di Nica FIORI
Quando nel 1857 l’archeologo fiorentino Alessandro François notò a Vulci (Viterbo), nei pressi del Ponte Rotto, una collina sulla quale era cresciuta una fila verdeggiante di querce lungo una linea retta di circa trenta metri, in un ambiente tutt’altro che folto di piante, ebbe una felice intuizione, ovvero che quella linea così fertile potesse nascondere il riempimento di una via d’accesso a una tomba etrusca. Fece quindi abbattere gli alberi e togliere la terra fino a raggiungere il lungo corridoio (dromos) scavato nella viva roccia, che effettivamente penetra ripido verso il basso per una lunghezza di 31,50 m e termina con tre gradini che immettono nell’atrio di uno straordinario ipogeo, che avrebbe poi preso il nome del suo scopritore.
François, che pure si aspettava di trovare una tomba imponente, rimase profondamente colpito dalla bellezza delle pitture che decoravano tutte le pareti e che gli ricordarono lì per lì “i bei tempi del Botticelli e del Perugino”.
Gli affreschi della Tomba François costituiscono una delle più straordinarie testimonianze di pittura antica, che unisce la raffigurazione di eroi della mitologia greca a quella di personaggi reali etruschi, tutti con i nomi scritti dal pittore sulle loro teste. Sono stati staccati quasi completamente nel 1863 dal supporto originario per essere collocati a Roma nella collezione del principe Alessandro Torlonia, proprietario della tenuta in cui la tomba era venuta alla luce, e questo fatto, per quanto ha privato Vulci di un eccezionale tesoro artistico, ne ha permesso la conservazione. Finora questi dipinti sono stati di fatto inaccessibili al pubblico, tranne che in rarissime occasioni (in particolare due importanti mostre ad Amburgo e a Vulci nel 2004), ma dal 29 maggio 2026 sono entrati a far parte del patrimonio dello Stato Italiano, che li ha acquistati per 15 milioni di euro dagli eredi delle famiglie Torlonia, Sforza Cesarini e Gaetani e li ha destinati alla collezione permanente del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.

Il Ministro della Cultura Alessandro Giuli, nel corso dell’inaugurazione del 30 giugno 2026 a Villa Giulia, ha dichiarato:
“La restituzione della Tomba François al patrimonio pubblico è un traguardo storico. Dal 1914 lo Stato italiano tentava di acquisirla e oggi, finalmente, la consegniamo in eredità alle giovani generazioni. La Tomba François custodisce una parte fondamentale della nostra storia. Racconta le radici della civiltà etrusca, il rapporto con Roma e la comune eredità del Mediterraneo. Ci ricorda come l’identità italiana sia il frutto di una storia millenaria, fatta di incontri, trasformazioni e condivisione”.

L’importanza dell’acquisizione è stata ribadita da Alfonsina Russo, Capo Dipartimento per la Valorizzazione del patrimonio culturale, da Massimo Osanna, già Direttore generale Musei e ora Capo Dipartimento per le Attività culturali, da Luana Toniolo, Direttrice del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, oltre che da Jean-Christophe Babin, Presidente della Fondazione Bvlgari, che ha sostenuto il progetto espositivo con un intervento mirato di valorizzazione degli spazi espositivi.
Bisogna riconoscere che il museo romano è riuscito in un mese ad allestire un percorso che ha l’ambizione di rendere la tomba “accessibile, comprensibile a tutti i pubblici e viva”, per usare le parole della direttrice Toniolo, e a celebrare l’evento con la mostra “Il ritorno degli Eroi” che, fino al 31 dicembre 2026, racconta attraverso preziosi reperti provenienti da musei internazionali il contesto originario della Tomba.


