’altare, spiccava e ancora oggi spicca la splendida Crocifissione del Guercino, collocata nell’altare della Comunità (recentemente esposta nella mostra dedicata al grande pittore centese alle Scuderie del Quirinale) [5] (fig. 1).

In effetti, Reggio fu particolarmente sensibile all’arte del Guercino[6]. Non solo si trovavano in varie chiese della città numerose pale d’altare del Maestro bolognese d’adozione, alcune delle quali ancor oggi in loco, ma anche alcuni privati reggiani possedevano quadri del grande artista[7]. In particolare, possiamo ricordare, come vero e proprio collezionista del Guercino, Aurelio Zanelletti, un nobile reggiano che divenne anche, come meglio vedremo, un “caro amico” del pittore[8].
Lo Zanelletti[9] era nato a Reggio nel 1611 dal salinaro ducale Giulio, e si era laureato in entrambe le leggi a Bologna, come il fratello Valerio, canonico della cattedrale di Reggio. A partire dal 1647 – anno in cui si era trasferito in un bel palazzo posto nell’odierna via Don Zefferino Jodi in angolo con via Toschi – figura tra i committenti del Guercino nel “Libro dei conti” del pittore. Il 23 novembre di quell’anno aveva acquistato la Madonna e il bambino che stava sulla parete del letto dello stesso artista, quadro oggi disperso. Un simile acquisto già evidenziava l’amicizia intima fra i due[10]. Il 10 marzo 1649, il “Libro dei conti” registra il pagamento ricevuto dallo Zanelletti di una caparra di 6 doppie d’Italia per il quadro raffigurante Giuseppe e la moglie di Putifarre, oggi alla National Gallery of Art di Washington[11] (fig. 2).

Altro dipinto appaltato e comprato dal nobile reggiano al Guercino è un Amnone e Tamar, come pendant della tela precedente. Il quadro – una copia del quale finì nelle mani di Girolamo Bavoso di Venezia[12] – fu pagato il 26 marzo 1650, e si trova oggi col suo pendant a Washington[13] (fig. 3).

L’11 ottobre dello stesso anno Zanelletti comprò un San Pietro piangente, a mezza figura, per cui spese 10 doble d’Italia, ovvero 59 ducatoni[14]. Questo dipinto potrebbe coincidere con quello di uguale soggetto conservato oggi nella collezione della Cassa di Risparmio di Bologna (fig. 4), oppure con un dipinto proveniente dalla collezione Koelliker venduto ad un’asta Sotheby’s di New York il 1° gennaio 2009 (fig. 5). Forse questo fu l’ultimo quadro comprato dal Guercino dal nobile reggiano.


Questi però funse da intermediario per alcuni acquisti di opere dell’artista bolognese da parte di altri reggiani.
Ad esempio, lo Zanelletti ebbe verosimilmente un qualche ruolo nella commissione del bellissimo Susanna e i vecchioni comprato dal conte reggiano Paolo Parisetti nel 1649[15] (fig. 6).

Si consideri, a tal proposito, che lo Zanelletti abitava a pochi passi dal Parisetti, che come si sa risiedeva in via Toschi nel palazzo omonimo. E sicuramente Aurelio Zanelletti fece da intermediario nella committenza del Sant’Apollinare per la chiesa di Sant’Agostino in Reggio (1660) (fig. 7).

In quel caso, come è stato recentemente scoperto, fu la sorella dello Zanelletti ad acquistare il dipinto per collocarlo nella cappella del marito da poco defunto, il matematico reggiano Giovanni Antonio Rocca, al fine di adempiere alle sue volontà testamentarie. E ovviamente approfittò dell’amicizia fra il fratello e il pittore bolognese per procedere alla committenza[16].
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Il San Luca che mostra il ritratto della Vergine della chiesa di San Francesco: notizie edite
Un altro dipinto reggiano in cui figura il nome dello Zanelletti è il San Luca che mostra il ritratto della Vergine, oggi al Nelson-Atkins Museum di Kansas City[17] (fig. 8).

Si tratta di un quadro che raffigura in primo piano, a grandezza naturale, San Luca che reca nella mano sinistra una tavolozza da pittore, e che con la mano destra indica allo spettatore il quadro da lui realizzato raffigurante la Vergine e il Bambino, ancora collocato sul cavalletto. Dietro a San Luca si trova un Angelo, anch’esso a grandezza naturale, che rimira il quadro appena dipinto dal santo. Sulla destra, si vede un tavolo sopra il quale si trova uno dei simboli di San Luca, ovvero il bue, che viene qui raffigurato come piccolo fermalibro. Sullo sfondo, un cielo azzurro con poche nuvole, e una rovina, dietro ad una grande colonna. Il dipinto, ad olio su tela, misura cm. 221 x 180,3[18].
Sappiamo che a San Luca, che era anche pittore, vengono, e soprattutto venivano, attribuiti vari dipinti della Vergine.
Uno di questi è quello del santuario della Madonna di San Luca di Bologna, che però oggi sappiamo risalire al Medio Evo. Il Guercino, dunque, nel raffigurare il Santo in questo modo, oltre a richiamarne un attributo, in qualche modo recava omaggio alla stessa Madonna di San Luca, così cara agli abitanti della sua città di elezione[19].
E’ ben noto che un tempo il quadro si trovava nella chiesa dei conventuali di San Francesco di Reggio Emilia.
Cerchiamo di riepilogare ciò che si sa finora relativamente alla committenza di questo dipinto.
Il primo documento in proposito, pubblicato da tempo, è l’annotazione del pittore nel suo “Libro dei conti”, in data 15 febbraio 1655, della ricevuta di 240 ducatoni
“dal Padre fra Impolito francescano da Reggio” per “intiero pagamento del quadro del San Luca che fu ordinato dal signor Aurelio Zaneleti”[20].
Il Malvasia non registrava alcun San Luca del Guercino in tale periodo, ma collocava al 1652 l’esecuzione da parte dell’artista di
“una tavola d’altare con S. Luca in atto di aver dipinto la B.V. col Bambino, che mostra al popolo il ritratto, per la città di Reggio”,
evidentemente coincidente col nostro[21].
Si evidenziava così un gap cronologico difficilmente districabile. Il mistero venne in buona parte risolto da Elio Monducci nel 1982, in occasione della mostra che si tenne allora a Reggio Emilia sui Dipinti “reggiani” del Bonone e del Guercino. Lo studioso pubblicò nel Catalogo della mostra una lettera inedita del Barbieri datata 17 aprile 1653, inviata ad un padre del convento francescano di Reggio[22].
Nella lettera il pittore rispondeva ad una missiva inviatagli dal religioso, e riferiva di aver terminato il quadro del San Luca già da qualche tempo. Una volta completatolo, ne aveva dato avviso ad Aurelio Zanelletti, che a suo tempo l’aveva ordinato a nome e per conto dei frati, per farlo prelevare quando avesse voluto. Lo Zanelletti aveva risposto all’artista di non poter ancora prelevare il quadro, perché “il dannaro non era ancor del tutto pronto”, e che lo avrebbe avvisato quando l’intera somma per il pagamento fosse stata disponibile.
Da quel tempo il Guercino non aveva avuto più notizie
“né tampocco [aveva] procurato né di saperne cosa alcuna, né di sollicitare acciò il Quadro [fosse] levato”.
Aggiungeva, per rispondere al padre “circa […] l’’informatione che ella desidera sapere del presente negotio”, che, quanto al prezzo, egli aveva fin dall’inizio pattuito con “il signor Aureglio” – che lo aveva commissionato per i padri di San Francesco – 250 ducatoni, che era la sua “solita ricognitione” [NdR: per un quadro raffigurante due figure intere ed una mezza, visto che il pittore chiedeva normalmente 100 ducatoni per le figure intere e 50 per le mezze[23]].
