di Nica FIORI
“Movesi il vecchierel canuto et biancho … et viene a Roma, seguendo ’l desio, / per mirar la sembianza di colui / ch’ancor lassú nel ciel vedere spera …”.

In questi versi di Francesco Petrarca (Canzoniere, sonetto XIV, 1337) il viaggio a Roma di un vecchio pellegrino viene presentato come l’atto estremo della vita, un faticoso cammino di fede sostenuto dal desiderio di vedere la “sembianza” del Salvatore, ovvero la Veronica, il volto di Cristo impresso sul velo che gli era stato porto da una donna durante la salita al Calvario.
Oltre alla Veronica (“vera icona”), che sarebbe misteriosamente scomparsa dalla basilica di San Pietro nel XVII secolo, Roma conservava il maggior numero di reliquie dei santi martiri (in primis le tombe di Pietro e di Paolo, martirizzati a Roma sotto Nerone), e dello stesso Cristo, tra cui quelle portate secondo la tradizione da sant’Elena e custodite nella basilica di Santa Croce in Gerusalemme; per questo motivo nel Medioevo i pontefici avevano incoraggiato la prassi del pellegrinaggio nell’Urbe come sostitutivo di quello in Terrasanta, finché il 22 febbraio del 1300 Bonifacio VIII (1294-1303) istituì il primo Giubileo della storia con la bolla Antiquorum habet fida relatio (che potremmo tradurre in: c’è una fedele testimonianza degli antichi).
L’evento era stato preceduto da un grande afflusso di pellegrini, giunti a Roma da ogni parte del mondo cristiano alla fine del 1299 per visitare la basilica di San Pietro ed essere benedetti dal papa. Si era infatti convinti che tale pratica devozionale, se compiuta allo scadere del secolo, avrebbe garantito la remissione completa dei peccati.
Il papa, avendo compreso l’aspettativa del popolo, trasformò questo sentimento emotivo in un vero e proprio strumento canonico. Per ottenere l’indulgenza plenaria, i fedeli avrebbero dovuto visitare nel corso del 1300, ripetutamente per 15 giorni (30 per i romani), le basiliche di San Pietro e di San Paolo, ovvero quelle dei due apostoli per eccellenza, “con riverenza e veramente pentiti e confessati”.
Secondo quanto stabilito da Bonifacio VIII, il “perdono generale” si sarebbe dovuto celebrare ogni 100 anni, ma non fu così, perché il secondo Giubileo si tenne nel 1350, ma senza la presenza del Vicario di Cristo, all’epoca Clemente VI (1342-1352), che risiedeva ad Avignone.
Questo interessante periodo storico viene indagato nella bella mostra “1350. Il Giubileo senza papa”, ospitata nei Mercati di Traiano – Museo dei Fori Imperiali. Promossa dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali con l’organizzazione di Zètema Progetto Cultura, l’esposizione è curata da Claudio Parisi Presicce, Nicoletta Bernacchio, Massimiliano Munzi e Simone Pastor.

Attraverso 60 opere, tra cui alcune mostrate al pubblico per la prima volta, il percorso si articola in otto sezioni tematiche che offrono uno spaccato di Roma nel Trecento, intrecciando storia, arte, politica e fede a partire dal primo Anno Santo del 1300 fino al ritorno del papa nell’Urbe nel 1377, dopo la cosiddetta “Cattività avignonese” (un periodo che va dal 1309 al 1377, durante il quale sette pontefici, tutti francesi, risiedettero ad Avignone), passando per la Peste Nera del 1348 e il terremoto del 1349, con un focus su Cola di Rienzo e Francesco Petrarca, appassionati cultori dell’antica magnificenza di Roma e sostenitori del ritorno del papa in città.
Il percorso espositivo inizia nella Grande Aula del complesso traianeo con la sezione dedicata alla figura di Bonifacio VIII Caetani, alla cui famiglia apparteneva il Castello delle Milizie (comprendente l’altissima omonima Torre), costruito nel XII-XIII secolo inglobando i Mercati di Traiano. Il pontefice è ricordato nella riproduzione di un acquerello del 1950 di Maria Barosso, tratto da un originale del XVI secolo, mentre si affaccia alla Loggia delle Benedizioni in Laterano. Lo stemma Caetani figura sulle misure per l’olio e il vino (a questo scopo sono stati riutilizzati dei cippi antichi), che il Comune di Roma, già istituito nel 1143, usava per garantire il regolare funzionamento dell’attività commerciale. È esposta anche una misura per gli aridi (prima metà del XIII secolo), che presenta il leone come motivo decorativo. Prima che si affermasse la lupa capitolina come simbolo di Roma, era infatti utilizzato il leone, che ritroviamo anche nella forma della pianta di Roma contenuta nel Liber Ystoriarum Romanorum, un codice di fine Duecento-inizi Trecento (in mostra è presente una riproduzione).