Introduce il percorso una sala immersiva dedicata alla necropoli di Ponte Rotto a Vulci e agli affreschi della tomba, con la descrizione in sequenza dei vari personaggi raffigurati sulle pareti. Nel corso del racconto immersivo vengono illuminati anche due cippi in nenfro, rinvenuti da François ed esposti in questa prima sala: il primo, trovato all’inizio del dromos, presenta un’iscrizione che menziona una donna di nome Ravnthu Seitithi, mentre il secondo, rinvenuto nell’atrio, presenta su tre lati tre figure scolpite (identificabili probabilmente con Venere, Apollo e Artemide) e reca anch’esso un’iscrizione relativa a una donna di nome Sethra Murai.
Si accede, quindi, dopo uno stretto corridoio, all’ambiente che ospita la tomba, ricostruita secondo la pianta originale con un vano principale a T, su cui si aprono in maniera simmetrica sette camere. La forma sembra ricalcare, come in altri casi, quella di un’abitazione, ma allo stesso tempo enfatizza l’importanza della famiglia, quella dei Saties, con la raffigurazione di una serie di episodi eroici e di miti greci che appaiono del tutto originali rispetto alle altre tombe dipinte dell’Etruria.
La decorazione pittorica, datata tra il 340 e il 320 a.C., interessava tutte le pareti degli ambienti aperti sull’asse longitudinale. In alto fregi a festone sovrastavano un altro fregio a motivo prospettico. Sotto di questo, ma solo nell’atrio, correva una fascia con gruppi di animali, reali e fantastici, che si affrontano in combattimento. La decorazione principale si sviluppava al di sopra di uno zoccolo di color rosso, ed era pensata per una visione continua, nonostante la presenza delle porte di accesso alle celle funerarie e l’apparente diversità dei temi. La cosa che salta subito agli occhi di chi osserva l’insieme è la perfetta simmetria bilaterale tra le scene raffigurate.
Le scene più famose sono quelle disposte sulle pareti lunghe dell’ambiente principale. Sul lato sinistro è la potente raffigurazione del sacrificio dei prigionieri troiani per onorare la memoria di Patroclo, come raccontato nel canto XXIII dell’Iliade.


La figura centrale è quella di Achille che, tra i demoni etruschi dell’Oltretomba Charun (con pelle bluastra e un lungo martello) e Vanth (dea psicopompa dalle grandi ali variopinte), sta affondando la spada nel collo di un prigioniero troiano. Assistono alla scena l’ombra di Patroclo, che solo a seguito del sacrificio potrà finalmente varcare la soglia dell’Ade, e, all’estremità sinistra, Agamennone, mentre da destra Aiace Oileo e Aiace Telamonio, re di Salamina, conducono altri due prigionieri troiani al sacrificio, uno dei quali è raffigurato, con le mani legate dietro la schiena, sulla parete adiacente.
Aiace, figlio d’Oileo, appartiene all’area locrese ed è detto il “Piccolo” perché è più piccolo dell’altro, e non solo in senso figurato, perché è un personaggio decisamente negativo (è lui che oltraggia Cassandra, come raffigurato nell’atrio della stessa tomba). Questi due personaggi, che sono omonimi, potrebbero suggerire un’analogia con i due fratelli Celio e Aulo Vibenna, protagonisti della saga etrusca sulla parete opposta.
Sulla parete che vediamo sulla destra è narrata l’impresa degli eroi etruschi, anticipata lateralmente con la raffigurazione di Caile Vipinas (Celio Vibenna) che viene liberato da Macstrna (identificato con il futuro re di Roma Servio Tullio), mentre nella scena principale Larth Ulthes, Rasce e Avle Vipinas (Aulo Vibenna) stanno uccidendo altri personaggi, dei quali solo uno è armato, mentre gli altri due si proteggono con un mantello, probabilmente perché colti nel sonno dall’assalto notturno condotto da Aulo Vibenna e compagni.


Sono qui riproposte azioni militari del VI secolo a.C., che videro Vulci a capo di una coalizione contrapposta a Roma e ad alcune città etrusche con lei alleate, e che si conclusero probabilmente con una fase di predominio su Roma stessa. Tale richiamo storico sembra riallacciarsi alle vicende belliche della metà del IV secolo a.C., nell’ambito delle quali Roma, in guerra contro alcune città dell’Etruria, dovette subire una sconfitta in battaglia da parte dell’esercito di Vulci condotto da Vel Saties, il proprietario della tomba.
È stato supposto che i Greci nell’atto di uccidere i Troiani siano assimilati idealmente agli Etruschi che sconfiggono i Romani, considerati discendenti dei Troiani. C’è, però, una difficoltà di fondo: se così fosse, i Romani sarebbero i perdenti e gli Etruschi i vincitori, mentre a noi sembra vero il contrario. In questo caso il mito va inteso con gli occhi del fondatore etrusco della tomba, che fa riferimento a una piccola guerra locale e non all’esito finale. Filippo Coarelli ha notato che la raffigurazione dei prigionieri troiani si differenzia rispetto agli eroi etruschi, perché nella scena mitica domina l’ethos, ovvero l’aspetto etico. La posizione del braccio sinistro di Aiace Telamonio, per esempio, è gentile e umana e il prigioniero non manifesta terrore, né ribellione. Il sacrificio è deciso in tutta tranquillità dal vincitore e ai prigionieri non resta che rassegnarsi al loro destino.
Domina, invece, il pathos sulla parete opposta, dove la rissosità dell’insieme è sottolineata dallo scontro cruento tra coppie. È una società crudele, quella etrusca, che ragiona in termini di uccisioni. D’altra parte nella tradizione antica l’etrusco è addirittura identificato con il pirata feroce. Ma la crudeltà è considerata necessaria perché si possa arrivare alla concordia.