Ma, aderendo all’istanza dello Zanelletti di usare verso i padri “qualche agevolezza”, aveva fatto uno sconto, riducendo il prezzo a 240 ducatoni. “E questo è il prezzo che allora fu stabilito”. Peraltro, il pittore non ricevette “né alhora né doppo dannaro alcuno, o per capparra, o per principio di sborso”. Cionondimeno, decise di dipingere il quadro “solo persuaso dalla parola del Signore Aureglio […], perché – precisava il Guercino –
fra tal Signore e me passa una correspondenza così grande, che la sola sua parola mi havrebbe fatto mettere a questa, et a maggior impresa; né mai ho dubitato, né dubbiterò per l’avenire della sua persona, havendone longa, et antica cognitione”.
Non solo. Così proseguiva il pittore: al fine di “farli vedere, quanto desideri servire e loro Padri, e lui istesso [ovvero lo Zanelletti]”, pur essendosi a suo tempo convenuto
“che nel Quadro io rappresentassi due sole figure intiere al naturale; io nondimeno, per più esprimere l’Historia, e per maggior compimento del Quadro vi ho agionto duoi angiolini de quali ne fo’ un dono alla sua Chiesa dove si metterà l’Opra”[24].
Per questo quadretto aggiunto, il Barbieri non avrebbe preteso “cosa alcuna in rincompensa se non qualche partecipatione delle Sue [del padre francescano] divote orationi”.
Così concludeva la missiva:
“Tengo perciò apresso di me il Quadro e della tardanza nel mandarlo a levare, l’assicuro, che non ne resto punto agravato, perché affidato dalla parola del Signore Aureglio, e dalla bontà di Vostra Signoria e suoi Padri, non vi è luogo di poter temere di cosa alcuna; quindi sto al loro commando et il sudetto, è ciò che da me puol dipendere in suo serviggio. Con che finisco, e riverentemente gli baccio le mani”.
Un altro documento pubblicato dal Monducci nel medesimo Catalogo aggiungeva un ulteriore tassello al puzzle della vicenda della committenza del quadro. Si trattava di una annotazione, in un libro di amministrazione, delle spese sostenute dai francescani conventuali di Reggio per il trasporto del quadro da Bologna a Reggio. La nota, datata 9 agosto 1655, attestava una compensazione di spese fra i fedecommissari della Cappella grande di S. Francesco e padre Ippolito Montagioli, presidente del convento di San Francesco, di
“lire nonanta cinque spese per l’occasione del quadro di S. Luca levato di Bologna dal studio del Signor Giovanni Francesco Barbieri detto il Cavaliere di Cento come appare da una lista essibita dal suddetto Padre Mastro Ippolito”. La nota era firmata da “Alessandro Brami uno dei fideicommissari”[25].
I due nuovi documenti pubblicati dal Monducci portavano maggiore chiarezza alla ricostruzione della vicenda. In primo luogo, il pittore aveva riferito nella lettera – dell’aprile 1653 – che già da tempo, a quell’epoca, aveva terminato il quadro. Questo spiegava il riferimento del Malvasia all’anno 1652 come data di esecuzione della pala del San Luca. Il Guercino aveva anche chiarito che chi aveva commissionato il quadro per il convento reggiano era stato Aurelio Zanelletti, e questo spiegava anche il riferimento di cui al “Libro dei conti” al nobile reggiano, menzionato come colui che aveva ordinato il dipinto.
L’appalto del quadro era dunque presumibilmente avvenuto o in quello stesso 1652[26], o “un po’ prima del ‘52”[27], e questo spiegava come fosse possibile che già nel corso del 1652 il maestro avesse concluso l’opera, come da segnalazione del Malvasia.
La lettera torna più volte sulla questione del prezzo pattuito tra il Guercino e lo Zanelletti, e sul fatto che fino a quel momento all’artista non era stato versato nulla, neppure a titolo di caparra, dal gentiluomo reggiano. Lo Zanelletti aveva infatti riferito al pittore che il denaro non era ancora integralmente pronto, e dunque non aveva mai prelevato la pala dallo studio dell’artista. Tuttavia, il Guercino rassicurava il padre – che evidentemente in una lettera a lui indirizzata gli aveva chiesto informazioni sul procedere della committenza – che si fidava talmente del suo caro amico Aurelio Zanelletti, da non preoccuparsi affatto di quel ritardo nel pagamento e nel ritiro dell’opera. Aggiungeva anzi, come abbiamo visto, che proprio per fare un favore all’amico reggiano, aveva da un lato scontato il prezzo a 240 ducatoni (dai 250 pattuiti inizialmente), e aveva aggiunto un piccolo quadretto raffigurante due angioletti, che avrebbe potuto fare da sopra-quadro alla pala d’altare una volta collocata in chiesa[28]. Quanto alla nota datata 9 agosto 1655, da essa si derivava che il quadro era stato ritirato a Bologna da padre Ippolito Montagioli durante il corso del 1655. E del resto l’annotazione del pagamento ricevuto dal pittore, nel libro dei conti, come abbiamo visto datava 15 febbraio 1655.
Insomma, il puzzle di questa tormentata committenza era stato in buona parte ricomposto. Mancavano comunque ancora alcune importanti tessere. Ad esempio, non si aveva traccia documentale dell’iniziale committenza da parte dei frati del dipinto[29], verosimilmente concordata più con l’intermediario Zanelletti che col pittore, con cui, come abbiamo già intuito, aveva trattato il gentiluomo reggiano direttamente, senza redigere contratti di sorta (nella lettera il Guercino scriveva che aveva dipinto il quadro “solo persuaso dalla parola del Signore Aureglio”). Inoltre, restava piuttosto oscuro il motivo di tali ritardi nei pagamenti al pittore, a cui neppure era stata versata una caparra iniziale.
Non era neppure chiarissima, inizialmente, la destinazione del quadro, che peraltro, a giudizio di Artioli e Monducci, doveva essere presumibilmente destinata all’altar maggiore della chiesa, visto che essa era stata anticamente dedicata a San Luca, originando dalla cappella di un palazzo imperiale donato al vescovo di Reggio nel 1224, intitolata al detto santo[30]. Su questo punto, un ulteriore passo avanti fu fatto da Eliot Rowlands nel 1996. Lo studioso americano dava per certa la collocazione della pala di San Luca all’altar maggiore, in base a vari documenti reperiti presso l’Archivio di Stato di Modena[31]. Così scriveva lo studioso americano:
“L’originale sito della pala del Guercino è ampiamente attestato nei documenti di San Francesco, ora conservati nell’Archivio di Stato di Modena. Finanziamenti per la decorazione dell’altar maggiore erano stati disposti dalla famiglia locale dei Ruggieri almeno dal 1513”. E aggiungeva: “Presumibilmente, il denaro per la pala venne da questa stessa fonte, benché i dettagli della committenza eseguita da Zanelletti rimangano sconosciuti”[32].
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I nuovi documenti: la storia della cappella maggiore e la committenza al Guercino
Vari inediti documenti ci danno la possibilità di ricostruire più compiutamente la storia della cappella maggiore della chiesa di San Francesco e della committenza al Guercino tramite il suo amico Zanelletti.
Il primo documento da considerare è il testamento del 22 ottobre 1474 del dottor Taddeo fu Bonifacio Ruggeri, appartenente a una delle più antiche e nobili famiglie di Reggio. Il giureconsulto disponeva di essere sepolto nella sua cappella in San Francesco, evidentemente già di patronato della famiglia. Si trattava in effetti della cappella maggiore della chiesa, dedicata a San Luca. Ordinava di comprare terreni a Cavriago o a Bibbiano per 200 fiorini; il reddito annuale derivante da tali terre avrebbe dovuto essere destinato dagli esecutori testamentari, per una terza parte, nell’abbellire la cappella, e per le restanti due parti sarebbe stato devoluto ai frati del convento francescano, con vari oneri di messe; nominava suoi fedecommissari il priore pro tempore dei canonici della cattedrale e il priore pro tempore del Collegio dei Notai di Reggio, oltre al seniore dei discendenti maschi della sua famiglia; nominava infine eredi universali i suoi figli dottore Ludovico, Antonio, Francesco e Federico[33].
