di Claudio LISTANTI
Uno dei punti di interesse della programmazione del Festival del Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto è senza dubbio il focus orientato verso il teatro musicale italiano degli anni 50 dello scorso secolo. La rassegna, guidata artisticamente da Enrico Girardi, già da qualche anno ha dedicato a questo tipo di opere liriche una parte del programma che ha consentito al pubblico di frequentare un repertorio che, nonostante la innegabile e comprovata validità artistica, è giunto ai nostri giorni quasi sconosciuto.
Nella 79ma Edizione del Festival spoletino che sta procedendo a gonfie vele in termini di gradimento del pubblico per le rappresentazioni della novità assoluta Nanof, l’altro di Antonio Agostini e di Lisetta e Niso di Pietro Auletta, ulteriore tappa del prezioso progetto dedicato alla riproposta degli intermezzi settecenteschi, è stata l’esecuzione di un trittico di opere composte da Gino Negri, nello specifico Vieni qui Carla, Giorno di nozze e Il tè delle tre. Il trittico è stato presentato all’interno della splendida cornice del Teatro Caio Melisso con un delizioso spettacolo affidato all’arte teatrale di Pier Luigi Pizzi, alla direzione dello ‘specialista’ Marco Angius oltre alla partecipazione di giovani cantanti molti dei quali risultati vincitori dei Concorsi di Canto degli ultimi anni che hanno dato un contributo determinante alla riuscita dello spettacolo.

Gino Negri è considerato uno degli artisti più importanti dell’ambiente musicale e culturale milanese del secondo dopoguerra. Era un musicista impegnato a tutto campo nell’ambito di questa preziosa arte. Aderì alle nuove poetiche musicali che hanno caratterizzato il ‘900 come la musica seriale e la dodecafonia utilizzate proprio nella composizione di queste tre opere che sono state riunite nello spettacolo che stiamo recensendo. Ma la sua attività musicale si diresse verso la musica per balletto, in quella strumentale come in quella da film. La sua Milano era quella di Fiorenzo Carpi, Ennio Gerelli, Giorgio Strehler e Dario Fo. Protagonista anche di quel genere melò chiamato Le canzoni della mala che ebbe una popolarità straripante. Fu anche compositore e arrangiatore di canzoni leggere, critico musicale, letterato, curatore di versioni ritmiche e perfino conduttore televisivo, elemento questo che lo rese famoso come didatta con programmi Rai intitolati “Spazio musicale” e “Invito alla Musica” che risalgono agli anni ’70. Queste notizie, certamente generiche nell’insieme, ci aiutano però a capire con maggiore incisività la particolarità e di questo spettacolo al quale abbiamo recentemente assistito.

Lo spettacolo ha assunto la forma di un inedito ‘trittico’ di opere composte da Gino Negri che pur prodotte per rappresentazioni sono state raggruppate per giungere ad una piacevole ‘omogeneità’ ed una ben evidente ‘unitarietà’ di base.
La prima opera è stata individuata con Vieni qui Carla, scritta su libretto redatto dallo stesso Gino Negri, come del resto anche gli altri due, ispirato ad una vicenda narrata da Alberto Moravia all’interno del suo romanzo Gli indifferenti.
Rappresentata per la prima volta il 29 novembre del 1956 al Piccolo Teatro di Milano propone una storia ambientata nel mondo alto borghese con due personaggi Carla e Leo protagonisti di una vicenda dai contorni torbidi. Tra la giovane Carla ed il più anziano Leo, uomo senza scrupoli amante di sua madre, si instaura un rapporto amoroso nel quale Carla è oggetto dal desiderio di conquista di Leo che riesce andare fino in fondo. Ma non c’è una vera e propria conclusione se non l’incapacità, di uscire dall’indifferenza e dall’arida moralità che la contiene.
Per sottolineare il dramma al centro della scena Negri ha scelto un linguaggio musicale strettamente dodecafonico con l’utilizzo di dodici serie assegnate ai due personaggi in scena e ad ognuna dei dieci strumentisti utilizzati per costituire una raffinata Ensemble musicale formata da archi (violino, viola, violoncello, contrabasso), ai fiati (clarinetto, fagotto, sassofono contralto e tenore) e pianoforte più la parte percussiva. Per quanto riguarda la parte vocale risulta per lo più recitata e orientata verso il parlato per una nuova forma di recitar cantando anche se, con una certa frequenza, il soprano raggiunge il registro acuto. Una parte musicale che riesce nell’insieme a realizzare quel dramma della borghesia moderna e quel senso di nulla assoluto che la caratterizza, con la scelta ‘dodecafonica’ che si sublima con forza, trovando massimo splendore nell’incisivo interludio puramente strumentale che sottolinea il momento nel quale tra i due personaggi si consuma il rapporto sessuale, secondo il libretto non visibile, che prelude al successivo e immediato finale. Un momento che impreziosisce questa miniatura dedicata alla crisi ed ai contenuti morali di quel tipo di società.
Angela Annese nel suo illuminante saggio contenuto nel programma di sala, ci dice che l’opera non ebbe seguito dopo la prima che, oltretutto, fu caratterizzata da un esito contrastato da parte degli invitati alla prima assoluta che si divisero tra una evidente disapprovazione del contenuto ed una confortante approvazione per la qualità musicale e per il dramma interiore che si sviluppa.
Ci auguriamo che questa rappresentazione spoletina renda giustizia a questo indiscusso capolavoro che l’esperienza di ascolto maturata da noi spettatori del terzo millennio ci fa giudicare, allo stesso tempo, intenso e coinvolgente.