Tra le raffigurazioni a lato del varco di accesso alla tomba troviamo da un lato Anfiarao, l’eroe-indovino di Tebe, che osserva Sisifo, condannato per l’eternità a trasportare un grosso macigno sino alla cima di un colle, da cui poi lo stesso rotolerà nuovamente a valle, e dall’altro lato della porta Aiace Oileo, che sta per violentare Cassandra, figlia di Priamo, profetessa inascoltata che va incontro a una morte che aveva previsto. Ricordiamo a questo proposito che in tutte le mitologie la figura del veggente è vista come un’incarnazione della divinità. L’indovino possiede una conoscenza che è preclusa all’uomo mortale: la capacità di percepire il proprio destino e quello altrui. Ma questo destino va accettato. Solo in questa accettazione si può trovare il proprio riscatto. Appare netta in questi quadri la contrapposizione tra personaggi tragico-negativi (Sisifo, Aiace) e tragico-positivi (Anfiarao, Cassandra), anticipando la chiave di lettura del resto della tomba.

Sulla parete di fondo destra dell’atrio è raffigurato il committente della tomba Vel Saties, che, vestito con la toga picta, ovvero la veste del trionfatore, sta per trarre auspici dal volo di un uccello trattenuto con una cordicella dal piccolo Arnza, una figura che potrebbe essere un parente o un servo.

Secondo un’ipotesi Arnza potrebbe essere un nano, come suggerito nella mostra “La sirena. Soltanto un mito?”, che si è tenuta alcuni anni fa a Villa Giulia, dedicata alla sirenomelia (presenza alla nascita di un solo arto) e ad altre anomalie congenite nel mondo antico.
Le due figure presenti sulla parete opposta dell’atrio sono quella di Nestore, saggio consigliere durante la guerra di Troia, con una palma in testa a simboleggiare la pace, e quella di Fenice, che educò e accompagnò Achille alla guerra.

Ai lati dell’accesso al vano principale vediamo sulla sinistra il duello fra i due fratelli tebani Eteocle e Polinice (figli di Edipo), che costò la vita a entrambi.

Sulla destra, invece, è raffigurata la cattura di Cnaeve Tarchunies Rumach da parte di Marce Camitlnas. Tarchunies fa pensare alla dinastia dei Tarquini che ha inizio con Tarquinio Prisco (quinto re di Roma), mentre l’altro personaggio è da identificare probabilmente con un Marco Camillo, nome abbastanza diffuso a Roma, ma potrebbe anche essere un eroe vulcente.