Nel 1513, il figlio di Taddeo, Francesco, ribadiva le disposizioni testamentarie del padre, e aggiungeva un lascito di 100 ducatoni, che dovevano essere spesi entro 5 anni dalla sua morte dai fedecommissari dell’eredità del padre nell’acquisto di altre terre a Bibbiano o altrove; le entrate di quelle terre si sarebbero assommate a quelle già disposte dal padre, con le medesime destinazioni, per la fabbrica e manutenzione della cappella (per un terzo) e per i padri del convento (per due terzi).
Ogni anno al priore dei canonici e al priore dei notai sarebbero stati donati un paio di capponi; e in più, al priore del Collegio dei Notai sarebbe stato dato ogni anno un ducatone, con l’onere di tenere i conti delle rendite e delle spese per la cappella. Francesco nominava eredi universali i figli Bonifacio Maria, dottore in legge, e Federico, studente. Francesco morì il 3 marzo 1521[34].
Fu così che per secoli la cappella maggiore della chiesa di San Francesco fu finanziata da un terzo dei redditi prodotti ogni anno dalle terre derivanti dai cospicui lasciti di Taddeo e Francesco Ruggeri.
Abbiamo qualche notizia relativamente a lavori fatti alla cappella fra Cinquecento e Seicento. Ad esempio, il 27 febbraio 1581 i padri francescani si accordarono con i discendenti dei Ruggeri per lo spostamento e ampliamento del coro della loro chiesa. I padri desideravano spostare in avanti l’altare e porre nel fondo dell’abside il coro con i relativi scanni.
I Ruggeri accettarono questa modifica della cappella maggiore, ma con vari patti: la zona in piano immediatamente davanti all’altare con i tre o quattro gradini per scendere in chiesa, con l’altare stesso, sarebbe stata di pertinenza dei Ruggeri, che avrebbero mantenuto le loro ragioni anche sull’area retrostante; nella zona dei gradini i Ruggeri avrebbero potuto porre le loro insegne o armi, con iscrizioni a loro scelta; le cimase degli stalli del coro non avrebbero dovuto oltrepassare la base della pala d’altare (che dunque si trovava nella parete di fondo dell’abside); il coro doveva essere costituito da un solo ordine di stalli, per la ristrettezza del luogo; ai lati dell’altare i padri non avrebbero potuto porre nulla che impedisse la vista della cappella e del coro, anche se i religiosi avrebbero potuto far uso di tende come avveniva nella chiesa delle Grazie; in futuro qualsiasi ulteriore cambiamento avrebbe dovuto essere concordato coi fedecommissari dell’eredità Ruggeri; e la famiglia Ruggeri non avrebbe speso nulla nella fabbrica del nuovo coro[35].
Alcuni lavori di restauro alla cappella, e persino alle sue fondamenta, furono fatti fra il 1617 e il 1618, quando la stessa minacciava rovina[36]. Fra il 1624 e il 1625 si rifece l’altar maggiore con le due portelle ai lati dell’altare stesso. Il progettista ed esecutore di quelle opere fu l’architetto e scultore reggiano Francesco Pacchioni, allievo di Prospero Clemente, e un rogito del 13 settembre 1624 recava in allegato i capitoli dell’appalto sottoscritti dal Pacchioni, che avrebbe dovuto seguire il suo disegno approvato dalle parti[37]. Le due portelle sarebbero state lavorate e di pietra “masegna”, e avrebbero recato sopra, oltre a cartelli di pietra bianca, due statue di terracotta alte circa un metro e mezzo, rappresentanti San Francesco d’Assisi e Sant’Antonio da Padova. Il Pacchioni avrebbe anche allargato la scalinata dai lati. I lavori dovevano essere eseguiti entro il maggio 1625.

Nel 1626 vennero aggiunti dal Pacchioni due stemmi in marmo dei Ruggeri sopra le porte d’ingresso al coro[38] (fig. 9). Da una lista di spese allegata ad un rogito del 16 dicembre di quello stesso anno[39], si deriva che le statue erano state dipinte a finto bronzo da un pittore; tra gli ornamenti figuravano diademi in rame e una croce, ed un giglio in rame dorato. Il falegname aveva anche realizzato una “barella di noce” con l’arma dei Ruggeri.
Nel 1627 si fecero per il nuovo altare due grandi candelieri di ferro con fregi in ottone[40].
Le rendite dell’eredità dei Ruggeri si accrebbero ulteriormente a seguito di un accordo fra i fedecommissari e Adriana Ruggeri Ferrari, ultima discendente femmina di Taddeo e di Francesco Ruggeri, sancito da un rogito del 15 ottobre 1627[41]. I terreni dell’eredità furono infatti permutati, con l’aggiunta dei denari ottenuti, con una possessione di ben 66 biolche posta a Cadelbosco di Sotto; a questi beni andavano aggiunti un censo attivo col Comune, e alcune terre a Pieve Modolena.
Grazie a queste maggiori entrate, la cappella maggiore poté essere ulteriormente abbellita. Non abbiamo notizie di tutte le spese che si fecero in quegli anni, ma possiamo comunque riferire che, fra il 1641 e il 1642, si realizzarono due tende per le finestre del coro, nonché un pallio d’altare e un piviale, per cui venne comprato del tessuto di damasco rosso e oro[42]. Un altro pallio di damasco per l’altar maggiore fu eseguito nel novembre 1645[43]. Ma soprattutto, la florida situazione economica dell’eredità dei Ruggeri diede la possibilità ai fedecommissari di pensare alla sostituzione della pala dell’altar maggiore, con l’appalto di un nuovo quadro ad uno dei più celebri pittori dell’epoca, ovvero al Guercino.
L’inedito rogito con cui venne disposta la committenza fu rogato dal notaio Filippo Suzzari il 24 luglio 1651[44] (fig. 10).

Fig. 10: Rogito del 24 luglio 1651 (notaio Filippo Suzzari), con cui i fedecommissari dell’eredità dei Ruggeri affidano ad Aurelio Zanelletti l’incarico di appaltare al Guercino la pala del S. Luca per la chiesa di S. Francesco: particolare della prima pagina dello strumento notarile
Eccone in sintesi il contenuto[45]. Il reverendo Alessandro Brami, priore del Capitolo dei Canonici del duomo, e Giulio Roli, priore del Collegio dei Notai, come esecutori testamentari delle volontà di Taddeo e Francesco Brami, avendo deliberato di far dipingere un quadro rappresentante S. Luca e un’altra immagine, proporzionato alle misure del sito già formato nel coro della chiesa di S. Francesco, all’illustrissimo signore Gian Francesco Barbieri di Cento, abitante a Bologna, chiedono al dottore Aurelio Zanelletti, come amico stretto del pittore, di assumersi l’incombenza di appaltare la pala al pittore, per ducatoni 250 d’argento da lire 12 e soldi 12 per ciascun ducatone (o per un prezzo minore se sarà possibile); anticipano allo Zanelletti lire 722, e soldi 12 imperiali (ovvero all’incirca 60 ducatoni da lire 12 e soldi 12); e promettono di pagargli altri 50 ducatoni da lire 8 ciascuno entro 20 giorni, e il residuo alla consegna dell’opera a Reggio.
Ecco dunque come originò la commissione del San Luca al Guercino. E in effetti, in data 29 luglio, ovvero pochi giorni dopo, si trova una memoria di spese nel “Libro per le ricevute della Cappella maggiore” che attesta il pagamento da parte di padre Ippolito Montagioli allo Zanelletti d’ordine dei fedecommissari – a conto degli affitti della possessione di Cadelbosco – di L. 423 (corrispondenti a poco più dei 50 ducatoni da lire 8 promessi) “per il quadro [che] si fa fare a Bologna per servigio di detta Capella”[46].