L’esecuzione ha messo in evidenza la prova del soprano grossetano Beatrice Caterino, tra i vincitori del concorso 2025, che ha ben interpretato la parte di Carla, con tutte le sfaccettature e sfumature necessarie, con al suo fianco il Leo del baritono Alberto Petricca, uno dei pilastri dello Sperimentale di Spoleto al quale l’istituzione ha affidato diversi e significativi ruoli. Il cantante, risultato idoneo nel 2021, oggi come nelle altre occasioni ha fornito una prova del tutto convincente.
Nella parte centrale di questo impegnativo trittico è stata collocata Giorno di Nozze opera su soggetto e libretto di Gino Negri rappresentata per la prima volta il 10 aprile del 1959 a Milano presso il Teatro Gerolamo, una sala storica nel panorama culturale milanese che proprio alla fine degli anni 50, sotto la gestione del Piccolo, ospitava recital di diversi cantanti ed attori emblematici di quel fervido periodo che ebbe Milano.
Giorno di Nozze propone un altro aspetto drammatico conducibile ad un certo modo di vedere della società medio-alto borghese, quello del matrimonio come scelta legata all’interesse economico. Sulla scena c’è Marina che si trova nella sua stanza da letto. È il giorno delle sue nozze. Con un monologo drammatico ci fa capire che ha qualche esitazione nel compiere questo passo. Ricorda l’intensa storia d’amore con Eusebio, un musicista amato ma forse non molto ricco. Sono gli ultimi sprazzi di giovane ragazza perché sceglierà di unirsi ad un industriale bergamasco, ricco e potente, il cui portafoglio potrà garantirle una esistenza agiata e la soddisfazione dei suoi desideri e dei suoi capricci. Qui l’organico strumentale impegnato è molto più limitato in linea con la semplicità della parte recitata. Oltre al pianoforte c’è la celesta che riesce a dare quel senso di giovanile ardore della protagonista ventenne. La dodecafonia è sempre presente con la serie che è enunciata dai testi gravi del pianoforte che la ragazza produce quando spolvera la tastiera. Ma il breve ed incisivo sviluppo dell’insieme porta ad una musica di derivazione leggera, altro genere musicale nel quale Negri eccelleva che si materializza con due canzoni registrate, “M’hanno inviata all’Excelsior” e la “Canzone del coccodrillo” che Marina ascolta azionando il giradischi che riescono a dare spessore a questo momento impegnativo per la protagonista. Parimenti, man mano, si insinuano le note della marcia nuziale (di wagneriana memoria) la cui solennità ci fa presagire il tristissimo finale.
Nella parte principale si è distinta Kristýna Kůstková, soprano risultato tra i vincitori del concorso 2024. Molto brava nel rendere vocalmente questa parte che il libretto indica come “Voce non impostata liricamente” anch’essa basata su una sorta di recitativo continuo. La Kůstková ha dimostrato di possedere le necessarie doti attoriali per realizzare questo particolare personaggio mostrando di essere padrona della scena abbinando anche una buona pronuncia italiana che ha reso particolarmente intelligibile il testo recitato.
Per le due canzoni registrate c’è stato il contributo di Stefano Belisari (più conosciuto come Elio) come sempre squisito interprete della satirica canzone del coccodrillo e del soprano Ariadna Vilardaga Gómez tra i vincitori del concorso 2025.