La tomba dei Saties, oltre a presentare alcuni miti greci che dimostrano da parte degli Etruschi la conoscenza degli eroi omerici e tebani, è particolarmente interessante per la storia della Roma del VI secolo a.C., che vide un profondo cambiamento della città, dovuto a una dinastia etrusca. Il problema dei rapporti tra Romani ed Etruschi e di quale tipo di contatti avessero stabilito questi due popoli aveva affascinato gli antichi storici, ma già l’imperatore Claudio, che era anche un grande erudito e profondo conoscitore di tradizioni, doveva compiere notevoli sforzi per penetrare tra le pieghe delle numerose leggende che si erano sovrapposte. È stato lui nel discorso pronunciato al Senato nel 48 d.C. (inserito nella Tabula Claudiana ritrovata a Lione) a sostenere l’origine etrusca di Servio Tullio e la sua provenienza da Vulci. I due fratelli etruschi Celio e Aulo Vibenna avrebbero collaborato con Mastarna nell’elevazione al trono di Tarquinio Prisco e, dopo la morte di Celio Vibenna, sarebbe sorto un contrasto tra Aulo Vibenna e Mastarna. Quest’ultimo prevalse, uccise il rivale e divenne re di Roma col nome di Servio Tullio.
Il nome etrusco Macstrna corrisponde al latino magister (che vuol dire maestro o capo), da cui deriva magister populi. Resta da chiarire se egli fosse un capo o “il servo del suo capo”. Secondo le parole dell’imperatore Claudio, Mastarna è stato “fedele sottoposto e compagno di sorte di Celio Vibenna”. D’altra parte la tradizione romana attribuisce a Servio Tullio una nascita servile. Secondo un aneddoto riportato da Plinio il Vecchio, egli sarebbe stato concepito da una schiava della regina Tanaquilla, moglie di Tarquinio Prisco, e da un fallo misteriosamente apparso presso il focolare domestico. Più tardi, mentre il fanciullo dormiva nella reggia, un fuoco gli si accese sul capo e da questo si comprese che era figlio del Lare della famiglia.
La Tomba François sembra confermare la storicità di questi personaggi. Tra l’altro dei due fratelli etruschi si conserva il ricordo nella toponomastica romana di due colli. Il nome del colle Celio deriverebbe da Celio Vibenna, mentre quello del Campidoglio (Capitolium) da Caput Auli, per via della testa di Aulo Vibenna fatta rotolare dalla sommità del colle dopo la sua uccisione.
In un’ulteriore sala l’esposizione permanente delle pitture è integrata dalla mostra temporanea “Il ritorno degli eroi” (fino al 31 dicembre 2026), ideata per completare la ricostruzione della storia moderna della Tomba François. Subito dopo la morte del suo scopritore, avvenuta nel 1857, gli oggetti del corredo furono divisi tra il principe Alessandro Torlonia e Adolphe Noël Des Vergers, collaboratore ed erede di François. Nel giro di pochi anni, però, la raccolta di quest’ultimo fu oggetto di vendite e aste, cosicché i reperti della tomba risultano oggi dispersi, tranne quelli confluiti in importanti collezioni internazionali.
Grazie ai prestiti ottenuti, la mostra ricompone, sia pure parzialmente, il corredo originario: in particolare collane e orecchini confluiti nel Museo del Louvre di Parigi, un’anfora attica da vino del Pittore di Syleus (480-470 a.C.) prestata dai Musei Reali di Bruxelles, ceramiche attiche e a vernice nera dal Musée cantonal d’archéologie et d’histoire di Losanna, e altri reperti di altissimo livello che, dopo essere stati acquistati dall’orafo e antiquario Alessandro Castellani, furono da questi ceduti al British Museum di Londra.


Tra questi ricordiamo un vaso a vernice nera a testa equina (rhyton) e un vaso a forma di leone (askos), databile al 340-310 a.C. e attribuito al Gruppo di Clusium (Chiusi).

In mostra sono esposte, inoltre, importanti testimonianze delle attività di documentazione della tomba condotte all’indomani della sua scoperta. Dall’Istituto Archeologico Germanico provengono le copie di Bartolomeo Bartoccini dei disegni (perduti) che erano stati eseguiti da Nicola Ortis tra il 12 maggio e il 1° giugno 1857. Si tratta di nove tavole a matita che riproducono le pitture in scala 1:10. Dal Museo Gregoriano Etrusco (Musei Vaticani) proviene una delle copie al vero delle pitture etrusche realizzate da Carlo Ruspi (1798-1863), di particolare valore perché eseguite prima del distacco del ciclo pittorico. Rappresenta con colori vivacissimi (come dovevano essere al momento della scoperta) la scena del sacrificio dei prigionieri troiani.

Nell’allestimento della mostra sono inserite alcune riproduzioni tattili con scrittura in Braille per i non vedenti. Peccato che l’allestimento non tenga conto dell’accessibilità visiva per tutti quelli che, pur non essendo ciechi, rischiano di inciampare nel pavimento troppo scuro e di avere difficoltà nella lettura delle didascalie. A parte quest’osservazione, ciò che è esposto è assolutamente memorabile.
Nica FIORI Roma 5 Luglio 2026
Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, Piazzale di Villa Giulia 9, Roma
Orari: da martedì a domenica, 8.30/19.30 (ultimo ingresso 18.30).
Per visitare la Tomba Francois è necessaria la prenotazione in biglietteria.
Info: tel. 06 322 6571 www.coopculture.it