Un altro documento inedito assai utile a comprendere come andarono le cose negli anni successivi è un rogito del 12 febbraio 1655[47] (fig. 11), col quale padre Ippolito Montagnoli di Reggio del convento di S. Francesco, agente a nome dei fedecommissari della cappella maggiore, rilasciava ricevuta ad Aurelio Zanelletti delle lire 2118, e soldi 9 ½, fino a quel momento pagate a detto gentiluomo per far dipingere la pala a Gian Francesco Barbieri “dicto il Guerzino pictore famosissimo” per la Cappella Ruggera di S. Francesco. I pagamenti erano attestati in primo luogo dal citato rogito del luglio 1651 del notaio Suzzari (per L. 722 – 12), e rispetto al residuo da una scrittura privata scritta di mano del detto Aurelio.

Al momento del rogito, l’ebreo Raffaele Foa, agente dello Zanelletti (che non era presente davanti al notaio), restituiva a padre Ippolito tutte le somme intascate negli anni precedenti dal nobiluomo reggiano. In tal modo, il padre francescano avrebbe potuto pagare il pittore a Bologna.
Cosa deriviamo da questi ultimi documenti? Naturalmente essi vanno letti in collegamento con gli altri dati già conosciuti della vicenda, e in particolare con il contenuto della lettera che il Guercino scrisse al padre francescano (probabilmente fra’ Ippolito) nell’aprile 1653.
Proviamo a ricostruire la vicenda.
Nel luglio 1651, i fedecommissari dell’eredità Ruggeri, a cui spettava la sovrintendenza alla fabbrica e alla manutenzione della cappella maggiore della chiesa di San Francesco, tramite padre Ippolito Montagioli, e con tanto di rogito notarile, avevano versato ad Aurelio Zanelletti 722 lire e soldi 12 imperiali, perché il nobiluomo reggiano, amicissimo del pittore, commissionasse al Guercino la pala del San Luca, dichiarandosi disposti a pagare in tutto 250 ducatoni (da lire 12 e soldi 12 per ciascun ducatone) all’artista. Lo Zanelletti effettivamente si accordò con il maestro bolognese, che anzi gli fece uno sconto, e ribassò il prezzo a 240 ducatoni.
Tuttavia, lo Zanelletti non versò al pittore alcuna caparra, e trattenne presso di sé le 722 lire e soldi 12 imperiali già ricevuti dai soprastanti alla cappella maggiore di San Francesco, approfittando della grande amicizia col Guercino. I padri di San Francesco, attingendo alle entrate dell’eredità Ruggeri, pagarono successivamente allo Zanelletti altre somme (ovvero circa 1336 lire). Il Guercino, nell’aprile 1653, rispondendo ad una lettera del padre francescano, lo informava che, pur avendo terminato il dipinto da tempo, fino a quel momento lo Zanelletti non gli aveva versato alcun denaro, né a titolo di caparra né a titolo di primo pagamento del prezzo. E anzi riferiva al frate di aver concesso all’amico Zanelletti uno sconto di 10 ducatoni sul prezzo inizialmente pattuito. Il pittore non era preoccupato dei ritardi nei pagamenti, e tranquillizzava il padre, riferendo che non avrebbe mai avuto timore alcuno di subire un torto, per la grande e antica amicizia che lo legava al gentiluomo reggiano.
Tuttavia, qualcosa non doveva aver funzionato nei rapporti fra i padri, i fedecommissari della cappella maggiore della chiesa di San Francesco, e lo Zanelletti. In base al contratto inziale del luglio 1651, il gentiluomo reggiano avrebbe dovuto versare un acconto iniziale al pittore. In realtà, non aveva versato nulla all’artista, approfittando dei buoni rapporti di amicizia che aveva con lui. Neppure aveva trasferito al Guercino i denari successivamente ricevuti dai padri, come attestava il rogito del 12 febbraio 1655. In sostanza, in tutti quegli anni – ben quattro dal momento del contratto e del versamento iniziale – si era trattenuto tutti i denari ricevuti per quella committenza, che ammontavano a ben 2118 lire, e soldi 9 e ½. Si trattava di poco più di 170 ducatoni da lire 12 e soldi 12 ciascuno. Considerando che al Guercino si dovevano versare 240 ducatoni di quel valore, in effetti mancavano altri 70 ducatoni circa per il completamento della somma dovuta al pittore.
Il padre era verosimilmente venuto a conoscenza degli inadempimenti dello Zanelletti direttamente dalla lettera del Guercino, a cui si era evidentemente rivolto per i dubbi che cominciava a nutrire riguardo alla vicenda. In conclusione, i padri – assecondati in ciò dai fedecommissari dell’eredità Ruggeri – ritennero opportuno farsi restituire i denari anticipati allo Zanelletti e provvedere direttamente al pagamento del quadro al Guercino.
Il comportamento dello Zanelletti forse non fu del tutto trasparente in questa vicenda. Tuttavia, va detto a discapito del gentiluomo reggiano che effettivamente – fino al febbraio 1655 – a lui i frati avevano versato poco più dei 2/3 del prezzo del quadro. Dunque, ciò che lo Zanelletti aveva riferito al suo amico pittore, e che lo stesso Maestro aveva attestato nella lettera dell’aprile 1653 – ovvero che il denaro per il pagamento “non era ancor del tutto pronto” – era tutto sommato corrispondente a verità. Ed anzi, neppure al febbraio 1655 l’intera somma necessaria era entrata nelle mani del “Signore Aureglio”.
Comunque, quel che più conta ai nostri fini è che il rogito del luglio 1651 ci dimostra che già a quella data, o pochissimo tempo dopo, Aurelio Zanelletti aveva commissionato la pala al Guercino. Grazie a questo documento, la collocazione dell’esecuzione del quadro al 1652 da parte del Malvasia – che aveva avuto accesso a carte del pittore oggi non più reperibili – viene ulteriormente confermata.
Le nuove carte d’archivio confermano anche che fu frate Ippolito, e non lo Zanelletti, a ritirare il quadro a Bologna il 15 febbraio 1655, data in cui in effetti nel libro dei conti di casa Barbieri si registrò la ricevuta dei 240 ducatoni da parte del padre francescano. Solo tre giorni prima (ovvero col rogito del 12 febbraio) padre Ippolito aveva avuto indietro dallo Zanelletti tutti i soldi che erano stati versati in quegli anni al gentiluomo reggiano per l’appalto del quadro[48].
Insomma, grazie ai nuovi documenti scoperti e pubblicati, si può dire che l’intera vicenda della committenza della pala del San Luca sia stata chiarita.
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Le successive vicende del dipinto
Le vicende successive della pala del Guercino sono note, e mi limiterò a riepilogarle qui brevemente. Il quadro venne collocato all’altar maggiore della chiesa, nella parete di fondo del coro. Purtroppo, rimase in loco solo mezzo secolo.
Un nuovo coro più grande era stato incominciato già nel 1684, ma non venne per molti anni portato a compimento[49]. Comunque, già nel settembre 1704 i padri francescani lamentavano lo stato di rovina della chiesa e affermavano che l’unica soluzione era la demolizione e la successiva ricostruzione[50]. La demolizione iniziò nel 1709. La costruzione della nuova chiesa fu affidata all’architetto Gian Maria Ferraroni, sicuramente il più importante architetto reggiano dell’epoca[51]. Nel 1710 il nuovo altar maggiore era pronto[52].
Nella confusione di quegli anni – una parte non del tutto abbattuta della chiesa era divenuta magazzino militare – il destino dei quadri della chiesa “vecchia” fu variegato. Alcuni di essi vennero restituiti ai patroni delle cappelle, e altri vennero venduti. Solo una parte dei vecchi proprietari delle cappelle ottennero una nuova cappella nella medesima chiesa[53].
Tutto ciò comportò perdite rilevanti, non solo relative alle pale d’altare, ma anche agli affreschi che decoravano le varie cappelle. Tra le cappelle distrutte, si può menzionare quella degli Scaruffi, commissionata dal famoso monetarista Gasparo nel 1580 a Lelio Orsi per la pala d’altare, e a Orazio Perucci per gli affreschi[54].