Una rara testimonianza del primo Giubileo è data da un’epigrafe commemorativa in pietra calcarea (in due frammenti accostati, ma non congiungenti, in quanto manca una fascia centrale), fatta dal maestro lapicida Dodo per conto di Giacomo Valenti nel 1300, rinvenuta a Roccalanzona, nel Parmense, dove era stata reimpiegata come parapetto di un pozzo.
Il periodo intercorso tra i due giubilei, pur essendo caratterizzato da tensioni e depressione economica, fu anche una fase di fiorente produzione artistica, come evidenziato dal grande affresco con la Santissima Trinità, della metà del Trecento, staccato dalla chiesa di San Salvatore alle Tre Immagini alla Suburra, prima della sua distruzione per l’apertura di via Cavour. L’affresco, conservato nel Museo di Roma, rappresenta un’antichissima e rara testimonianza di questa iconografia caratterizzata da tre volti simili (ma di misura decrescente dall’alto verso il basso), nata a seguito dell’istituzione della festività della SS. Trinità a opera di papa Giovanni XXII nel 1334.

Dopo l’elezione di Clemente VI, il Comune di Roma inviò in Francia una prima ambasceria per chiedergli di tornare a Roma e anticipare il secondo Giubileo al 1350, cui seguì una seconda delegazione del governo popolare capeggiata da Cola di Rienzo. Tra il 1348 e il 1349 la popolazione di Roma soffrì, non meno di altre città, per l’epidemia di peste nera (evocata in mostra con una statua di San Michele, l’arcangelo cui si attribuiva la fine di precedenti pestilenze), per la successiva carestia e per un terremoto, le cui scosse fecero crollare parte della Torre delle Milizie, della Torre dei Conti e perfino del Colosseo. Come scrive Gregorovius nella sua Storia della città di Roma nel Medioevo (1871):
“Tutti quegli orrori suscitarono nell’umanità uno stato di eccitazione e resero più vivo il desiderio di ottenere l’indulgenza promessa dal giubileo, che alla fantasia offuscata delle genti appariva come la purificazione del mondo dagli influssi demoniaci”.
Clemente VI concesse il Giubileo, rifacendosi alla prassi del giubileo ebraico, che si celebrava ogni 50 anni, ma non riportò la Curia a Roma. In mostra è ricordato con un frammento dell’epigrafe della statua (oggi perduta) a lui dedicata per l’occasione, proveniente dal complesso ospedaliero di Santo Spirito in Sassia, oltre che con il calco del suo monumento funebre, esposto accanto a un modello del Palazzo dei Papi di Avignone.

Nella preparazione e gestione del secondo Giubileo emerge il ruolo svolto da tutta la città di Roma, dalla piccola e grande nobiltà al popolo, dalle istituzioni ecclesiastiche all’autorità comunale: insieme riuscirono a organizzare l’accoglienza dei pellegrini, come documenta la presenza, all’epoca, di quasi trenta centri assistenziali (hospitalia). In mostra è presente un calco (prestato dal Museo Storico dell’Arte Sanitaria di Roma) dell’epigrafe di fondazione dell’ospedale di San Giacomo in Augusta, costruito per volontà del cardinale Pietro Colonna.
Secondo Gregorovius, non doveva essere
“lontana dal vero una cifra media di cinquemila persone che entravano e uscivano giornalmente dalla città. Tutta Roma era una sola grande locanda. Chiunque possedeva una stanza era un oste”.
Ma i pellegrini inorridivano nel vedere la città in rovina, vedova del suo pontefice, come espresso dal Petrarca (in Seniles, VII 1), che si recò a Roma in occasione di quel Giubileo:
“Le case giacciono al suolo, i muri cadono, i templi crollano, i santuari vanno in rovina, le leggi sono calpestate. Il Laterano è infranto; la madre di tutte le chiese è esposta, senza tetto, al vento e alla pioggia. Le sante dimore di Pietro e di Paolo vacillano …”.
Il Petrarca, prima del suo soggiorno del 1350, era stato nell’Urbe altre volte. Ricordiamo, in particolare, che nel 1341 fu invitato dal Comune per essere incoronato poeta in Campidoglio. Il suo ritratto marmoreo con la corona d’alloro (Carlo Finelli, 1815, Musei Capitolini, vedi fig 1) è al centro della sezione dedicata ai Mirabilia Urbis, che presenta alcune leggende riportate negli scritti del grande letterato e nelle descrizioni della città elaborate a partire dal XII secolo.