Dopo due opere che proponevano sullo sfondo momenti di aridità interiore e di diffuso disagio esistenziale che, nonostante alcuni elementi musicali anche leggeri, rafforzavano il senso di dramma assoluto, una ventata di allegria e di spensieratezza. L’effetto è stato realizzato grazie alla rappresentazione de ‘Il tè delle tre’ una farsa giocosa di cui Gino Negri, come per gli altri lavori, ha predisposto il testo.
Venne rappresentata per la prima volta il 12 settembre del 1958 al Teatro di Villa Olmo a Como, altro luogo importante per la realizzazione di lavori del teatro da camera degli anni 50. Delle tre opere della serata è senza dubbio la più conosciuta perché all’epoca fu ripresa al Teatro Gerolamo di Milano ed anche a Roma con una rappresentazione presso il Teatro della Cometa alla quale collaborò anche lo stesso Pier Luigi Pizzi.
È una divertentissima trama ambientata in un salotto mondano dove un soprano tiene un concerto per altre due donne dell’alta borghesia, entrambe ex-cantanti, anziane e piuttosto ricche. Tra le varie evoluzioni il finale ci fa scoprire che la cantante non è altri che un uomo travestito giunto nel consesso con il suo amico pianista per derubare le due persone anziane. Come sottolineato dal direttore Marco Angius nelle note di sala, non c’è un vero e proprio organico lasciando le scelte stilistiche agli stessi interpreti per una realizzazione, a suo dire, molto vicina a quella forma di improvvisazione che oggi chiamiamo jam session. Nell’organico c’era una batteria jazz (Fabio D’Insanto), un clarinetto (Alessandro Iacobucci), un sassofono contralto (Antonio Bruno), un sassofono tenore (Giuseppe Olivieri) e un contrabasso (Nicola Memoli). Inoltre c’era anche una parte per vibrafono utilizzato come interprete di un personaggio muto che lo stesso Angius definisce derivazione della poetica musicale di Bruno Maderna.

Nella parte principale Luca Giacomelli Ferrarini (Una celebre cantante straniera) un cantante eclettico uscito dalle libere audizioni per lo Sperimentale 2025, ha interpretato la parte con gusto musicale grazie ad una vocalità molto duttile che lo ha portato ad arrivare fino agli acuti in falsetto, il tutto abbinato ad una straordinaria presenza scenica contribuendo a rendere il personaggio, doverosamente, il fulcro di tutta l’azione. Nelle altre due parti femminili, Favetta era il soprano Chiara Latini vincitrice del Concorso 2024 e Splendore il mezzosoprano Emma Alessi Innocenti prima classificata al Concorso 2024. Entrambe hanno fornito una prova più che convincente sia dal punto di vista della recitazione che per la realizzazione della linea di canto.

Nell’insieme, come già anticipato, la rappresentazione di questo trittico ci è parsa del tutto convincente. Pur essendo eseguito con un abbinamento non pensato dall’autore ma proposto dagli organizzatori dello Sperimentale spoletino, ragionando con le dovute distanze, si può dire che nell’insieme può essere accostato ai risultati emozionali di uno dei più celebri trittici della storia, quello di Giacomo Puccini. Certamente in quel caso la struttura è più solida mentre in questo possiamo dire che si tratta di una miniaturizzazione di ambienti, stati d’animo e sentimenti. Ma come nel Trittico pucciniano il Gianni Schicchi arriva dopo le drammatiche esperienze delle due prime opere (Tabarro e Suor Anglica) sollevando con la sua irrefrenabile comicità lo spirito dello spettatore affranto dalle due tragedie precedenti.
In questo trittico di Gino Negri non ci sono certo morti in scena ma il meccanismo teatrale ripropone interamente questo contrasto con l’irrefrenabile comicità del salotto delle due ex cantanti dove si svolge l’azione che contrappone con i drammi di solitudine e di disgregazione sociale degli ambienti dell’alta borghesia del dopoguerra.
Concludiamo con altri elementi importanti emersi con questo spettacolo dello Sperimentale. Innanzi tutto la presenza di Pier Luigi Pizzi per la direzione scenica dello spettacolo per il quale oltre alla regia ha prodotto anche scene e costumi.