Il quadro dell’altar maggiore venne sostituito, perché a giudizio dei padri occorreva una pala raffigurante il santo dedicatario della chiesa, ovvero San Francesco. Ormai era troppo remota l’antica dedicazione a San Luca. Il 6 dicembre 1713 i frati commissionarono dunque ad un pittore non molto conosciuto, il parmense (o forse bolognese) Antonio Fratacci, allievo di Carlo Cignani, un’Estasi di San Francesco, con altre figure, e paese e due angeli, uno con il violino[55]. Al pittore, che aveva dipinto pure un altro quadro per il refettorio[56], vennero anche dati in contraccambio due quadri allora posti nel refettorio del convento, un San Bernardino e un San Paolo e Luca. Quest’ultimo, come appare chiaro, non coincideva con il San Luca del Guercino, anche se in passato talvolta si è avanzata questa ipotesi[57].
Quanto al capolavoro del maestro centese, come ha chiarito Eliot Rowlands nel suo volume sugli Italian Paintings del Nelson-Atkins Museum, nella primavera del 1721 i padri francescani chiesero ai loro superiori il permesso di poter vendere il dipinto, divenuto “superfluo”; veniva stimato circa 20 doppie, che si sarebbero impiegate nel “proseguimento della chiesa nuova”[58]. Il Collegio dei Cardinali di Roma, attraverso il cardinale Fabrizio Paolucci, diede il suo parere positivo il 23 maggio 1721, condizionato all’utilizzo del ricavato a favore della chiesa[59], e il Procuratore Generale dell’Ordine autorizzò la vendita il 7 giugno[60].
Non è stato reperito un contratto di vendita del quadro, ma un inventario del 1750 lo registra nella collezione del primo duca John Spencer (1708-1746) ad Althorp House nel Northamptonshire[61]. Il dipinto restò in proprietà degli Spencer fino a quando nel 1983 fu venduto all’asta al Museo Nelson-Atkins di Kansas City, dove ancor oggi si conserva[62].
Quanto al quadretto con i due Angioletti (cm. 47 x 61), aggiunto dal Guercino come dono ai frati reggiani, anch’esso si trovava nelle collezioni dei duchi Spencer, e venne venduto all’asta da Sotheby’s nel 1985, per finire in mani private[63]. Nel novembre/dicembre 2019, ricomparve in una mostra della Galleria bolognese Fondantico, che lo vendette ad un altro privato[64] (fig. 12).

Relativamente a questo dipinto, in passato si era ipotizzato che potesse originariamente costituire un tutt’uno con la tela del San Luca [65], ma questa tesi è stata ampiamente superata a partire dalle convincenti considerazioni di Denis Mahon, che aveva rilevato come, da un lato, la collocazione dei due cherubini sopra il dipinto del San Luca sarebbe stata difficilmente compatibile con gli abituali schemi compositivi del Maestro; e, dall’altro, come il Guercino avesse già sperimentato in altre occasioni l’utilizzo del “sopraqquadro” a completamento del dipinto principale[66]. Rowlands ha anche rilevato che le stesse parole usate dal Guercino nella sua lettera dell’aprile 1653 depongono a favore di un quadro distinto dalla pala del S. Luca[67].
In effetti, anche nella ri-trascrizione qui proposta [68], la lettera sembra far chiaramente riferimento ad un quadretto separato. Il pittore aveva scritto:
“essendo convenuti assieme, che nel Quadro io rapresentassi due sole figure intiere al naturale; io nondimeno per più esprimere l’Historia, e per maggior compimento del Quadro vi ho agionto duoi Angiolini, de quali ne fo’ un dono alla sua Chiesa dove si metterà l’Opra”.
Il riferimento alla collocazione “dove si metterà l’Opra” – precedentemente trascritto con la meno appropriata locuzione: “dove si rimetterà l’opra” – evidenzia che il Maestro desiderava che il piccolo dipinto venisse accostato (superiormente) alla pala del San Luca. Una precisazione che non avrebbe avuto senso alcuno se si fosse trattato di un dipinto unico[69].
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Quadri reggiani perduti
Questa è la storia di uno (anzi due, a questo punto) dei tanti capolavori che si trovavano a Reggio Emilia – vera “capitale artistica del Ducato Estense” – nel Seicento. Come tanti altri gioielli d’arte, finì molto lontano dalla città per cui era stato originariamente commissionato.
In molti casi, la spoliazione di Reggio dipese dalla voracità dei duchi di Modena, che per arricchire la loro Galleria, senza farsi troppi scrupoli, depredarono sistematicamente la città sia nel Seicento che nel Settecento (l’episodio del furto notturno della Notte del Correggio a metà Seicento fu il più clamoroso di una lunga serie di sottrazioni, pur non tutte “gratuite”). Tuttavia, in alcuni casi furono i reggiani (privati, enti religiosi, corporazioni) a vendere le opere che davano lustro alla loro città. L’esempio della recentemente ritrovata Crocifissione di Palma il Giovane – un tempo nella chiesa di San Rocco a Reggio, venduta entro la metà dell’Ottocento dal parroco, e finito dapprima a Venezia (nella collezione Brass), e poi al Met di New York grazie alla donazione di Robert Lehman – è uno tra i più emblematici[70].
In questo caso, poi, si tratta del Guercino, “Pictore famosissimo”, come recitava il rogito del febbraio 1655 con cui lo Zanelletti aveva restituito a fra’ Ippolito i denari destinati a pagare il dipinto. E’ un vero peccato che i padri francescani reggiani lo abbiano ritenuto “superfluo” per la loro chiesa nel 1721. L’unica consolazione è che ora, nel bellissimo Nelson-Atkins Museum di Kansas City, è adeguatamente valorizzato e può essere ammirato da migliaia di visitatori provenienti da ogni parte del mondo.
Appendice A
Documenti inediti
I
Reggio Emilia, 12 settembre 1624: rogito col quale i fedecommissari dell’eredità di Taddeo Ruggeri deliberano di accettare il disegno dell’architetto e scultore Francesco Pacchioni di rifacimento dell’altare maggiore della chiesa di San Francesco, e danno mandato al padre Guardiano Agostino Fermi di stipulare il contratto con il Pacchioni
“In Christi nomine amen: anno circumcisionis eiusdem
1624 indictione 7 die 12 7bris
Convocati, er congregati in camera annexa scaristiae cathedralis Regij perillustres Domini fideicommissarij hereditatis quondam Perillustris et excellentissimi Domini Thadei Rugerij senioris:
Reverendus Dominus Paulus Boccatius Prior perreverendorum Dominorum canonicarum cathedralis Regij;
Dominus Stephanus Ghisonus prior Dominorum Notariorum Regij;
Dominus Antonius Thadeus Rugerius senior descendentibus Perillustris quondam Domini Thadei senioris
Devenerunt ad infrascripta positis partitis ad fabas albas, et nigras, videlicet:
Che rispetto la fabrica che intendono fare i Reverendi padri di Santo Francesco per ornamento della Capella maggiora nella chiesa di Santo Francesco qual Capella Maggiora è del detto già Signor Tadeo seniore, s’accetta il disegno fatto dal Signor Francesco Pachioni cioè quella parte ove è lasciato sopra Santo Antonio da Padua sottoscritta da i detti Signori fideicommissari, OBTENTUM; et acciò che si possa dar principio a detta fabrica, da ridurla quanto prima a quel decoro che si conviene, si dia authorità al Signor Antonio Tadeo far i computi con gli eredi del già Signor Andrea Gabbi già economo dell’heredità, con saldargli, et far loro fini, et de i denari che si stornino in mano del Signor Jacopo Botti moderno economo di detta heredità per spendergli in detta fabrica, et sopravanzandone si spendino in far paramenti et altri ornamenti per detto altare, secondo parerà a detti Signori fideicommissarij, OBTENTUM;
presenti il Reverendo frate Andrea da Carpi di detto ordine, et il Signor Francesco del già Messere Prospero Pachioni cittadino Regiano testimonij chiamati.