Si riteneva, tra le altre cose, che il globo in bronzo dorato che un tempo era in cima all’obelisco Vaticano contenesse l’urna delle ceneri di Giulio Cesare e il Maestro Gregorio (XIII secolo) riferisce anche la leggenda secondo cui l’obelisco segnasse il punto dove un tale porse a Cesare una lettera che svelava la congiura ordita contro di lui. Cesare non lesse la lettera, andò alla seduta del Senato e venne assassinato.
Un’altra leggenda è quella illustrata nella lastra dell’Aracoeli (in mostra è presente il calco frontale), raffigurante la “Visione di Augusto”, davanti alla quale Cola di Rienzo si inchinò per deporre le insegne tribunizie dopo la vittoria sui Colonna nel 1347. Nei Mirabilia si racconta che Ottaviano Augusto un giorno fece venire sul Campidoglio la Sibilla Tiburtina per interrogarla sui futuri onori che gli sarebbero venuti dal cielo. Ma quella rispose che dal cielo sarebbe venuto un re che avrebbe regnato in eterno. A quel punto il cielo si aprì e Augusto ebbe la visione di una vergine di meravigliosa bellezza seduta su un altare con un bambino in braccio. Sul luogo fu poi edificata la chiesa di Santa Maria dell’Ara Coeli, ricordata in mostra anche in un bel dipinto del 1910 di Vittorio Grassi, proveniente dal Museo di Roma.

Petrarca, oltre che poeta e scrittore, era un collezionista di monete antiche e di codici di autori latini, tra i quali il Virgilio Ambrosiano donatogli dal padre; inoltre s’interessò di epigrafia romana: passione questa che lo accomunava a Cola di Rienzo, del quale divenne amico.
A Cola di Rienzo – protagonista della scena politica romana negli anni immediatamente precedenti il Giubileo, fino a che il suo comportamento sconfinò nel delirio e venne ucciso nel 1354 dal popolo nel palazzo Senatorio – è dedicata una bella sezione con opere ottocentesche che raccontano episodi della sua vita, tratti principalmente da quello straordinario testo che è la Cronica dell’Anonimo Romano: Cola di Rienzo che arringa il popolo romano nel grande dipinto del 1850 di Carlo Felice Biscarra, proveniente dai Musei Reali di Torino, che mostra tra gli astanti anche Petrarca, Frate Acuto che annuncia a Cola di Rienzo la resa di Francesco dei Prefetti di Vico nel bassorilievo in gesso di Ettore Ferrari dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, e ancora Cola di Rienzo che spiega le antiche epigrafi ai Romani in un disegno di Palagio Pelagi dalla Galleria Carlo Virgilio di Roma.


Tra le testimonianze dell’epoca sono presenti due monete battute dal Senato nella prima metà del Trecento, trovate negli scavi del Mausoleo di Augusto, e due denari emessi nei mesi del suo Tribunato, provenienti dalla Biblioteca Apostolica Vaticana.
Nella sezione dedicata ai pellegrini è esposta l’opera forse più emozionante di tutte, una scultura in pietra arenaria del XII secolo, nota come Il ritorno del crociato, dal Musée Lorrain di Nancy, che mostra l’abbraccio tra un uomo (forse un pellegrino che tornava dalla Terrasanta) e la moglie. Entrambi appaiono molto provati, lui dal lungo e insidioso viaggio e lei dall’attesa.