Pizzi occupa oggi una vera e propria posizione di ‘magister’ nel campo dello spettacolo italiano. La sua lunga esperienza nel teatro in generale e nel teatro d’opera in particolare gli da la dote di artista ideale per una rappresentazione come questa soprattutto perché la sua lunga carriera gli ha regalato la possibilità di conoscere quel mondo, artistico e culturale, nel quale furono prodotte queste tre piccole opere. Non solo Gino Negri ma molti altri protagonisti di quel felice periodo dell’arte teatrale e musicale italiana sono stati i cardini delle sue conoscenze e delle sue collaborazioni come ad esempionel caso della partecipazione alla realizzazione di quella recita romana de Il tè delle tre del 1958 poco prima citata.
Per questa occasione ha concepito uno spettacolo volto a mostrare una certa unitarietà nell’insieme che si basava su un impianto scenico comune a tutte e tre le opere, principalmente realizzato in bianco e nero per un ambiente che ricorda il passato, come avviene anche a chi ricorda avvenimenti lontani nel tempo ma, anche, simbolo dell’aridità di quel mondo che le opere rappresentano. Come contrasto i costumi dei personaggi erano molto vivi e colorati rispettando l’interiorità di ogni personaggio. Per tale aspetto è giusto ricordare la collaborazione della Tirelli Trappetti con il suo patrimonio costumistico. Accanto a questo elemento è stato particolarmente curato anche quello relativo alla recitazione ed ai movimenti scenici risultati veramente approfonditi in ogni gesto e in ogni movimento trovando l’impegno dei giovani cantanti dello Sperimentale che, come ha sottolineato dallo stesso regista, si sono rivelati del tutto motivati a seguire i suoi suggerimenti e le sue scelte sceniche. Con questo spettacolo Pier Lugi Pizzi ha fatto il suo debutto allo Sperimentale cosa che rende la manifestazione spoletina di quest’anno di particolare importanza; un fatto che arricchisce la straordinaria esperienza teatrale del regista milanese e accresce la valenza artistica di una manifestazione musicale tra le più longeve del nostro paese.
A rafforzare l’unitarietà di questo spettacolo ha contribuito anche la direzione di Marco Angius che è risultata del tutto aderente all’impostazione registica che Pizzi ha impresso allo spettacolo per una collaborazione tra i due artisti anch’essa nuova nel mondo della lirica. Anche Angius ha fatto un ottimo lavoro per l’esecuzione plasmando i cantanti impegnanti nell’esecuzione per una interpretazione in linea con i contenuti musicali delle tre opere. L’Ensemble Calamani del Teatro Lirico Sperimentale ha dato il suo importante contributo all’esecuzione mentre per la parte scenica Eva Bruno ne ha completato la valenza con la consueta cura delle luci. Menzione anche per il pianista Antonio Vicentini utilizzato in palcoscenico nella doppia veste di esecutore e mimo.

La recita del 29 agosto alla quale abbiamo assistito presso il Teatro Caio Melisso si è conclusa con un vero e proprio trionfo che è stato il giusto suggello per una esecuzione intensa e partecipata da parte di tutti gli interpreti. Applausi, ovazioni e chiamate al proscenio per tutti con il trionfo personale di Pier Luigi Pizzi, la stella della serata.
Una mostra dedicata a Luciano Berio
A margine della nostra recensione vogliamo segnalare la mostra che lo Sperimentale ha dedicato a Luciano Berio in occasione delle celebrazioni del centenario dalla nascita del musicista, uno dei simboli inequivocabili della musica in Italia nel XX secolo.

Luciano Berio allo Sperimentale è il titolo della mostra curata da Raffaella Clerici con la collaborazione di Lucia Andreini, Gloria Bagatti, Chiara Di Vito, Ludovica Gelpi, Alessandro Pratelli e lo staff della Biblioteca Comunale “G. Carducci”.
Nei rinnovati spazi del cortile coperto situato al piano terra di Palazzo Mauri la curatrice ha proposto un percorso espositivo del tutto esaustivo basato su lettere autografe, spartiti, fotografie, locandine, vinili e documenti conservati nell’archivio del teatro. Si evidenziano così i contenuti dei rapporti artistici tra il musicista e lo Sperimentale, ponendo particolare riguardo all’ampio progetto del periodo 2000-2001 che Berio dedicò all’Arte della fuga di Bach ed al quale parteciparono diversi musicisti attivi all’epoca.
La mostra è molto ben fruibile e ad ingresso libero, visitabile fino al prossimo 14 settembre
Claudio LISTANTI Spoleto 31 Agosto 2025