Che il padre Guardiano di detta chiesa habbia autorità di saldare il prezzo con Signor Francesco Pachioni e stabilire i capitoli, e fargli il rogito purché il prezzo d’ogni cosa con la scallinata non ecceda ducatoni 150 da lire 8 l’uno, OBTENTUM.
Ego Nicolaus Andriolus notarius rogatus fui”
(notaio Nicolò Andreoli, in ASRE, b. 1930, n. 296).
II
Reggio Emilia, 13 settembre 1624: rogito con cui padre Agostino Fermi, guardiano del convento di San Francesco di Reggio, in esecuzione del mandato conferitogli dai fedecommissari dell’eredità di Taddeo Ruggeri, stipula il contratto di appalto del nuovo altare maggiore della chiesa di San Francesco con due portelle e scalinata, con l’architetto e scultore Francesco Pacchioni, in conformità cool disegno approvato, per un compenso di 150 ducatoni; al rogito sono allegati i capitoli dell’appalto all’architetto Francesco Pacchioni; la consegna è prevista entro il mese di maggio 1625
“In Christi nomine amen anno circumcisionis eiusdem
1624 indictione 7ª die 13 7bris
Admodum Reverendus Pater Frater Augustinus de Firmis regiensis Guardianus conventus Sancti Francisci Regij uti qui habet authoritatem per Illustrissimis Dominis Fideicommissarijs olim perillustris et excellentissimi domini Thadei senioris de Rugerijs ex partito heri a me rogato ad quod, etc., et Magnificus Dominus Franciscus quondam Domini Prosperi Pachioni civis reginus devenerunt ad infrascriptum accordium fabricandi Altare Maius in Ecclesia Sancti Francisci predicti, cum duabus portellis et parte scalinata iuxta delineationem nominatam in dicto meo partito a dictis Dominis fideicommissarijs subscriptam, existentem penes dictum Dominum Pachionum, etc., promittens dictus Dominus Pachionus facere predicta iuxta continentium capitulorum inter dictas partes factorum pro pretio de quo in eadem lista solvendo [seguono formule di rito].
Hic cadunt capitula signata †
Actum Regij in Monasterio Sancti Francisci in camera dicti Patris Guardiani [presenti vari testimoni].
[allegato] † Nel nome di Dio 1624 adì 13 setembre
Capitoli, in conformità de quali si farranno le due portelle dalli lati del Altare maggiore in Santo Francesco, et altre fatture, et prima
Si farranno le due portelle come sopra di buona pietra di Masegna, lavorate conforme la parte del dissegno sopra quale è disegnato il Santo Antonio, et nella parte dinanzi in maestà come l’altare con gli suoi ornamenti conforme esso dissegno sottoscritto dalli signori fideicommissari ma le parti delle dette portelle verso il Choro sarrano lavorate soglie senza altro ornamento, ma ben batute con diligenza;
Si farrano li cartelli dissegnati sopra il forame delle dette portelle di pietra biancha, et parimenti gli piedistalli sopra quali vanno poste le figure fra gli Remenati, si faranno dicco da alltra sorte pietre belle da potersi lustrare come anco le urnette sopra detti Remenati;
Si farranno duoi Santi cioè Santo Francesco et Santo Antonio da Padova di terra cotta d’altezza di braccia 3 in circa –
Si lavoreranno, et intaglieranno con ogni diligenza et si metterano in opera dette portelle per tutto il mese prossimo di Maggio del 1625 et anco più presto se sarrà possibile –
Si slargeranno gli scalini per fianco della scalinata atorno di presente a suddetto Altare della medesima largezza che sono quelli dinanzi a esso Altare; con conditione, se non vi sarrà fondamento fatto per poterli slargare, che in tal caso gli signori dell’opera diano la materia pertinente a le spese della fattura che sarà necessaria per fare detti fondamenti, et essendovi fondato il conduttore sarrà tenuto fare detti scallini, et le suddette portelle a proprie spese; [barrato nell’originale];
Volendosi abbassare l’Altare mentre che il volto di esso non possa restarvi nil abbassato, siano anco tenuti essi signori a spese come sopra dare tutta la materia pertinente per fare detto volto particolarmente il gresso –
Per sudette fatture tutte come sopra il conduttore sarrà tenuto doppo lavorate che sarrano da huomo da bene, et messe in opera, essi saranno tenuti così d’accordo suddetti signori dare e pagare al conduttore ducatoni cento cinquanta a L. 8 per ciascuno ducatone — ducatoni 150.
Cioè in questo modo prima per capara e principio di pagamento daranno ducatoni cinquanta — ducatoni 50
Mentre si lavoreranno le pietre altri ducatoni 50. in 60. in più volte –
Et il residuo del detto prezzo finita l’opera –
In fede di che io Francesco Pacchioni scrissi, et affermo come sopra”.
(notaio Nicolò Andreoli, in ASRE, b. 1930, n. 296).
III
Reggio Emilia, 17 ottobre 1626: Fra Ippolito da Reggio, guardiano di S. Francesco comunica ai fedecommissari dell’eredità Ruggeri che a Francesco Pacchioni devono ancora essere pagate 50 lire per aver aggiunto sopra le porte nell’ingresso del coro della chiesa due marmi su cui è scolpito lo stemma Ruggeri
“Molt’Illustri Signori fideicommissari della capella maggiore di San Francesco
Resteranno servite le Signorie Vostre di dare per adesso al Signore Francesco Pacchioni lire cinquanta per havere aggiunto sopra le porte nell’ingresso del choro della chiesa duoi pezzi di marmo dentro li quali sono scolpite l’armi dei Signori Ruggieri, e gli baccio le mani. Dal convento come di sopra li 17 8bre 1626.
Delle Signorie Vostre molto illustri
Affezionatissimo servitore
Fra Hippolito da Reggio Guardiano
Io Paolo Boccaccio mi compiacio ch’il / Notaro facia il mandato al Signore / Tesoriero del Monte per sudetta / quantità di denari.
Io Steffano Ghisoni Priore del Colleggio delli Notari et uno de fideicommissari mi contento che il Signor Nicolò Andreoli notaro faccia il suddetto mandato al Signor Tesoriere del Santo Monte.
Adì 17 novembre 1626. Fu fatto il mandato al Signor Tesoriero del Santo Monte. Nicolò Andreoli”.
(notaio Nicolò Andreoli, in ASRE, b. 1931, senza numero)
IV
Reggio Emilia, 24 luglio 1651: i fedecommissari dell’eredità Ruggeri, il canonico Alessandro Brami e il notaio Giulio Roli, si accordano con Aurelio Zanelletti perché il gentiluomo reggiano, amico intimo del Guercino, appalti al pittore una pala per l’altar maggiore della chiesa di San Francesco, raffigurante San Luca e un’altra immagine, per il prezzo massimo di 250 ducatoni da lire 12 e soldi 12 per ciascun ducatone, e a tal scopo versano allo Zanelletti lire 722 e soldi 12 imperiali, e si impegnano a versare al gentiluomo reggiano altri 50 ducatoni da lire 8 entro 20 giorni; il residuo del prezzo sarà pagato alla consegna del quadro nella città di Reggio
“Hereditatis Ruggeriae cum Domino Aurelio Zannelleto Conventio, et solutio
In Christi nomine Amen Anno Circumcisionis eiusdem 1651 Indictione 4., die vigesima quarta Julij.