Dall’XI secolo l’abbigliamento del pellegrino che si recava a Roma (detto “romeo”) si configurò come una vera e propria uniforme, che prevedeva un corto mantello, un cappello a tesa larga, un lungo bastone, la bisaccia e un piccolo sacchetto di pelle dove si conservavano cibo, denaro e il messale, come rappresentato su una placchetta in bronzo dorato dal Museo Nazionale del Bargello.
Il “romeo” grazie a questo abbigliamento era riconoscibile e accolto negli hospitalia, dove poteva rifocillarsi ed eventualmente curarsi. I pellegrini portavano con sé anche le insegne di pellegrinaggio, acquisite presso i santuari e i luoghi sacri visitati: sono in mostra due insegne in piombo da Chioggia, raffiguranti i santi Pietro e Paolo, e altre con san Nicola e l’arcangelo Michele, provenienti dall’area dei Fori Imperiali.

Come già ricordato, la reliquia più venerata a Roma era la Veronica, conservata in San Pietro in Vaticano. La Veronica è rievocata su un ducato in oro emesso dal Senatus romano a metà del Trecento, in prestito dalla Biblioteca Apostolica Vaticana, e nella statua in pietra calcarea con tracce di policromia raffigurante Santa Veronica, un bell’esempio di arte borgognona proveniente dal Musée des Beaux-Arts di Digione, databile allo stesso 1350.
Agli stessi anni risalgono anche i primi dibattiti sull’autenticità della Sacra Sindone, la cui storia è documentata a partire dal 1353. La più antica menzione sul sudarium di Cristo come falso medievale, creato per estorcere denaro agli uomini di fede, è contenuta nei Problemata di Nicola d’Oresme, vescovo di Lisieux tra il 1377 e il 1382. Di questo trattato è in mostra un raro codice quattrocentesco proveniente dalla Biblioteca Nazionale di Napoli.
L’ultima sezione è dedicata al ritorno del Papa e della Curia a Roma nel 1377: protagonisti sono papa Gregorio XI (1370-1378) e santa Caterina da Siena.

La santa domenicana, le cui lettere piene di ardore religioso avevano convinto il papa a tornare nella sede originaria del papato, è raffigurata mentre accompagna il pontefice nel rientro in città (evento in realtà non accaduto) in una stampa ottocentesca del Museo di Roma e nei bozzetti settecenteschi per la decorazione dell’abside della chiesa di Santa Caterina da Siena a via Giulia, conservati presso la Venerabile Arciconfraternita di Santa Caterina da Siena.

Ricordiamo che, proprio a due passi dalla sede espositiva, si trova un’altra chiesa dedicata alla stessa santa, costruita nel XVI secolo nell’area dei Mercati di Traiano, che dopo il castello delle Milizie accolse un convento di suore domenicane. A testimonianza di questa ultima fase del complesso traianeo, è esposto un acquerello del 1892 di Ettore Roesler Franz, intitolato Chiesa di Santa Caterina da Siena e Torre detta delle Milizie (dal Museo di Roma in Trastevere).
Tra le altre opere presenti in questa sezione segnaliamo un pregevole sarcofago romano con il rilievo delle Muse, riutilizzato nel 1398 come sepolcro della giovane nobildonna Jacopa dei Prefetti di Vico, che era stata prelevata dal convento e data in sposa ad Andrea Tomacelli, fratello di papa Bonifacio IX (1389-1404). Il sarcofago era collocato un tempo nella chiesa dell’Ara Coeli ed è stato poi spostato nel Musei Capitolini. Sullo sfondo dello scisma tra il papato romano e i filoavignonesi, che nel 1378 avevano eletto Clemente VII come papa rivale (antipapa) di Urbano VI, la mostra si conclude quindi con l’accenno a Bonifacio IX, il papa che nel corso del suo regno riuscì a restaurare l’autorità papale e a sopprimere l’autonomia del Comune medievale, che era stata conquistata nel XII secolo.
Nica FIORI Roma 26 Ottibre 2025
“1350. Il Giubileo senza papa”
Dal 9 ottobre 2025 al 1° febbraio 2026
Mercati di Traiano – Museo dei Fori Imperiali: Via Quattro Novembre 94 – Roma
Orario: tutti i giorni 9.30-19.30 (ultimo ingresso un’ora prima della chiusura)
Info: tel. +39 060608; http://www.mercatiditraiano.it