Cum valde Illustrissimum et perReverendum Dominum Alexandrum Brameum Jurisconsultum, ac nobilem, et Canonicum Cathedralis huius Civitatis, Prioremque meritissimum dicti Capituli, et Perillustrem Dominum Julium Rolium, Civem, et Notarium Regiensem Prioremque Collegij Illustrium Dominorum Notariorum huiusmet Civitatis, spectet tamquam Priores predictos, et fideicommissarios hereditatis olim Perillustrium Dominorum Taddei Francisci Patris, et filij respective de Ruggerijs errogare tertiam partem redditum bonorum hereditatis eorum, detractis nonnullis preci[bu]s ordinatis in eorum testamento rogato ab olim Illustrissimo [vacat] Lanceo notario regiense ad quod in ornatu Altaris maioris et Cappelle Ecclesie Sancti Francisci huius Civitatis ad honorem Dei, et pro maiori dicte Ecclesie et Altaris predicti devotione, cumque deliberaverint ipsi Domini Brameus, et Rolius fideicommissarij predicti pingere facere tabulam in qua presentetur imago Divi Lucae, et alia imaginis limitandae per dictos Dominos fideicommissarios altitudinis, et latitudinis respective proportionabilis situi iam formato in Choro dictae Ecclesiae pictam manu Perillustris Domini Joannis Francisci Barberij de Cento, habitatoris tamen a nonnullis annis citra in Civitate Bononiae, requisiverunt Perillustrem et excellentissimum Dominum Doctorem Aurelium Zannelletum nobilem pariter Regiensem, uti amicum coniunctum dicti Domini Joannis Francisci ut vellit pro adimplendo intentioni ipsorum Dominorum fideicommissariorum favere ipsi Domini et accipere incumbentiam huiusmodi perfecti effectus; qui Dominus Zannelletus presens se obtulit et offert ac obligavit et obligat dictam tabulam pingere facere dicto Domino Joanni Francisco et quod perfectu tempore competenti, nisi aliquis accidentalis casus eveniat, dicto Domino Joanni Francisco consignetur, et liberam, et perfectam expeditam dictis Dominis fideicommissarijs modo superius expresso pro ducatonis ducentum quinquagintam argenteis, valente qualibet ducatono libras duodecim, et solidis duodecim, et etiam pro minori pretio si erit possibile, pro cuique solvendo modo inferius exprimendo, pro ut dicti fideicommissarij dictos ducatonos Ducentum [sic!] solvere promittendi, ad quod computum, et pro solutione anticipata hic in presentia, dederunt consignaverunt, et relexaverunt dicto Domino Zannelleto ad se trahenti, et recipienti Appocam Dominorum fratrum de Panizzatis continentem summam librarum septingentum viginti duarum, et solidorum duodecim imperialium quas dictus Dominus Zannelletus compensationiones facere promisit per dictum Dominum Joannem Franciscum in pretio tabulae predictae, ut supra convento. Alios ducatonos 50 a libris octo convenerunt solvere in termino dierum viginti. Ressiduum vero pretij predicti dicti Domini fideicommissarij nomine predicto et previo protestantur in preces facta in principio medio, et fine presentis instrumenti; quam precem quam dicant, vel faciant dicere aut facturi sint cum intendunt se se in quicque obligant, sed tantum dictam hereditatem solvere statim terminata dicta tabula, et ea perventa in hac civitate Regij, sine damnis et cetera, aliqua ulla exceptione et cetera in pecunijs et cetera hic Regij.
Hac conditione tamen quod per solutionem dictorum ducatonum ducentum quinquaginta argenteorum adimpletam sint et intelligantur omnia ex parte dictorum Dominorum fideicommissariorum adimplendo, ac non teneantur ad ullas alias expensas.
In domo dicti Domini Canonici siti in vicinia Sancti Petri [con testimoni]”.
(notaio Filippo Suzzari, in ASRE, notarile, b. 2599, n. 131)
V
Reggio Emilia, 29 luglio 1651: Alessandro Brami, uno dei fedecommissari dell’eredità Ruggeri sconta a padre Ippolito Montagioli dagli affitti della possessione di Cadelbosco (per la terza parte destinata alle spese per la cappella maggiore di San Francesco) lire 423 che il frate ha pagato ad Aurelio Zanelletti per il quadro che si fa fare dal Guercino a Bologna
“Per la terza parte dell’affitto tocca alla Capella maggiore di S. Francesco per la possessione della Ca’ del Bosco pagò il P. Maestro Hippolito Montagioli infrascritto di nostro ordine al Sig. Aurelio Zanelletti per il quadro si fa fare a Bologna per servigio di detta Capella L. 423 sono per la rata dell’anno 1650 havendole fatte buone le spese che all’hora si videro nella lista essibita ond’in fede dico L. 423. / Alessandro Brami uno de fideicommissari testamentari”
(Dal “Libro per le ricevute della Cappella maggiore”, in ASMO, Soppressioni napoleoniche, Corporazioni soppresse, Francescani conventuali di Reggio, b. 3032, ad datam)
VI
Reggio Emilia, 12 febbraio 1655: padre Ippolito Montagnoli del convento di S. Francesco, agente a nome dei fedecommissari della cappella maggiore, rilascia quietanza ad Aurelio Zanelletti, con patto liberatorio di nulla chiedere in futuro, delle lire 2118, e soldi 9 ½ versate a detto Aurelio in due rate, una di L. 722, come da rogito del notaio Suzzari, e un’altra per il residuo, come da ricevuta scritta di mano del detto Aurelio, per far fare una pittura al Guercino per la Cappella predetta, e Raffaele Foa, agente di detto Aurelio, consegna a padre Ippolito le L. 2118 e soldi 9 ½ perché questi le possa pagare al pittore a Bologna
“J. C. D. Aurelij Zaneletti cum fideicommissarijs Capellae Ruggeriae finis
In Christi nomine amen
1655 Indictione 8 die 12 februarij
Admodum Reverendus Pater Magister Hyppolito [sic] de Montagnolis de Reggio ordinis minorum conventualium Sancti Francisci ibi presens sponte etc., ac alias omni etc., agens etiam vice, et nomine infrascriptorum Dominorum fideicommissariorum infrascriptae Capellae pro quibus etiam promissit de rato etc., quatenus etc., fecit, et facit Illustrissimo et Excellentissimo Juris Utroque Doctori Aurelio Zaneletto et quondam Illustrissimi Domini Julij nobili Regij licet absenti me tamen notario finem quietationem absolutionem, et pactum pretium liberatorium de ulterius quidquid in futuro non petendo, et de libris duarum millium centum decem octo et solidis novem cum dimidio ulterius per eundem Patrem Magistrum Hippolitum relaxatis penes eundem Dominum Aurelium, ut dixit apparere respectu summae librarum 722, et de consensu, et voluntate Illustrissimi et Admodum Reverendi Domini Alexandri Bramei Prioris tunc Dominorum Canonicarum Cathedralis, et Perillustris Domini Julij Rolij, tunc temporis Prioris Collegij Dominorum Notariorum Regij, uti fideicommissariorum infrascriptae Capellae Ruggeriae ex instrumento rogato ab Illustrissimo Domino Philippo Suzario notario Regij ad quod, et respectu residui dictorum librarum 2118 – 9 – 6 dixit aparere ex scriptura privata conscripta manu eiusdem Domini Aurelij ad effectum fieri facendi unam tabullam picturae ab excellentissimo Domino Francisco Barberio e Cento vulgariter dicto il Guerzino Pictore famosissimo pro servitio Capellae Ruggeriae, positae in Ecclesia Monasterij eiusdem ordinis Sancti Francisci Regij, cassans dictus Pater Magister Hippolitus dictum instrumentum, nec non dictam scripturam, promittens, et hoc quia Magnificus Raphael Foa Agens dicti Aurelij ibi sua, etc., de pecunijs eiusdem Domini Zaneletti prout dixit ad meam stipulationem, etc., dedit et exbursavit dictas libras 2118 – 9 – 6 dicto Patri Magistro Hippolitho presenti et eas ad se trahenti in tot bonis monetis aureis dictam summam facientibus, etc., ut tot, etc., aut, etc., ad effectum eos solvendi Bononiae in manibus dicti Barberij Pictoris antedicti pro pretio dictae tabulae picturae ab eo fabricatae de ordine dicti Domini Zaneletti iuxta mentem, et voluntatem dictorum Dominorum fideicommissariorum, et dicti Patris Magistri Hippolithi, et iuxta intentionem dicti Domini Zaneletti per eum alias datam, et ut dicitur etiam constare ex dicto Domini Suzarij instrumento, ac etiam ex dicta scriptura conscripta manu dicti Domini Zaneletti, quam dictus Pater Magister Hippolithus hic relaxavit dicto Mangifico Raphaeli presenti, et eam ad se trahenti, etc. Et ipsa omnia, etc. Super quibus, etc.
Actum Regij in dicto Monasterio, et in refectorio ibidem presentibus admodum Reverendo Nicola Borzano Cive, et Sacerdote Regij, et Domino Angelo Seclario quondam Domini Joannis Baptistae testibus
Ego Benedictis Ferrarius rogatus fui”.
(Notaio Benedetto Ferrari, in ASRE, Notarile, b. 2472, n. 188).
Appendice B
Documenti editi
I
Bologna, 1653, 17 aprile: lettera del Guercino a un padre del convento di S. Francesco, in cui attesta di aver già terminato il quadro di San Luca ordinato da Aurelio Zanelletti da qualche tempo, ma di non aver ricevuto ancora alcun compenso né caparra; il prezzo è stato ridotto a 240 ducatoni per gentilezza verso lo Zanelletti, suo caro amico, e verso il convento; il pittore ha aggiunto come omaggio un altro piccolo quadretto raffigurante due angioletti; il Guercino rassicura il padre di non avere fretta di essere pagato e che può trattenere presso di sé la tela ancora per altro tempo
“Molto Reverendo Padre, mio Signore e Padrone osservandissimo.
Qualche tempo è che già io fornij il Quadro del S. Luca di cui Vostra Signoria mi scrive, e finito che fu ne diedi aviso al Signore Aureglio Zaneletti, come quello che l’haveva ordinato, acciò ad ogni suo commodo potesse mandarlo a levare, perché era in termine; esso subbito mi rispose che lo tenessi così a sua requisitione; perché il dannaro non era ancor del tutto pronto, e che quando fosse stato, me ne havrebbe dato aviso. Io per tanto da quel tempo in qua più non ho inteso altro circa tal particolare, né per mezo delli Padroni del Quadro né per mezo del Signor Aureglio; né tampocco io ho procurato né di saperne cosa alcuna, né di sollicitare acciò il Quadro sia levato; et hora pure non ne moverei parola, se da Vostra Signoria non fossi ricercato [oggi questa parola appare illeggibile]. Circa dunque l’informatione che ella desidera sapere del presente negotio dirolle per cominciar da cappo, che ordinandomi già il Signore Aureglio il Quadro del S. Luca suddetto per serviggio di Lei, e delli suoi Padri, o Chiesa, circa al prezzo restassimo in apuntamento, che al suo tempo, mi sborsasse, per la solita recognitione, ducentocinquanta ducatoni d’argento; ma perché egli mi fece istanza, che io usassi con loro Padri qualche agevolezza, io sminuij il prezzo riducendolo a duecento quaranta ducatoni. E questo è il prezzo che alhora fu stabilito. Io per tanto non ricevei né alhora, né doppo dannaro alcuno, o per capparra, o per principio di sborso; ma solo persuaso della parola del Signore Aureglio incominciai il Quadro, perché fra tal Signore e me passa una correspondenza così grande, che la sola sua parola mi havrebbe fatto mettere a questa, et a maggior impresa; né mai ho dubbitato, né dubbiterò per l’avenire della sua Persona, havendone longa, et antica cognitione.
Anzi trattandosi da lui la agevolezza sua, non solo procurai alhora d’incontrar la sua instanza; ma nel Opera istessa ho voluti farli vedere, quanto desideri servire e loro Padri, e lui istesso.
Poiché essendo convenuti assieme, che nel Quadro io rapresentassi due sole figure intiere al naturale; io nondimeno per più esprimere l’Historia, e per maggior compimento del Quadro vi ho agionto duoi Angiolini, de quali ne fo’ un dono alla sua Chiesa dove si metterà l’Opra; non ne pretendendo cosa alcuna in rincompensa se non qualche partecipatione delle Sue divote orationi. Tengo perciò apresso di me il Quadro e della tardanza nel mandarlo a levare, l’assicuro, che non ne resto punto aggravato, perché affidato dalla parola del Signore Aureglio, e dalla bontà di Vostra Signoria e suoi Padri, non vi è luogo di poter temere di cosa alcuna; quindi sto al loro commando et il sudetto, è ciò che da me puol dipendere in suo serviggio. Con che finisco, e riverentemente gli baccio le mani. Bologna, lì 17 aprile 1653.
Di Vostra Signoria molto Reverenda
Devotissimo et Obligatissimo Servitore
Gio. Francesco Barbieri”.
”.
(ASMO, Archivio per materie, Belle arti, Pittori, b. 13/1, fasc. 170, cc. 42 r. 42-v.; N. Artioli – E. Monducci, I dipinti “reggiani” del Bonone e del Guercino, cit., pp. 176-177, n. CII; E. W. Rowlands, Italian Paintings, cit., pp. 302-303, n. 1, con traduzione in inglese. N.B.: il testo è stato qui ritrascritto dal documento originale, con alcune variazioni rispetto alle precedenti trascrizioni).
II
Bologna, 15 febbraio 1655: Nel “Libro dei conti” del Guercino viene registrato il saldo di 240 ducatoni per il quadro di San Luca dipinto per i Francescani di Reggio e ordinato da Aurelio Zanelettio, pagato da fra Ippolito.
“A dì 15 Febraro, 1655.
Dal Padre fra Inpolito, francescano da Reggio si è riceuto Ducatoni n. 240 per intiero pagamento del quadro del San Luca che fu ordinato dal signor Aurelio Zaneleti, e questi fano di questa Moneta L. 1200, fano scudi 300.”
(Libro dei conti [Bibl. Com. Bologna, ms. B 331, cit.], c. 49 v.; J.A. Calvi, in C.C. Malvasia, Felsina pittrice, cit., p. 336 [dove peraltro si indica la data del 16 febbraio]; N. Artioli-E. Monducci, I dipinti “reggiani” del Bonone e del Guercino, cit., p. 177, doc. CIII; B. Ghelfi (a cura di), Il libro dei conti, cit., p. 167, n. 490; A. Cadoppi, La misteriosa “signora di Reggio”, cit., p. 123, n. B/VI (con indicazione del 16 febbraio perché derivato dal Malvasia); E. W. Rowlands, Italian Paintings, cit., p. 303, n. 2).
III
Reggio Emilia, 9 agosto 1655: Alessandro Brami uno dei fedecommissari della eredità Ruggeri, compensa a padre Ippolito presidente del convento di San Francesco lire 95 spese per il ritiro e trasporto del quadro di San Luca dallo studio del Guercino a Bologna a Reggio, come da lista spese esibita dal padre
“Adì 9 Agosto 1655 / Per il terzo che tocca alla Cappella grande di S. Francesco dell’affitto della Possessione delle Ca’ del Bosco di Sotto per l’anno 1654. Habbiamo ricevuto noi sottoscritti fideicommissari d’essa lire quattrocento sessanta octo imperiali comprese lire trenta una soldi 4 per diverse spese fatte dal P. Mastro Ippolito Montagioli quale pagò le suddette lire 468 come Presidente del Monasterio in assenza del Guardiano, ond’in fede le habbiamo fatto la presente quietanza dì, et anno suddetto.
Di più diciamo havere compensato al suddetto Padre lire nonanta cinque spese per l’occasione del quadro di S. Luca levato di Bologna dal studio del Signor Giovanni Francesco Barbieri detto il Cavaliere di Cento come appare da una lista essibita dal suddetto Padre Mastro Ippolito.
Alessandro Brami uno dei fideicommissari
(Dal “Libro per le ricevute della Cappella maggiore”, in ASMO, Soppressioni napoleoniche, Corporazioni soppresse, Francescani conventuali di Reggio, b. 3032, ad datam; Artioli-Monducci, I dipinti “reggiani” del Bonone e del Guercino, cit., p. 178, n. CIV; E. W. Rowlands, Italian Paintings, cit., p. 303, n. 3; si sono emendati alcuni errori di trascrizione).
Alberto CADOPPI (Università degli Studi di Parma) Reggio Emilia 14 Giugno 2026
NOTE
